Non è un crollo soltanto regionale, ma globale
di Filippo Bovo - 10/03/2026

Fonte: Filippo Bovo
In Iran, la nomina a nuova Guida Suprema di Mojtaba Khamenei, figlio del martirizzato Ali, è stata salutata con un favore popolare che non pare affatto trovare corrispondenze nelle descrizioni sin qui rese dai mass media occidentali; che, pur continuando a dare una copertura eufemisticamente insufficiente del conflitto in atto nella regione, hanno comunque avuto buon gioco nel sostenere che "l'azione di Trump ha avuto come unico effetto di sostituire una versione più vecchia di Khamenei con una più giovane" (CNN). Tuttavia, dire che questo sia stato "l'unico effetto" continua ad apparire una mendacità: che dire dei danni umanitari (ad esempio le 168 bambine morte a Minab, un vero e proprio crimine di guerra svoltosi secondo un copione già visto a Gaza: prima si colpisce l'obiettivo, poi, passati 40 minuti, quando i soccorsi sono entrati nel vivo, lo si colpisce di nuovo, aumentandone i numeri; per poi, oltretutto, negare anche ogni responsabilità, attribuendola alla parte aggredita, neanche avesse voluto compiere una "false flag": altra specialità, pure questa, del "metodo" israelo-americano), o ancora di quelli economici, o politici.
Non sarà facile trattare con Mojtaba Khamenei, proprio ora che gli Stati Uniti vorrebbero ritirarsi dal conflitto con l'ennesimo accordo sottobanco che salvi in parte le (loro) apparenze: l'attacco del 28 febbraio non ha ucciso solo suo padre, ma anche sua madre, sua moglie, suo figlio, sua sorella e suo cognato coi loro figli, oltre al padre di un altro suo cognato. Tutti martirizzati. Non diversamente è stato per il suo paese: uccisi 1205 civili, con 195 minori, piogge tossiche su 10 milioni di persone (bombardamenti delle raffinerie di Teheran con relativa nube tossica), più la distruzione di 8mila case, 265 scuole, 36 strutture sanitarie, 15 biblioteche, e ancora 350 moschee e 8 siti storici e culturali (4 patrimoni Unesco).
E' anche per questo che i tentativi sin qui portati avanti dagli Stati Uniti di strappare dall'Iran un accordo favorevole (una vittoria "win-win"?), continuano a non aver fortuna. Del resto, Teheran aveva già avvisato fin dal principio dell'aggressione di non voler più accettare compromessi. Per l'Iran, la guerra va avanti fino in fondo. Ovvero, fino alla rimozione della presenza neocoloniale e neocolonialista degli Stati Uniti e dell'Occidente in Medio Oriente. Frantz Fanon, nel suo magnifico "I Dannati della Terra", affermava che la violenza è il principale strumento dell'oppressore coloniale, del colonialismo. Il cammino verso la libertà dal giogo coloniale passa nell'accettare il confronto con la violenza dell'oppressore, sfidandolo e vincendolo. Quel che oggi vediamo in Medio Oriente è una disperata e sempre più accelerata lotta anticoloniale, con effetti la cui portata tellurica vanno ben oltre la sola regione: lo sradicamento delle basi militari americane nel Golfo, unito alla dimostrazione della loro inutilità per i paesi che le ospitavano (difendevano infatti Israele, non loro), porta ad esempio quest'ultimi a restare a dir poco freddi e vaghi dinanzi alle prospettive di una loro futura ricostruzione; mentre già parlano di ritirare o rivedere, come da Reuters e Financial Times, molti dei loro fondi ed accordi finanziari negli Stati Uniti. Il tutto mentre Israele, alle prese con un Hezbollah nient'affatto liquidata come sin qui raccontato, vede le sue forze armate passare da un fallimento operativo all'altro, sempre più isolata in una regione in cui non è più in grado di esercitare l'antico predominio. Sono solo alcuni dei tanti esempi di un poderoso cammino anticoloniale che sta rapidamente portando alla fragorosa implosione di un vecchio ordine internazionale, quello unipolare a guida americana, sin qui oltremodo puntellato, e che proprio in Medio Oriente aveva basato la sua potenza. Non è un crollo soltanto regionale, ma globale.

