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Memoria dell’Olocausto e giudizio su Israele

di Elena Basile - 07/07/2026

Memoria dell’Olocausto e giudizio su Israele

Fonte: La Fionda

Alcuni intellettuali lamentano che l’analisi del conflitto israelo-palestinese sia deviata dalla compassione per le vittime palestinesi e sfugga a una razionale equidistanza, base della mediazione. In particolare, temono che lo stigma rivolto a Israele quale “Stato genocida” possa portare a un nuovo odio verso Israele e il popolo ebraico.

Seguendo questa impostazione, si dovrebbe dedurre che il riconoscimento dell’Olocausto avrebbe dovuto essere vietato, al fine di non stigmatizzare l’intero popolo tedesco. Il percorso della tormentata storia occidentale ci insegna l’opposto. I valori umanistici hanno rappresentato un punto di riferimento nella lotta della civiltà contro la barbarie, a cominciare dall’apprezzamento della vita umana e dall’uguaglianza degli uomini davanti a Dio del cristianesimo, per giungere, attraverso i valori illuministici di «liberté, égalité, fraternité» e l’utopia marxista di una società senza ingiustizie sociali («a ciascuno secondo i suoi bisogni»), alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, al multilateralismo e alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. I valori umanistici sono parte di un’identità occidentale che dovrebbe coinvolgere il popolo ebraico, vittima dell’Olocausto, e lo Stato di Israele, che fu concepito dalla parte migliore dei sionisti come un rifugio per le popolazioni perseguitate e non come un progetto di dominio coloniale, nel quale è stato invece subito trasformato, a partire dalla Nakba.

Non si può pervenire a una mediazione nel conflitto israelo-palestinese se si sotterra la compassione per le vittime e non si ammette il tentato genocidio da parte di Israele e la pulizia etnica iniziata ben prima del 7 ottobre 2023.

Il popolo ebraico recupera le tradizioni migliori dell’ebraismo se riconosce i crimini di Israele e non li nasconde sotto la polvere del tempo, tentando di giustificarli con l’esistenza di Hamas, un’organizzazione per la lotta armata e la liberazione di un popolo, che compie attentati terroristici e che è nata a causa dell’occupazione illegale dei territori palestinesi. Essa è stata finanziata e tenuta in vita dal governo israeliano al fine di non accettare un dialogo diplomatico per la nascita dello Stato palestinese.

La rinascita della Germania democratica è stata possibile in virtù del riconoscimento dell’Olocausto e dell’ammissione delle proprie colpe storiche da parte del popolo tedesco.

Hannah Arendt potrebbe essere citata in quanto, insieme a tanti altri intellettuali ebrei, prese le distanze da Israele ai tempi dell’ex primo ministro (e terrorista) Begin.

Non mi sembra che la politica occidentale sia stata severa con la storia di Israele. Ha sempre condonato le violazioni del diritto internazionale, iniziate almeno nel lontano 1967, reiterate con le punizioni collettive dei palestinesi e con la creazione di un regime di apartheid in Cisgiordania. Che alcuni esponenti illustri della Chiesa cattolica, come Pizzaballa, portino avanti il dialogo interreligioso e levino la loro voce per ricordare il dolore delle vittime non è demagogia, ma recupero dell’umanesimo cristiano che la politica internazionale tende a cancellare.

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Di fronte al genocidio di un popolo ancora in corso, non può essere citato quale giustificazione il dolore della diaspora ebraica oppure la vulnerabilità di Israele, accerchiato da Paesi arabi nemici. Questi argomenti erano forse credibili nei primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi sono mistificazioni che non tengono conto dei rapporti di forza cambiati, dell’arroganza di uno Stato, avamposto della NATO in Medio Oriente, che perpetua i suoi crimini in virtù del sostegno militare e finanziario statunitense e della complicità politica ed economica europea. Certamente Hamas ha commesso innumerevoli errori politico-strategici e ha governato anche con il terrore la Palestina. Sicuramente Hamas ha compiuto attentati terroristici. Considerare, tuttavia, l’organizzazione e l’intero asse della resistenza — Hezbollah, Houthi e Iran, l’unico Stato che si è opposto non a parole al genocidio — quali cause del comportamento israelo-americano non risponde alla realtà storica dei fatti.

Il volto odierno, il più atroce del sionismo, è il risultato della potenza israeliana, non certo della sua vulnerabilità.

Stento a comprendere i tanti intellettuali che credono che la libertà di espressione significhi difendere l’arbitrio del potere. La nostra Costituzione vieta l’apologia del fascismo, ma tutela il pluralismo democratico. Non ammetteremmo le esternazioni pubbliche dei negazionisti dell’Olocausto. La condanna del genocidio è un imperativo a difesa dei valori fondamentali delle costituzioni democratiche. Siamo al paradosso di voci dell’intellighenzia che vengono in soccorso di Israele, Stato sostenuto da una potentissima lobby internazionale. Ci raccomandano di non esagerare nella protezione dei palestinesi, i paria dimenticati dalla storia!