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Donald Trump, l’imperatore di una civiltà morente

di Alain de Benoist - 24/05/2026

Donald Trump, l’imperatore di una civiltà morente

Fonte: Diorama letterario

Andiamo subito all’essenziale. L’arrivo al potere di Donald Trump non è uno dei tanti episodi della storia degli Stati Uniti e non è soltanto una svolta. È una rivoluzione di cui non tutti hanno ancora misurato l’ampiezza e che ha già comportato il disaccoppiamento tra l’Europa e l’America, l’esplosione dell’Alleanza Atlantica, la probabile fine della Nato, la messa in discussione del libero scambio, il crollo di un ordine internazionale fondato sulla democrazia liberale, sul diritto internazionale – questa “inutile finzione” evocata a Davos dal canadese Marc Carney – e sull’ideologia dei diritti dell’uomo, il che è non poca cosa. Tanto più che a tutto ciò si è accompagnata una vera e propria trasformazione dottrinaria. Non si tratta neanche di una parentesi destinata a richiudersi quando Trump lascerà il potere. Ci vorrà molto tempo per rincollare i pezzi rotti.

Le particolarità del trumpismo

Trump è un esempio notevole del carattere cesaristico delle forme di potere che Spengler considerava tipiche delle civiltà in fase terminale. Questo cesarismo si è messo sulla via del populismo, di cui tuttavia non è un sinonimo. Il trumpismo non è però un populismo come gli altri. Prima di tutto a causa della personalità caratteriale di Donald Trump, il cui narcisismo megalomane oggi non sfugge a nessuno. Manon bisogna cadere nell’errore: il grizzly di Mar-a-Lago (126 stanze, 10.000 m2) è spesso sorprendente, ma non è affatto imprevedibile. Le sue intenzioni sono chiare, ed è tanto più facile conoscerle in quanto non perde un’occasione per proclamarle.

Grande amante del golf, Trump è anche un giocatore di Monopoli(“compro tre alberghi in via della Pace!”) e un giocatore di poker. L’arte del deal alla quale fa appello è prima di tutto un bluff. A partire dal vecchio metodo che consiste, per ottenere 500, nell’iniziare a chiedere 1.000 minacciando nel contempo di esigere 5.000 (è il principio stesso della sua guerra dei dazi doganali).

Trump è soprattutto convinto che nella vita tutto è questione di rapporti di forza, il che non è falso, ma anche che, purché ci si metta il prezzo, tutto è in vendita (dalla striscia di Gaza alla Groenlandia), il che lo è molto meno. Certo, molte cose sono in vendita, ma in talune circostanze ci sono, per il popolo, cose non negoziabili, perché sono cose dal valore esistenziale. L’arricchimento non è la risposta a tutto.

Si aggiunga che, in un momento in cui c’è chi sostiene che gli Stati Uniti non sono lontani dalla guerra civile (è stato il tema di un film recente), è importante constatare che Trump non tratta gli oppositori da avversari, ma da nemici. È vero che lui stesso è trattato da nemico da coloro che lo detestano. Risorge il vecchio concetto di «nemico interno», con tutto ciò che implica in termini di brutalità e malafede (sostituire un’intolleranza di sinistra con un’intolleranza di destra e risuscitare il maccartismo non significa sicuramente difendere la «libertà di espressione»).

Di fronte alla multipolarità che si sta gradualmente imponendo nell’ordine internazionale, Trump ha un atteggiamento ambiguo. Da una parte riconosce che gli Stati Uniti devono rinunciare ad atteggiarsi a gendarmi del mondo e non devono più cercare di imporre le loro concezioni ideologiche al rest of the world, il che è un punto essenziale, ma vuole anche continuare ad intervenire ovunque lo desidera ogni volta che i suoi interessi sono minacciati o semplicemente in gioco (sembra evidente, ad esempio, che intende porre il Medio Oriente sotto tutela americana). D’altra parte, anche se condivide l’idea che ovunque stiano imponendosi dei “grandi spazi” sovranazionali, ne trae la convinzione di poter fare quello che vuole – ad esempio organizzare il rapimento del presidente in esercizio di uno Stato teoricamente sovrano (Nicolas Maduro) – in quello che chiama “emisfero occidentale“, vale a dire il continente americano. Ciò significa che, anche se rinuncia a battere il mondo per cercarvi dei “mostri da distruggere” – per riprendere l’espressione utilizzata nel luglio 1821 da John Quincy Adams, segretario di Stato di James Monroe –, egli concepisce il ruolo di egemone regionale come un mezzo per sottrarre qualunque margine di autonomia alle diverse componenti del “grande spazio” americano.

