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Ma perchè si emigra?

di Antonio Catalano - 18/07/2026

Ma perchè si emigra?

Fonte: Antonio Catalano

Quando si parla di immigrazione ci troviamo spesso di fronte a un campo minato da luoghi comuni impulsati dall’ideologia dominante progressistica (quella più incline a rappresentare gli interessi del capitale finanziario a vocazione globalista). Gli immigrazionisti ricorrono di solito ad argomenti morali per spingere a un’accoglienza indiscriminata enfatizzando la bellezza della società “meticciata” senza dimenticare di ricordare che gli immigranti servono come il pane perché ci sono lavori che nessuno più vuol fare, ci pagano le pensioni...
Ma quali sono le cause di migrazione? Per rispondere a questa domanda mi avvalgo dello studio di Rolf Peter Sieferle pubblicato nel libro “Migrazioni”.
Le migrazioni sono determinate dalla povertà come spesso si pensa? Nient’affatto, ci dice Sieferle. È l’aumento del benessere relativo invece che negli ultimi anni ha avviato una migrazione di massa. Perché fino a quando le persone vivono nelle tradizionali condizioni di una società agraria e si trovano in uno stato di sussistenza, le loro aspettative di migliorare le proprie condizioni di vita rimangono limitate. Ma quando le società agrarie si trasformano e diventano in “via di sviluppo”, con la modernità che irrompe proponendo modelli e stili di consumo a cui tendere, insieme ad una relativa facilità di comunicazione e di spostamento, lo scontento sale nella stessa misura in cui sale il benessere e in cui entrano nel campo visivo persone o Paesi il cui benessere è superiore al proprio.
Non esiste una differenza di principio tra “migranti economici” e “profughi di guerre civili” e/o “oppressi politici”, sostiene lo studioso. I “migranti economici” scelgono l’exit in base alla loro situazione insoddisfacente, cioè migrano in Paesi in cui sperano di trovare opportunità economiche migliori. Altri rimangono nel loro Paese e tentano di migliorare lì la loro posizione “alzando la voce”, quindi attraverso la protesta politica, cosa che, in una situazione ricca di conflitti, conduce facilmente all’oppressione, da cui vorrebbero scappare verso Paesi più sicuri in qualità di “richiedenti asilo”. Oppure i conflitti sfociano nella guerra civile, in modo che finiscono per essere considerati come “profughi di guerre civili”.
E qui l’Autore mette in evidenza la problematicità dei cosiddetti aiuti per lo sviluppo, che possono destabilizzare la società in questione, creare nuove aspettative per poi deluderle e, infine, generare nuovi conflitti. Fino a che esisterà un divario di benessere tra Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, un miglioramento della qualità della vita nei Paesi in via di sviluppo non allenterà la pressione migratoria, ma la aumenterà.
L’emigrazione non è quindi espressione di povertà assoluta, ma risultato dell’aspettativa di poter migliorare nettamente la propria situazione migrando. A chi voglia approfondire, è consigliata la lettura del libro.