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La Turchia sarà il prossimo obiettivo militare di Trump?

di Lorenzo Maria Pacini - 21/02/2026

La Turchia sarà il prossimo obiettivo militare di Trump?

Fonte: Strategic Culture Foundation

La Turchia continua a rappresentare per Washington un alleato utile, non più necessario, e certamente problematico

Una storia d’amore, ma non troppo
Le relazioni tra gli Stati Uniti e la Turchia rappresentano uno dei pilastri strategici dell’equilibrio geopolitico eurasiatico e mediorientale sin dal secondo dopoguerra, costituendo un rapporto bilaterale che, pur mantenendo una dimensione strutturalmente cooperativa, si è sviluppato lungo una traiettoria costellata di divergenze strategiche, divergenti percezioni di minaccia e profondi mutamenti nell’equilibrio regionale.
Durante la Guerra Fredda, Washington vide nella Turchia non solo un presidio geografico contro Mosca, ma anche un interlocutore privilegiato nel controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, cruciali per la sicurezza marittima del Mar Nero. Nel periodo post-1991, la dissoluzione dell’URSS trasformò le basi di questa cooperazione: venute meno le motivazioni ideologiche, emersero nuove priorità regionali, come la stabilità del Medio Oriente, la questione curda e la gestione delle crisi in Siria e Iraq.
A partire dagli anni 2000, l’ascesa al potere del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) e di Recep Tayyip Erdoğan introdusse un mutamento profondo nella postura geopolitica turca. L’obiettivo di Ankara non era più soltanto mantenere lo status di alleato periferico dell’Occidente, ma di porsi come potenza autonoma, capace di proiettare influenza nei Balcani, nel Caucaso, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Questa visione neo-ottomana, pragmatica e multivettoriale, ha rappresentato una sfida sia per le istituzioni euro-atlantiche sia per i tradizionali equilibri bilaterali con Washington
Il periodo della prima presidenza di Donald Trump (2017–2021) rappresentò una fase anomala, e in molti sensi rivelatrice, nelle relazioni fra Washington e Ankara. Diversamente dai suoi predecessori, Trump manifestò un approccio esplicitamente personalistico alla politica estera, privilegiando il rapporto diretto con i leader stranieri piuttosto che la mediazione istituzionale del Dipartimento di Stato o del Pentagono. In questo contesto, il suo rapporto con Erdoğan divenne un caso emblematico di diplomazia bilaterale guidata dal carisma e dal pragmatismo.