Come sta oggi il trumpismo?

L’elettorato di base di Donald Trump è, come altrove, costituito da membri delle classi popolari e delle classi medie in rivolta contro una classe politica che li disprezza e li ignora: “La stessa collera sociale e identitaria, la stessa reazione alla deindustrializzazione e alla durezza della vita quotidiana, la stessa povertà, la stessa sensazione di emarginazione, la stessa esasperazione nei confronti dell’ideologia woke, la stessa inquietudine nazionale, la stessa attesa delusa di considerazione e di rispetto da parte di coloro la cui vocazione politica è di rappresentare e difendere queste classi popolari: la sinistra”.

I militanti Maga sono in maggior parte isolazionisti (accettano solo un “interventismo di sicurezza”, cioè interventi militari brevi, che non sfociano in un logoramento). Il grosso della truppa si richiama ad un nazionalismo di tipo jacksoniano. Vi si trovano paleoconservatori dell’America First, vicini nel recente passato a Pat Buchanan, Rusch Limbaugh o Samuel T. Francis. Quest’ultimo parlava in nome delle “classi medie bianche post-borghesi», che subiscono disprezzo e continua proletarizzazione da parte delle élites economiche e culturali, e consigliava loro di adottare una posizione di rottura: “Noi non ci battiamo per la conservazione”, diceva, «ma per il rovesciamento”. Soltanto una frangia radicale, attivistica, spesso complottista e maschilista (gli “opliti sotto steroidi” di cui parla Eugénie Bastie) si richiama apertamente al razzismo o al suprematismo. Ciò che si trova di più specificamente americano in questo ambiente è la venerazione del capitalismo (vero punto cieco), l’attaccamento ad un “governo limitato” e la forte presa dei culti religiosi.

L’ atmosfera religiosa – più esattamente biblica – del populismo trumpiano è in effetti uno dei tratti che lo distinguono dalla maggior parte degli altri populisti. Oltreoceano i nazionalisti cristiani (ai quali bisogna aggiungere i “sionisti cristiani”) si suddividono in tre correnti principali: gli evangelici “dominionisti”, i pentecostali della Riforma apostolica e i cattolici integralisti, tutti egualmente convinti che la società debba essere governata da persone elette da Dio. I due primi gruppi, inoltre, ritengono che l’intera vita culturale e sociale degli Stati Uniti debba essere conforme alle prescrizioni della Bibbia, così come loro la interpretano (“All of Christ for All of Life“).

Anche la fedeltà incondizionata che i suoi elettori tributano a Donald Trump, che va molto al di là dei limiti abituali del sostegno politico, ha una coloritura religiosa, se non settaria. Essa è stata confermata da due notevoli studi empirici, il primo concepito nel 2021, il secondo che si è avvalso dei dati dell’American National Election Study, i cui risultati sono stati pubblicati su “Political Psychology” nel gennaio 2026. Queste inchieste mostrano che l’attaccamento personale a Trump, che può giungere fino ad un vero e proprio culto della personalità, non dipende praticamente da nessun atto oggettivo ma poggia su un’adesione quasi religiosa (ripulsa spontanea di qualunque critica, credenza nell’infallibilità del leader, visto come l’unico salvatore possibile). Contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, né l’ansia né la chiusura alle idee nuove consentono di spiegarlo.

Cattolici e tecno-futuristi

Sul piano intellettuale, Trump gode inoltre del sostegno più o meno pronunciato di due alleati, comodi o scomodi, che non hanno granché in comune: da un lato i cattolici «post-liberali», dall’altro i tecno-futuristi.

