La Biennale al guinzaglio
di Marcello Veneziani - 14/03/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Da anni la Biennale di Venezia lancia un messaggio terzomondista e negramaro, animalista e transumano, femminista e lgbtq, anticristiano, antieuropeo e antioccidentale. E l’Unione Europea non ha mai osato esprimere neanche un parere critico; nessun commissario si è mai dissociato, perlomeno, o ha tentato di difendere solo con le parole, la civiltà e la tradizione europea, la sua cultura, la sua storia, la sua identità plurale, premessa di libertà e di qualità. Figuriamoci se ha mai solo pensato di tagliare i fondi alla Biennale. Ha sempre taciuto; del resto sarebbe stata considerata un’intromissione indebita nell’arte, una pressione odiosa sugli artisti e sulle scelte dell’istituzione culturale, di cui andava riconosciuta l’autonomia. Poi il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, nominato da questo governo, annuncia una scelta di puro buon senso e di sano realismo, in perfetta coerenza con la libertà e l’universalità dell’arte: lascia che la Biennale resti luogo di tregua e di dialogo sul piano dell’arte, oltre gli scenari di guerra e gli schieramenti. E restituisce il padiglione della Biennale ai legittimi proprietari russi, in modo che un’arte davvero inclusiva, senza frontiere, accolga anche artisti russi, indipendentemente dai regimi. Apriti cielo. Ventidue ministri dell’Unione Europea, più il ministro ombra Zelenskij, attaccano la riammissione della Russia nei luoghi dell’arte e ne esigono la censura, viene imposto il coprifuoco a Venezia; e dire che la Russia esponeva alla Biennale nel suo padiglione anche quando era Urss e parlava al mondo con un impero, il gulag e i carri armati (ben più di oggi). E non si dissociano, soltanto, i ministri della Ue, non esprimono civilmente la loro argomentata divergenza, ma esercitano il potere ricattatorio più meschino, tolgono i finanziamenti accordati alla Biennale; cioè mettono le sanzioni, le odiose, liberticide sanzioni all’arte senza frontiere e senza muri per costringerla a un ravvedimento ossequioso. D’accordo anche il ministro nostrano, e di riflesso il governo nostrano, che si sono dissociati dalla scelta di Buttafuoco. L’arte alla Biennale è libera di disprezzare l’Europa, di calpestare e infangare la sua civiltà, ma non può dissociarsi dalle direttive dell’Unione europea e dalle sue scelte tattiche del momento. Oggi l’Unione europea ritirerebbe il passaporto pure a Marco Polo per la sua apertura all’Oriente…
Ma come, vi va bene una Biennale profondamente antieuropea nei suoi messaggi, antioccidentale, terzomondista, animalista, transgender che accusa la civiltà europea di essere razzista, schiavista, omofoba e maschilista; ma non vi va bene una Biennale aperta a tutti che non prende posizione politica ma si presenta, in quanto luogo d’espressione dell’arte, come zona franca, spazio di tregua e di dialogo, in cui sono accolti tutti, israeliani e iraniani, russi e ucraini, nordamericani e sudamericani, evangelisti e musulmani, vale a dire paesi belligeranti e paesi bombardati, invasori, invasi e invasati? Ma come, si deve essere inclusivi con migranti, queer e gay ma non con i popoli, le civiltà e le nazioni del mondo, indipendentemente dai loro governi e a prescindere da quel che ne pensiamo noi? L’arte, si ripete da anni fino alla nausea, non deve avere frontiere, dev’essere luogo di pace e di fratellanza. Se facciamo valere la logica che non si accolgono artisti di paesi invasi o aggressori, salvo che quegli artisti siano dissidenti dagli Stati dei loro paesi, allora dovremmo escludere dai consessi artistici e fieristici anche artisti e interi padiglioni degli Stati Uniti e d’Israele, perché provengono da Stati che hanno scatenato una guerra e hanno violato il diritto internazionale, per non dire tutti i loro precedenti. Non vi pare una follia far ricadere la politica degli Stati sugli artisti o in altri campi sugli atleti? Dove sono finiti lo spirito olimpionico nello sport e il valore universale dell’arte?
Ma qui si pone un tema ancora più scottante: nella società permissiva in cui viviamo, nella società nichilista che non crede nei principi fondativi da cui proveniamo, nelle tradizioni e nella sua storia, la cultura e l’arte non sono affatto libere di esprimersi ma sono subordinate alle direttive del potere, devono conformarsi a quel che dicono i governi o i loro servi e delegati, funzionari ed emissari. Curiosa questa miscela di nichilismo permissivo e di dirigismo repressivo…
Fa bene Buttafuoco a non prestarsi alle strumentalizzazioni, a non farsi usare contro il governo tramite interviste e dichiarazioni; lo abbiamo fatto anche noi, quando un ministro ci attaccò in modo volgare e tanti si affrettarono a proporci interviste e interventi ma non ci prestammo al gioco, anche se siamo fuori da ogni potere e senza debiti di alcun tipo con il governo. E continuiamo a dire, nonostante tutto, che preferiamo la Meloni al governo rispetto ai suoi avversari; anzi, di più, che troviamo indecente caricare sulle sue spalle le colpe di una guerra voluta da Trump e da Netanyahu. Non si dissocia con forza, è vero, è troppo prudente, ma sarebbe per il suo governo rischioso; sarebbe giusto farlo ma ai fini della guerra non servirebbe a niente, se non a rompere con Trump e i suoi alleati. Non è onesto accusarla di scelte che evidentemente subisce, anche se non ha la forza di trarne qualche conseguenza. Quasi tutti i precedenti governi lo confermano: mutano le forme ma non la sostanza della sottomissione.
Ma questa vicenda vi fa capire perché è sempre più difficile, se non impossibile, assumere un ruolo pubblico, sia nei governi di destra che di sinistra. O si diventa servi zelanti in livrea – pure con frac, panciotto e papillon – abbaiando a comando contro chi disturba, o si viene abbandonati, sconfessati e boicottati, costretti a rimangiarsi le proprie scelte. Noi lo abbiamo messo là, a noi deve rispondere; cosa vuoi che siano le sue convinzioni e la libertà dell’arte e della cultura? Difendiamo i dissidenti remoti ma in casa nostra chi dissente è un fetente… Fa il gioco del nemico. Anzi non c’è nemmeno bisogno che sia dissidente, basta che pensi con la sua testa, col buon senso o si senta figlio di una civiltà e non di un governo, legittimato da una vita di opere e pensieri e non da una nomina e un potere. Intanto sputate pure e lasciate sputare sulla nostra civiltà perché noi siamo liberi, moderni e tolleranti; ma guai se sputate nel piatto dove mangiate e che noi generosamente vi forniamo. Se questo vuol dire cultura di governo, viva la barbarie a cielo aperto. Meglio passare al bosco, come l’anarca di Jünger e la famiglia Trevallion.

