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Davos? Parteggiare per l'uno o per l'altro è demenziale

di Matteo Martini - 22/01/2026

Davos? Parteggiare per l'uno o per l'altro è demenziale

Fonte: Matteo Martini

Il Forum di Davos, che per inciso conta sempre di meno (sono presenti solo ottanta Paesi su circa 195 del globo) non è ancora concluso, ma già Repubblica fa un bilancio. Con malcelata acredine osserva "la metamorfosi: da capitale globalista a colonia dell'impero MAGA" (cit.)
"Palantir e Coinbase, Meta e Amazon: le società Usa arruolate da Trump monopolizzano il Forum", osserva. Il che non è un bene, tuttavia non lo era neanche quando a tenere banco erano la Bill e Melinda Gates Foundation e altre società di capitali occidentali. Allora, su queste presenze, gli articolisti del giornalismo mainstream non si dilungavano, mentre oggi sembrano non fare sconti.
Faccio il mio contro-bilancio per i non lettori di Repubblica.
È vero che stiamo osservando a un ricambio di classi dirigenti (anche se non è sempre generazionale: Trump non è più giovane di Schwab o di Biden), e anche di credo ideologico e narrativa pubblica.
Tuttavia, chi traina l'economia occidentale sono ancora gli stessi: qualcuno si è accorto che la "controinformazione" so called non nomina più Black Rock? (Ricordiamo che Black Rock è stato fra i principali finanziatori privati della campagna di Trump). I padroni del vapore  sono gli stessi di prima, più altri gruppi economici (la Little Tech di cui fanno parte i gruppi citati) che sono divenuti più influenti di recente e ora hanno rivendicato maggior peso politico.
Quanto ai cambiamenti ideologici (dal globalismo liberal a non di sa bene che cosa, ma quel qualcosa è decisamente più cinico), si tratta di un cambio di sovrastruttura delle stesse centrali di potere dell'imperialismo delle multinazionali e della finanza occidentale.
Parteggiare per l'uno o per l'altro è demenziale. Ha un certo valore unicamente per è interno ai quadri del mondo istituzionale dell'Occidente collettivo (giornalisti, politici, industriali etc.). In questo contesto certamente chi per anni ha plasmato la propria immagine su una certa narrativa ideologica, e alla fine forse ci ha anche creduto, trova il senso di uno scontro: la difesa di una posizione di rendita e un'immagine pubblica. Fare un reset di tutto il proprio discorso pubblico decennale non è sempre possibile, ci sono quindi delle carriere in ballo. In questo contesto certamente la franchezza del discorso del canadese Carney spicca. A differenza di altri ha decido di non difendere l'indifendibile vecchio regime, che del resto non lo tutela più, ma non ha neppure accettato di diventare una colonia MAGA. Questo è l'unico aspetto interessante e al tempo stesso l'unica posizione pragmatica. Nessun governante europeo sembra averlo capito (qui però va detto, devono fare i conti con la UE).
Questo stato dell'arte deve fare riflettere: né il vecchio mondo globalista unipolare difende i popoli e le sovranità (anzi le riteneva superate), né lo fa il nuovo assetto e postura che gli USA di Trump stanno cercando di imporre all'Occidente e al mondo, a suon di annessioni e incursioni militari unilaterali ("tanto l'ONU è globalista, che c'è frega?").
Certo, il Trump che nel 2019 all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite teneva il famoso discorso in cui diceva "Future belongs to patriots" e si appellava, come valore fondante, al rispetto dei vicini, dell'indipendenza e della sovranità, poteva avere ancora una sua credibilità, che oggi ha completamente perso. Forse che quel discorso dovesse valere per tutti i patriots, tranne che per quelli venezuelani, groenlandesi, iraniani, e forse anche per quelli canadesi, colombiani, cubani? Che alcuni patrioti siano più patrioti di altri, insomma, dovevamo aspettarcelo...
Per coloro che non fanno parte dell'establishment o delle sue sottocinghie di trasmissione, per chi fa parte del popolo e dell'elettorato, questo scontro ipocrita di sovrastrutture ideologiche del declinante Occidente non deve interessare - sta perdendo interesse infatti per l'elettorato trumpiano, presso cui l'uomo arancione sembra sia in rapida caduta.
Nella sostanza il sistema imperialista occidentale, al cui vertice vi è l'elite anglosassone, sta cambiando pelle: dismessi i panni del globalismo unipolare, e dalle sembianze progressiste e liberal, che governava per interposte strutture multilaterali, sta assumendo gli aspetti di una potenza coloniale europea ante Prima Guerra Mondiale, o di quello che gli USA provarono a essere ai tempi di Theodor Roosevelt. All'epoca queste imprese coloniali venivano presentate come eticamente giuste in virtù di una pretesa missione civilizzatrice, il "fardello dell'uomo bianco". Ora invece, nel cinismo più assoluto, le annessioni trumpiane sarebbero motivate dall'interesse nazionale diretto di una parte.
Ecco perché lo scontro ideologico sul superamento del globalismo di "Davos" (parlo nei termini del mondo del Dissenso), o fra due opposte visioni, è del tutto irrilevante: si tratta di contrapporre una visione ipocrita e per molti versi sbagliata, a una triviale. E l'una e l'altra sono solo le sovrastrutture ideologiche di uno stesso potere che è ancora uguale a sé stesso.