Come ha detto Gene Zubovich, ricercatore dell’Universaità di Toronto, nel mondo trumpiano «gli evangelici forniscono i voti, i cattolici la materia grigia». I cattolici post-liberali si caratterizzano per la loro ripulsa delle idee illuministe e per l’accento che mettono sul concetto di bene comune. Essi hanno molto influenzato il vicepresidente J.D. Vance. I due loro principali esponenti sono il costituzionalista Adrian Vermeire, professore a Harvard, e Patric Deneen, professore all’Università Notre-Dame, autore di Perché il liberalismo è fallito (2020), ma si possono citare anche Sohrab Ahmari, Edwin Aponte e Matthew Schmitz, fondatore della webzine «Compact». Il loro merito principale è di criticare il liberalismo, cosa che non è frequente negli Stati Uniti, e di non limitarsi ad una critica meramente difensiva. Vermeire, capovolgendo la tradizione americana su questo punto, non esista a perorare l’intervento dello Stato per rimodellare la società e a contrapporre all’individualismo un «costituzionalismo del bene comune». Il loro principale limite è di non apportare granché a questa critica, così come è stata da molto tempo teorizzata in Europa (Vermeire si basa molto sulla tradizione giuridica ereditata dall’Antichità e cita anche Carl Schmitt) e di astenersi dall’estenderla al sistema capitalista, che pure gli è consustanzialmente legato.

I tecno-futuristi della Silicon Valley, la cui dottrina è una miscela di escatologia messianica e di tecnologia vicina alla fantascienza, costituiscono ovviamente un ambiente del tutto diverso. Sognando l’immortalità, la post-umanità e un folle prometeismo, sono per molti versi in totale rottura con l’elettorato MAGA, che non ama l’eccesso. Eleon Musk ne fa parte, ma i suoi esponenti più conosciuti sono Curtis Yavin, Peter Thiel, Nick Land, Mark Andreessen e Vivek Ramaswamy.

Costoro non credono ai diritti dell’uomo, ma non sono interessati nemmeno al popolo. Profondamente influenzati dal pensiero libertario (o anarcocapitalista), vogliono farla finita con la democrazia affidandosi alla tecnologia. Significativamente, negano per ciò la specificità (e il primato) del politico. La grande idea di Curtis Yarvin è che, per aver ragione della religione progressista (la «Cattedrale»), occorre sostituire la democrazia con una tecno-monarchia, diretta da un re Amministratore delegato, accordando nel contempo a ciascuno il diritto di rompere con lo Stato così come un consumatore si distacca da una marca o da un servizio. Secondo lui, «gli Stati Uniti sono solo un’impresa. Non è un contratto mistico trasmesso di generazione in generazione […] Il regno è una proprietà dell’impresa e l’insieme è una sorta di progetto immobiliare su larga scala» (sic).

In un’ottica simile, il britannico Nick Land, inventore dell’espressione Dark Enlightenment (Illuminismo oscuro), si fa teorico dell’ «accelerazionismo», ovvero dell’idea che occorre spingere a fondo tutti i cursori del capitalismo e dell’innovazione tecnologico, anche a costo di correre il rischio di arrivare alla distruzione dell’umanità5.

Peter Thiel, che Chantal Delsol ha invitato a prendere la parola a Parigi lo scorso 26 gennaio, sotto l’egida dell’Accademia delle scienze morali e politiche, è invece ossessionato dall’Apocalisse. Anche questo miliardario, cofondatore del sistema Paypal, che è stato uno dei primi boss della tech a schierarsi con Donald Trump nel 2016, è un libertario dichiarato che colloca i diritti individuali al di sopra di tutto e predica un capitalismo totalmente deregolato. Teme di veder emergere dalla rivoluzione tecnologica in corso l’Anticristo, ma pensa anche che una nuova religione, anch’essa fondata sulla tecnologia, consentirà di porvi rimedio6. Nel luglio 2018 ha dichiarato: «Siamo impegnati in una corsa all’ultimo respiro tra la politica e la tecnologia. La sorte del nostro mondo dipende da un solo individuo, da una persona, che sarà capace di costruire e diffondere strumenti tecnologici che favoriscano la libertà [sic] e consentano un mondo più sicuro per l’espansione del capitalismo». «Eviteremo l’Armageddon instaurando uno Stato mondiale dotato di un vero potere, abbastanza forte da sottrarci alle grinfie dell’Anticristo», dichiara oggi. Soltanto l’intelligenza artificiale sarebbe in grado di salvare l’umanità. Inoltre, Peter Thiel si dichiara «contrario all’ideologia dell’inevitabilità della morte» (sic). «Noi pensiamo che non esista alcun problema materiale che non possa essere risolto con più tecnologia», scrive Marc Andreessen nel suo Manifesto tecno-ottimista. Siamo piuttosto lontani dal populismo trumpiano.

