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La sconfitta di Putin

di Vincenzo Costa - 17/07/2026

La sconfitta di Putin

Fonte: Vincenzo Costa

Quando diciamo “Putin” non bisogna intendere una persona, ma un fenomeno storico, che nasce quando il tentativo di Eltsin naufraga. La Russia subisce in quel periodo un crollo demografico, economico, le sue risorse immense vanno in mano a pochi oligarchi, la criminalità e la mafia dilagano, il paese è sull’orlo di una ulteriore, più devastante, disgregazione, dopo quella dell’URSS.
Nasce allora “Putin”, che è un progetto, fatto di due grandi direzioni strategiche, da tenere insieme:
1) Proteggere l’integrità della Russia e la sua sovranità, contro le tendenze disgregative interne ed esterne;
2) Integrare la Russia nell’Europa.
Nel marzo del 2000 Putin giunge a ventilare un’adesione della Russia alla NATO. Perché faccia queste avances è chiaro: l’integrazione della Russia nella NATO diventa una garanzie di non disgregazione del paese, e che i paesi storicamente ostili alla Russia (Inghilterra in primis), essendo oramai alleati, non avranno interesse a introdurre elementi di disgregazione e, anzi, sosterranno la sua integrità.
Alla fine non se ne fece niente, perché in quegli anni sembrava che l’Occidente avesse un dominio assoluto sul mondo, gli USA non avessero bisogno di nessuno, la Cina era abbastanza innocua, al massimo un luogo dove spremere plusvalore.
Ma ovviamente significava che la Russia doveva proteggere la sua integrità territoriale da sola, che tentativi esterni sarebbero stati costanti.
Ma Putin (il progetto “Putin”) non demorde: si tratta sempre di portare avanti i due punti unitariamente. Di qui la ricerca di accordi e di collaborazioni con l’Europa: a Pratica di Mare nel maggio del 2002, alla presenza di Putin, Bush, il segretario generale della NATO Robertson, incontro favorito da Berlusconi, i legami economici e politici con la Germania di Schroeder e della Merkel.
Putin chiese più volte un ingresso della Russia nella UE, pur con pari dignità e non come il fratello povero e accattone. Ancora nel 2003, al vertice di San Pietroburgo, chiese i quattro spazi comuni, che miravano a un’integrazione stretta sia dal punto di vista politico che economico.
Entrambe le aperture furono ignorate dagli occidentali, erano gli anni dell’unipolarismo dispiegato. Pensiamo soltanto come sarebbe oggi il mondo se la Russia fosse oggi membro della NATO e della UE, come sarebbe la geopolitica, il confronto economico, politico e militare con la Cina e con il resto del mondo. Ma la storia non si fa con i se, e tuttavia sono piccole contingenze che determinano fatti decisivi.
Putin oramai abbiamo capito che cosa è: un progetto di salvaguardare l’integrità politico-territoriale russa integrandola con l’Occidente, perché Putin (il progetto Putin) è un progetto che considera la Russia come potenza europea, che non deve perdere questo suo ancoraggio, e che non deve diventare potenza asiatica.
Questo è “Putin”, e si capisce perché Putin è stato sconfitto.
Putin ha cercato, e ancora cerca, di tenere aperta una via che riconduca la Russia all’Europa. Anche l’operazione militare speciale era pensata così: a) salvaguardare l’integrità Russa dai potenziali effetti disgregatori di un’Ucraina in mano ai servizi USA e Inglesi, salvaguardare la sua sicurezza, e poi b) una volta passati i mal di pancia riallacciare i rapporti con la grande madre Europa.
Per questo in questi anni si è mosso con i “guanti di velluto”, ha sopportato una escalation continua senza alzare la posta, accettato che molte linee rosse venissero oltrepassate. “Putin”, che non riesce a pensare alla Russia senza pensarla europea, ha sempre creduto che alla fine la Russia sarebbe stata accettata in Europa, e quindi non bisognava rompere i ponti. Ha permesso molte cose che la hanno indebolito, accettato ogni possibilità di trovare una soluzione, i negoziati dei primi mesi prima, sino ad Anchorage.
In Occidente sanno bene chi è Putin, il progetto Putin, è hanno usato questa debolezza: la sua riluttanza ad abbandonare l’integrazione con l’Europa.

Ma ora Putin è stato sconfitto.
Putin è stato sconfitto perché quei due principi guida non possono andare insieme, perché la condizione che gli altri europei e gli USA pongono per accettare la Russia è la sua disgregazione.
È evidente a tutti che quel progetto rende ora la Russia incapace di combattere, la costringe a pagare prezzi troppo alti, tutto sulla base di una speranza di rientro e di essere alla fine accettati in Europa. Per la paura di diventare asiatici la Russia è in una sorta di limbo, inerme, perché Putin vuole avere rapporti con Cina, India e i paesi asiatici, ma si considera europeo.
Putin non vuole essere asiatico, fa parte del progetto e di una tradizione storica.
Quello che Putin non riesce a fare è abbandonare la vocazione europea della Russia e volgersi ad oriente. Per molte ragioni, culturali ed economiche, non vuole fare questa scelta come scelta definitiva.
Ma ora Putin è stato sconfitto: cioè quel progetto è stato sconfitto, è chiaro a tutti che è irrealizzabile, e stare fermi ad esso significa mettere in pericolo la tenuta stessa della Russia.
Prigioniera di quel progetto la Russia è inerme, sempre in attesa di un cenno benevolo che giunga dalla UE o dagli USA. E nel frattempo il tempo lavora contro di essa, perché oramai non è più né una blitzkrieg né una guerra di attrito: ora è una guerra reale che colpisce le città russe, i civili, l'economia, le comunicazioni.
Putin non è sconfitto dagli Ucraini o dagli europei. La Russia non perderà questa guerra.
Ma il progetto Putin è finito, ha fallito, e la sfida della Russia è pensare oggi al dopo Putin, non al dopo Putin persona, ma a un progetto differente, a una collocazione e a un avvenire differente per la Russia.
E deve scegliere in fretta, perché i tempi sono stretti.
Una volta scelta una nuova direzione inizierà una nuova storia, per la Russia e anche per noi.
Quando il progetto Putin sarà accantonato inizierà a delinearsi un nuovo mondo, e saremo i primi ad accorgercene.