Entrambi i leader condivisero tratti politici comuni: una visione transazionale delle relazioni internazionali, una tendenza alla concentrazione del potere esecutivo, e una diffidenza verso le strutture multilaterali, in un’affinità personale che si tradusse in un dialogo relativamente fluido, nonostante svariate tensioni. Tra gli episodi più emblematici vi fu la gestione della questione curda e della Siria nord-orientale. L’annuncio improvviso di Trump, nell’ottobre 2019, di ritirare le truppe statunitensi dal nord della Siria fu interpretato da molti osservatori come un gesto di deferenza verso le richieste di Ankara di contrastare le milizie curde del YPG (Unità di Protezione Popolare), considerate dalla Turchia una propaggine del PKK. La decisione, criticata internamente negli USA, sancì di fatto il riconoscimento implicito di un margine d’azione autonoma turco in Siria, pur a costo di compromettere i rapporti con gli alleati curdi.
Sotto la superficie del rapporto personale tra Trump ed Erdoğan, le tensioni strutturali restarono profonde. Ricordiamo l’acquisto da parte della Turchia dei sistemi missilistici russi S-400, che violava gli impegni derivanti dalla cooperazione NATO e sollevava preoccupazioni sulla sicurezza delle tecnologie occidentali, in particolare quelle dei caccia F-35. Washington reagì imponendo sanzioni sotto il “Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act” (CAATSA) e sospendendo la partecipazione turca al programma F-35 nel 2019. Questo episodio segnò un punto di svolta: la Turchia, pur restando formalmente alleata, si era avvicinata strategicamente alla Russia in un settore altamente sensibile.
Parallelamente, la politica energetica turca tese a rafforzare la sua autonomia attraverso progetti come TurkStream, che aumentavano la dipendenza energetica dalla Russia e riducevano quella dai canali controllati dagli alleati occidentali. L’approccio di Trump, spesso concentrato su logiche economiche immediate piuttosto che su visioni strategiche di lungo periodo, non riuscì a contenere queste dinamiche, lasciando spazio a un’evoluzione più assertiva della politica estera turca.
L’atteggiamento di Erdoğan durante il periodo trumpiano mostrò una raffinata capacità di sfruttare le divisioni interne all’Occidente. La Turchia si presentò come potenza pivotale capace di negoziare simultaneamente con Russia, Stati Uniti e Unione Europea, mantenendo ambiguità tattiche che amplificavano la propria autonomia. L’intervento turco in Libia (2019–2020), l’espansione della presenza militare nel Caucaso meridionale e la crescente influenza in Africa subsahariana dimostrarono la capacità di Ankara di agire come attore strategico indipendente.
Trump, da parte sua, interpretò l’alleanza con Ankara in chiave transazionale: la Turchia era utile come baluardo contro la Russia e come mercato strategico per l’industria militare statunitense, ma non rappresentava più un alleato di valore sistemico come durante la Guerra Fredda. Questa impostazione, unita alla tendenza di Erdoğan a perseguire un’autonomia decisionale crescente, determinò una transizione significativa nel carattere dei rapporti bilaterali, che da “alleanza strategica” si trasformarono in una relazione ibrida, oscillante tra cooperazione e competizione.