Come comportarsi con Trump?

Che atteggiamento va adottato nei confronti di Donald Trump? Per le destre trumpiste europee, ovviamente, grande è la tentazione di celebrare i successi di Trump immaginando che siamo i loro (così come si sono identificati con i soldati di Tsahal impegnati nella pulizia etnica della striscia di Gaza perché avrebbero voluto assistere allo stesso spettacolo nelle banlieues). La loro convinzione è che Trump mostra l’esempio: realizza negli Stati Uniti quel che si deve fare anche in Europa, il che fa di lui contemporaneamente un mentore, un esempio e un alleato.

È una visione tanto miope quanto ingenua. I trumpisti europei, a quanto pare, non hanno capito che lo slogan Make America Great Again riguarda esclusivamente l’America e non il resto del mondo. Non hanno compreso che l’America non è necessariamente interessata a che l’Europa ritrovi la sua grandezza, e che neanche l’Europa è necessariamente interessa a che l’America ritrovi la sua, per il buon motivo che i loro interessi sono strutturalmente diversi, se non opposti – e perché l’Europa può ridiventare una potenza solo a condizione di cessare di essere vassalla degli americani. Americani ed europei possono pure vantarsi, sia gli uni che gli altri, di “difendere il proprio Paese”; ma devono anche rendersi conto che non si tratta dello stesso paese.

Se le destre che oggi lo sostengono giungessero al potere in Europa, è assai probabile che Trump non ne sarebbe affatto contento. Oggi può anche vantare i meriti di Giorgia Meloni, dell’AfD, di Vox o di Marine Le Pen, ma più di ogni altra cosa teme l’ascesa di un’Europa-potenza che per lui sarebbe inevitabilmente una rivale. Se l’Europa riuscisse a porre fine alla «cancellazione come civiltà» che oggi egli denuncia con gran strepito, si può scommettere che non ne sarebbe altrettanto affascinato. Perché è nell’interesse degli Stati Uniti vedere l’Europa impotente e divisa. Al limite, «c’è un reale pericolo che attori americani tentino di utilizzare il populismo di destra europeo come vettore di una rinnovata vassallizzazione» (Bruno Wolters). «Il pericolo di vedere Donald Trump seppellire la destra europea invece di spingerla sul proscenio è ben reale», aggiunge David Engels7.

Contro l’Europa, con o senza Trump

Con o senza Trump, gli americani cercheranno sempre di emarginare un’Europa che in fondo detestano, perché è in un certo senso il padre che hanno ripudiato e incarna il loro senso di colpa.

Il nuovo progetto di sicurezza nazionale (National Security Strategy)pubblicato lo scorso 4 dicembre dalla Casa Bianca, documento storico in cui l’amministrazione Trump espone senza fronzoli l’intenzione di regnare grazie alla forza (e non con il pretesto di far avanzare “la libertà e la democrazia”), occupa solo 33 pagine. L’Europa vi è relegata a pagina 29. Vi si legge che l’Europa è “strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti”, il che significa che deve essere mantenuta in stato di dipendenza, perché per loro è un ostacolo economico, ideologico e politico. I paesi europei, agli occhi di Trump, sono solo “giocattoli gettabili” (Stephen Holmes).

Certo, è assolutamente vero che l’Europa, benché sia ancora la prima potenza commerciale mondiale, è oggi la grande malata della scena internazionale. Gli europei non hanno la benché minima idea di quale potrebbe essere il destino dell’Europa: la parola “destino” per loro non ha senso. Ma come potrebbero riscoprire la loro sovranità continuando ad essere dipendenti dagli Stati Uniti in tutti gli ambiti? Non è andando a prendere ordini a Washington che comprenderanno che, come afferma John Mearsheimer, “sullo scenario internazionale è meglio essere Godzilla che Bambi”.

