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Eccezionalismo

di Giacomo Gabellini - 18/07/2026

Eccezionalismo

Fonte: Giacomo Gabellini

Poiché la storia non si ripete mai se non come farsa, gran parte degli specialisti statunitensi manifesta una spiccatissima inclinazione a liquidare con sdegno le analogie tra l’attuale fase declinante del ciclo egemonico imperniato sugli Usa e quelle precedenti. 
Il cosiddetto “eccezionalismo” non è una peculiarità squisitamente statunitense, ma una caratteristica riscontrabile in ciascuna grande potenza mondiale del passato. 
Uno spagnolo del XVII Secolo esaltava le glorie del suo Paese affermando: «lasciate pure che gli inglesi producano fini tessuti […], l’Olanda i suoi chambray, Firenze la sua tela, le Indie le loro pellicce di castoro e di vigogna, Milano le sue guglie, l’India e le Fiandre i loro lini […] fintantoché la nostra capitale può goderne. Tutto ciò dimostra soltanto che ogni nazione forma operai qualificati per Madrid e che Madrid è la regina dei parlamenti, perché tutto il mondo la serve e lei non serve nessuno».
Una identica manifestazione di grandiosità può essere ravvisata in un bassorilievo ricavato nella facciata del municipio di Amsterdam nella fase apicale della traiettoria ascendente disegnata dalle Province Unite (seconda metà del XVII Secolo) e raffigurante un Atlante olandese che sorregge la Terra sulle proprie spalle, mentre i continenti europeo, americano, asiatico e africano offrono tributi alla capitale dei Paesi Bassi.
Nel 1865, in piena età vittoriana, l’economista inglese William S. Jevons celebrava la magnificenza dell’Impero Britannico affermando che «cinque parti del mondo sono nostre tributarie volontarie. Le pianure dell’America del Nord e della Russia sono i nostri campi di mais. Chicago e Odessa, il nostro granaio. Il Canada e i Paesi baltici, le nostre foreste piene di legname per la costruzione. L’Australia custodisce i nostri allevamenti di montoni. L’America, le nostre mandrie di buoi. Il Perù c’invia il suo argento, la California e il Sudafrica, il loro oro. I cinesi coltivano tè per noi e, dalle Indie orientali, affluiscono verso le nostre coste il caffè, lo zucchero, le spezie. La Francia e la Spagna sono i nostri vigneti, il Mediterraneo, il nostro frutteto. Il nostro cotone proviene dagli Stati Uniti, come da molte altre parti del mondo».
Oggi, ben poche persone al mondo volgono lo sguardo verso Madrid, l’Atlante olandese ha deposto il suo gravoso fardello e il sole è definitivamente tramontato sull’Impero Britannico.
Le sbruffonate dell’epoca risuonano tuttavia nelle fanfaronate dell’Impero Americano, che per oltre mezzo secolo ha risucchiato beni reali e ricchezza finanziaria da tutto il mondo illudendosi della sostenibilità a tempo indeterminato di uno squilibrio strutturale dei conti con l’estero.