Assetto favorevole
Se osserviamo con attenzione l’attuale scacchiere della regione, possiamo notare una serie di condizioni favorevoli ad un intervento militare americano.
Cominciamo con il nuovo accordo TRIPP, già commentato in un precedente articoli, che stabilisce la presenza americana per 99 anni nella regione del Caucaso, definendo un nuovo allineamento fra USA-Azerbaigian-Armenia, tagliando in parte le rotte fra Russia e Iran, inserendo un cuneo nel delicatissimo punto di congiunzione della regione del Nakcivan e in generale di tutta l’Anatolia orientale. Certo, Turchia e Azerbaigian godono di una forte amicizia, riconfermata anche nel recente conflitto nel Nagorno-Karabakh, ma la Turchia, a differenza degli USA, non offre lo stesso tipo di investimenti, e a Baku le ambizioni sono molto alte, quindi il livello deve essere mantenuto.
Sempre ad Est, abbiamo l’Iran, già in rapporti molto tesi con la Turchia, soprattutto a causa del sostegno turco a Israele, sia diretto che indiretto. Le tensioni non sono tanto quelle delle zone di confine, quanto quelle diplomatiche e militari. La Turchia ha la maggior parte delle basi militari nazionali nel centro e nell’occidente del Paese, mentre nella parte orientale ci sono alcune basi NATO.
A Sud, la questione Siria ed Iraq. Qui il gioco si fa interessante. La nuova Siria balcanizzata è tale anche grazie alla collaborazione del governo di Ankara. L’attuale situazione non risulta simpatica, dal punto di vista religioso, per nessuno dei Paesi islamici della macroregione. Ma ancor più interessante è considerare come il governo di Al Jolani si sia posizionato i mezzo ad una serie di garanzia studiate al millimetro, che ora fanno della Siria una “carta da giocare” per altre potente. Ad esempio per la Russia, che non solo ha ottenuto sin da subito di non dover rimuovere le proprie basi, ma addirittura ha avuto la concessione per il loro ampliamento, e i colloqui fra i politici siriani e quelli russi sono stati positivi, lontani da tensioni evidenti e senza troppe chiacchiere internazionali, il che fa pensare ad una certa serietà delle conclusioni raggiunte. E non solo: alla caduta di Assad, la Russia era già defilata, ha accolto il leader in fuga e lo protegge sotto la propria bandiera, ma è ben lontana dal pensare ad una operazione di “riconquista” della Siria.
Ad Ovest, la Turchia può contare sull’appoggio di… in realtà di poco o niente. La Grecia ha un odio atavico nei confronti dei turchi, e non sarà certo l’Italia ad offrirsi in soccorso.
A Nord, il Mar Nero. Troppo importante per essere lasciato in mano ad un leader che sembra non essere più nelle grazie delle super-potenze come prima.
C’è da notare anche il progressivo posizionamento delle navi da guerra statunitensi proprio attorno alla grande penisola anatolica. Una mossa che, letta sul lungo periodo, risulta coerente con la strategia di un conflitto distante nel tempo.
Conflitto che, è chiaro, prima di diventare diretto e convenzionale – cosa molto svantaggiosa in quella regione – sarà ibrido e quindi informativo, commerciale e, sicuramente, sulla sponda religiosa.
Poi non bisogna dimenticare la questione NATO. Laddove Trump sta ribadendo la volontà di smantellare la NATO e sta prendendo sempre più le distanze da essa e da ciò che rappresenta la sua leadership euro-centrica, la Turchia, che è membro dell’Alleanza dal 1952 ed ha il secondo esercito più numeroso dei Paesi membri, è inevitabilmente un potenziale obiettivo di influenza e pressione. Se, infatti, la NATO perde la Turchia, resta scoperto il fronte Sud-Est, con accesso a ben tre continenti. Uno svantaggio geostrategico non di poco conto.
Non bisogna, tuttavia, sottovalutare la forza della Turchia. La sua posizione è tanto strategica da essere quasi irrinunciabile. Attualmente, buona parte del successo dei Paesi del Caucaso e del loro business con l’Europa, deriva proprio dall’accesso al continente tramite la Turchia. Poi è anche una garanzia militare, che bilancia sia gli interessi occidentali che quelli orientali, riuscendo comunque a mantenere uno stallo che è vantaggioso per ambo le parti, almeno per ora. Questo significa che la “sostituzione” della Turchia non è un affare facile, non si risolve in poco tempo e non è certo un progetto esauribile con una operazione militare speciale o una blitzkrieg. Il lavoro americano, probabilmente di concerto con gli altri Stati interessati, richiederà in ogni caso un lungo tempo, magari caratterizzato da eventi ad alto impatto, ma pur sempre un tempo prolungato.