L’analista Christian Saint-Etienne ricorda che “le principali offensive condotte contro la Francia nel corso degli ultimi cinquant’anni non provengono né dalla Cina né dalla Russia ma dagli Stati Uniti: isolamento diplomatico dopo il rifiuto di partecipare alla guerra in Iraq, spionaggio industriale, multe esorbitanti alle grandi banche francese, acquisizione di Alstom, vicenda dei sottomarini australiani, per citare solo alcuni esempi. Trump agisce in realtà come tutte le amministrazioni americane recenti, ma lo fa allo scoperto, contrariamente a Biden o a Obama. Se i nostri governanti non capiscono che gli americani non sono nostri amici, la loro stupidità è illimitata”. Sottolineando “il disdegno mostruoso che Donald Trump manifesta non solo verso le élites europee (che se lo sono sicuramente meritate) ma anche verso gli interessi europei”, David Engels scrive: “Questa umiliazione proviene, in fondo, dal disprezzo totale di Donald Trump per tutto ciò che potrebbe limitare l’influenza e la potenza americane: non c’è posto per un’Europa fiera e autonoma nel sistema Maga”.

L’America del declino

Non dimentichiamoci, poi, che Donald Trump non è il simbolo di un’America trionfante, ma il rappresentante di un’America sull’orlo del declino. Nello slogan Make America Great Again, la parola più importa è again: si tratta di ridare all’America un vigore che non ha più. La percentuale degli Stati Uniti nell’economia mondiale è passata dal 40% degli anni Cinquanta al 25% odierno. Gli Stati Uniti continuano ad essere la principale potenza militare del mondo, ma il loro esercito non ha mai ottenuto una sola vittoria dal 1945. La loro società è al limite dell’implosione e la dedollarizzazione dell’economia mondiale, annunciata da tempo, sembra essere iniziata davvero. Questo declino è stato efficacemente descritto da Emmanuel Todd nel suo libro La sconfitta dell’Occidente del 2024. Il saggista Jérémie Gallon, autore di un libro su Henry Kissinger, dichiara oggi: “Siamo stati umiliati e resi vassalli dalla potenza che consideravamo il più stretto alleato. Il tempo della cecità è terminato. Non abbiamo più altra scelta se non stabilire un rapporto di forza con gli Stati Uniti”.

Un sondaggio Ifop, realizzato alla metà di gennaio 2026l 51%, risuona da questo punto di vista come un tuono: il 51% dei francesi ritiene ormai che gli Stati Uniti costituiscano una minaccia militare per la Francia, e il 42% considera gli Stati Uniti un “Paese nemico”. Questo ribaltamento è spiegato, certo, dall’antitrumpismo, ma è prima di tutto la conseguenza della rottura storica intervenuta all’interno dell’Alleanza Atlantica.

“Chi oggi difende Donald Trump si colloca da solo nel campo del nemico”, ha recentemente dichiarato Alexandre de Galzain sul sito della rivista Éléments (3 febbraio 2026). Forse è eccessivo, ma è anche una reazione salutare agli ingenui deliri delle destre trumpiane in Europa, sempre prigioniere del mito dell’“uomo provvidenziale”. “Da quando”, aggiunge egli peraltro, “gli Stati Uniti in buona salute sono una buona notizia per gli interessi europei e francesi?”. In effetti, questa è la vera domanda.

Ciò non significa che non ci sia niente di positivo in Donald Trump. Tutt’altro. Egli ha il merito di mettere le cose a nudo. Spoglia la vita politica e i rapporti internazionali della maschera deformante dell’ipocrisia. Facendo vedere che i rapporti di forza prevalgono sulle astratte considerazioni moraleggianti, fa ritorno alla concretezza, fa ritorno alla realtà. Ricordando che l’essenza dell’azione governativa è la decisione, e non la discussione perpetua, si dimostra un realista, il che non è poca cosa. Lo si può approvare quando adotta una politica migratoria imperniata sulla remigrazione, quando reagisce violentemente contro il progressismo woke, quando si dichiara pronto a “prosciugare la palude” e così via. Ci si può appoggiare a quello che fa per mostrare che alcune cose che si presumevano impossibili in realtà sono assolutamente possibili. Ma tutto ciò non implica l’accettare di esserne vassalli. Detta con altre parole, non si potrà fare “come Trump” se non facendolo anche contro di lui.

Articolo tratto dal numero 391 (maggio-giugno) di Diorama. Per abbonarsi alla rivista Diorama Letterario (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista.