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Difendi, conserva, prega

di Marcello Veneziani - 26/01/2026

Difendi, conserva, prega

Fonte: Marcello Veneziani

Mi è capitato, per uno di quei casi un po’ miracolosi della vita, di ritrovarmi tra le mani un libretto curioso già nel titolo e nell’autore. Il titolo è Óra che non vuol dire adesso, non è un avverbio ma è voce del verbo orare, cioè pregare. L’autore è Giovanni Lindo Ferretti, cantante punk e paroliere della band CCP-Fedeli alla linea, poi Csi, che si definisce ora “libero cantore”. Comunista emiliano, proveniente dalle fila di Lotta continua, poi elettore della Meloni ma deluso e pentito.
Il sottotitolo di questo libretto mi è abbastanza familiare, avendo già anni fa e in più occasioni, citato e rilanciato il verso dell’ultima, bellissima poesia in friulano di Pierpaolo Pasolini, Saluto e augurio, dedicata a un ragazzo neofascista: Difendi, conserva, prega.
Ho letto questo breve testo di Ferretti e sono rimasto attratto sin dalle sue prime righe di presentazione: lo ha scritto quando ha superato i settant’anni, quando “il corpo non mente, obbliga riguardi e cure” e lo spirito ha ancora strappi velleitari ed è “preda di entusiasmi poi insostenibili”. Dichiara la sua solitudine selvatica, al passo degli animali e delle stagioni, la sua vita in una casa che è venerabile dimora, circondato da cose visibili e invisibili. E aggiunge: “Non ho più alcun interesse per il racconto che il mondo fa di sé tra vacuità e tornaconti da poco. Sono residuale, in attesa di non so che”. E da ultimo annuncia di aver fatto sua la triade di Pasolini: “Difendi, conserva, prega”. Ti ascolto, fratello, sono sulla tua stessa onda. E così mi inoltro nelle pagine del suo libretto (edito da Aliberti).
Racconta una bellissima pagina dell’Archimandrita Tichon, tratta dai Santi di tutti i giorni. Un contadino ogni sera offre a Dio una ciotola di latte e Dio ogni notte se lo beve. Lo racconta a un monaco che non trattiene la sua risata incredula; e con lui si apposta una notte per verificare cosa succede davvero: vedono una volpe che si lecca la ciotola. Il contadino rincasa mortificato ma il monaco trova un angelo che gli sbarra la strada e gli rimprovera che con la sua sapienza ha privato un uomo semplice della possibilità di adorare Dio, che ogni notte mandava una volpe ad accettare l’offerta del contadino. L’ho trovato di elementare bellezza teologica.
Giovanni Lindo dice di essere nato cristiano cattolico, e cambiando poco o niente potrebbe essere ortodosso ma protestante o evangelico proprio no, “mi intristisce solo pensarli”. Racconta di essere stato chierichetto, di aver pregato, a un certo punto smise, poi ha ricominciato. Quando smise di pregare, nel nome del progressismo, cominciò pure a bestemmiare “per dar peso alle convinzioni, per emanciparsi”. Era l’epoca del punk e dell’impegno.
Poi non ricorda quando riprese a pregare, dopo aver attraversato gli smarrimenti e le traversie dolorose della vita, “le idealità verbose e sfuggenti” sulla china di una quotidianità “instradata verso la capitolazione”. Ferretti evoca l’Ora et labora dei benedettini, fondamento della nostra civiltà e nota che Ora è scomparso dalla scena sociale sostituito da libertà, e labora è diventato produci, consuma. Dice che il pontificato di Papa Benedetto XVI è stato nella sua vita un momento di grazia quotidiana. La recita del rosario è stata l’ancora di salvezza per lui e per sua madre quando lei cominciava a perdere pezzi di sé con l’alzheimer. Un giorno hanno ripreso in mano le corone, lei la sua che non usava da tempo, lui quella di sua nonna, e hanno riscoperto la potenza del rosario che hanno recitato fino all’ultimo giorno di lei. L’immagine di lui, cantante punk e compagno rivoluzionario, che recita il rosario con sua madre, assediata dal morbo, è di una forza e una tenerezza indicibili. Dista anni luce dalla vita corrente, gettata nel buio e nel rumore.
Nelle pagine del suo libretto, Ferretti naviga tra le preghiere, le ripropone per intero; la preghiera unita al dolore apre a suo dire “uno spiraglio che concede al finito di percepire, accedere all’Infinito”. Arriva a dire che “pregare è l’unica cosa che riesco a fare”. Tra le preghiere che riporta nelle sue pagine rifulge la potenza del Credo che riassume più di tutte il senso e i fondamenti della fede, la visione intera della visione cristiana secondo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e si conclude con la speranza estrema: “aspetto la Resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen”. Nelle ultime pagine racconta con un’intensità di gesti che si fanno parole l’addio al suo amico di vita e di chitarra Dario; di lui alla fine erano rimasti solo gli occhi, dice, in cui luccicava intatta la sua giovanile, impavida strafottenza. E nell’abbraccio finale prima dell’addio c’è una carica vera di umanità e di spiritualità che si fa carne nel momento del distacco.
Del libro il messaggio che resta, oltre il cammino interiore e personale dell’autore, è in quel Difendi, conserva, prega. Che a ben vedere è una progressione, un’elevazione per gradi: difendere è ancora atto “politico”, conflittuale, indica una difesa rispetto a un’offesa; conservare è un passo oltre, è un mettere in salvo, preservare, custodire; ma è nel pregare che l’agire si solleva, si fa verticale, prende il volo verso il cielo. Chiudo il libro con gratitudine; ho conosciuto un’anima e un destino. Tutta la verità di quel libro sta fuori da quel libro: nella vita che racconta, nei suoi passi e nelle sue preghiere, nelle persone che ha perduto e nell’anima che come un aquilone garrisce nell’aria lungo la via dei canti.