Problemi religiosi
La questione religiosa, poi, è un punto dolente per la Turchia di Erdogan. Il leader di Ankara ha provato più volte, in passato, a lanciare una sua alleanza di Stati islamici, ha cercato di avvicinare partner e diventare una guida credibile, ma non ha mai raggiunto né la credibilità, né la legittimazione da parte degli islamici di varie ragioni e denominazioni.
In particolare, lo scontro con l’Iran è stato determinante: la Turchia ha sostenuto sia la transizione in Siria, ha facilitato Israele ed ha, ancora, le basi del Grande Satana. La Guida Suprema Ali Khamenei ha più volte ribadito quale è la linea della lotta islamica, che non tollera chi sostiene in alcun modo i terroristi tagliagole, né tantomeno l’entità sionista.
Qui si collega anche la relazione che la Turchia intrattiene con l’Arabia Saudita (uno dei Paesi che è parte del “Grande Satana”). Le due potenze regionali, a maggioranza islamica sunnita, hanno ambizioni divergenti ed hanno attraversato fasi alterne di cooperazione e rivalità, riflettendo gli equilibri mutevoli del Medio Oriente post-primavere arabe. Entrambi gli Stati aspirano a un ruolo di leadership nel mondo islamico, ma differiscono profondamente nelle rispettive visioni dell’ordine regionale: Ankara tende a proporsi come portavoce di un islam politico moderato e transnazionale, mentre Riad difende un modello di stabilità basato sul conservatorismo monarchico e sull’egemonia del Golfo.
Dopo un periodo di relativa distensione negli anni 2000, segnato da una convergenza economica e commerciale, le relazioni si irrigidirono a partire dal 2011. La Turchia di Erdoğan sostenne apertamente i movimenti della Fratellanza Musulmana in Egitto, Tunisia e Siria, considerandoli strumenti di riforma e democratizzazione. L’Arabia Saudita, al contrario, li percepiva come minacce esistenziali al proprio modello politico e si pose come principale sponsor del contro-rivoluzionarismo arabo. Tale divergenza ideologica si tradusse in una vera e propria competizione per l’influenza sull’Islam sunnita e sulle transizioni post-rivoluzionarie.
Sul piano militare, le tensioni emersero in modo evidente nel teatro siriano e in quello yemenita. In Siria, Ankara puntava alla caduta del regime di Bashar al-Assad, ma mantenendo relazioni flessibili con attori islamisti; Riad, pur condividendo l’obiettivo anti-Assad, diffidava dell’agenda turco–qatariota per il timore che rafforzasse la Fratellanza. In Yemen, invece, la Turchia si è tenuta a distanza dall’intervento guidato dall’Arabia Saudita nel 2015, preferendo un approccio diplomatico.
Il punto di minimo nella relazione si raggiunse con l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato di Riad a Istanbul nel 2018. Ankara sfruttò l’episodio per indebolire l’immagine del principe ereditario Mohammed bin Salman, ponendo in evidenza le contraddizioni morali del regime saudita davanti alla comunità internazionale. Tuttavia, a partire dal 2021, un graduale processo di normalizzazione ha preso forma, favorito da esigenze reciproche e la Turchia, colpita da difficoltà economiche e isolamento diplomatico, ha cercato di ricomporre i rapporti con le monarchie del Golfo, mentre l’Arabia Saudita, impegnata nel ridimensionamento del conflitto yemenita e nel perseguimento della strategia “Vision 2030”, ha optato per un pragmatismo regionale.
Oggi, la cooperazione economica e la partecipazione sostenuta di imprese turche nei progetti infrastrutturali sauditi rappresentano i principali strumenti di riavvicinamento. E questa scelta non è stata affatto casuale. C’è stata una svolta dopo anni di antipatia che adesso fa molto riflettere tutti i protagonisti regionali.
Sul piano militare, nonostante persistenti diffidenze strategiche, si registrano aperture nel campo della difesa tecnologica e della produzione congiunta di droni e sistemi d’arma, ambiti in cui Ankara è divenuta un attore competitivo, un’evoluzione che suggerisce una trasformazione della rivalità ideologica in competizione regolata, caratterizzata da un equilibrio pragmatico volto a stabilizzare i rapporti in un Medio Oriente sempre più multipolare.
Però tutto questo dovrà essere pesato sulla bilancia della religione. Perché, non dimentichiamocelo, il peso del giudizio religioso può essere determinante per delegittimare o addirittura squalificare del tutto la Turchia di Erdogan.
L’era Trump, dunque, ha rappresentato per le relazioni USA-Turchia un laboratorio di politica internazionale in cui il personalismo e il pragmatismo hanno temporaneamente offuscato i parametri storici e istituzionali della cooperazione bilaterale e dove le divergenze emerse sotto la superficie restano tuttora attive: differenze di visione sulla NATO, la gestione dei rapporti con la Russia, la politica mediorientale e la democrazia interna turca.
La Turchia continua a rappresentare per Washington un alleato utile, non più necessario, e certamente problematico. Nel mentre che ad Ankara si muovono nella direzione di assumere maggior autonomia e sovranità regionale, le altre potenze si muovono in un accerchiamento di cui non tarderemo a vedere gli esiti, forse già in questo anno 2026.