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Emancipazioni al plurale

di Vincenzo Costa - 29/01/2026

Emancipazioni al plurale

Fonte: Vincenzo Costa

Ci sono molte ragioni per le quali la distinzione Destra/sinistra non funziona, e soprattutto non ci permette di cogliere le sfide attuali. In questi anni ne abbiamo parlato molto, senza convincere le persone che mi sarebbe piaciuto convincere, soprattutto amici di sinistra cari e che stimo, con alcuni dei quali abbiamo una storia comune, e senza convincere amici cari di destra che ogni tanto ritirano fuori il pericolo comunista rappresentato da Draghi.
Ma tra queste ragioni quella forse più importante riguarda la nozione di emancipazione, che unifica tutta la sinistra, da quella marxista a quella liberale, dai renziani ai piddini sino ad alcuni amici intelligenti e colti:
Si assume che vi sia UNA SOLA emancipazione, che alcuni popoli siano indietro rispetto a questa, e che al massimo si tratta di rispettare la differenza di tempi. 
Qualche collega intelligente e colto parla di “temporalità multiple”, ma di fatto intende che rispetto all’unica direzione emancipativa alcuni sono indietro e bisogna rispettare i loro tempi.
Io credo che sia un blocco mentale, che sia l’universalizzazione di una concezione molto particolare, che è quella che domina, oggi, le nostre società.
Determiniamo noi stessi come ciò che tutto il mondo deve diventare. Determiniamo noi stessi come la forma di vita desiderabile. Chi non la desidera è uno che ha soppresso il proprio desiderio. 
Alcune donne pongono se stesse come il modello di emancipazione della donna, come se tutte le donne del mondo non potessero desiderare altro.
È una concezione arretrata, concettualmente un mito senza base nella ricerca filosofica, antropologica, nello studio delle culture, delle epoche storiche. 
È questa concezione a rendere il discorso emancipativo solidale con tutte le forme di imperialismo, di regime change, di colonizzazione. La CIA adora questi discorsi. 
Sono questi dispositivi concettuali ad avere trasformato il discorso emancipativo in un discorso del potere. 
Ci siamo imprigionati nell'idea secondo cui SI DEVE IMPORRE L'EMANCIPAZIONE. Ci sono gli altri buoni, quello che ci lodano e vogliono occidentalizzarsi, e quelli cattivi, che vogliono restare nella loto cultura.
Si parla di alterità, ma poi si proietta sull’altro la propria identità, l’altro è uno che non ce l’ha fatto o che non ha ancora raggiunto se stesso, cioè non è diventato come noi. Questo delirio imperiale ha invaso tutto il discorso emancipativo.
Io penso che sia tra i concetti che dobbiamo lasciarci alle spalle. 
Gli altri non desiderano diventare come noi.
Desiderano emanciparsi, ma non desiderano la nostra emancipazione, non desiderano essere come noi.
Ogni cultura muta, cambia, ma ogni cultura cambia mantenendo il proprio principio di sviluppo culturale. Essa si chiude in se stessa, deve farlo, quando c’è una minaccia esterna che mira a dissolvere la propria identità e il proprio principio di sviluppo culturale. 
Siamo noi che, cercando di imporre la nostra emancipazione, blocchiamo lo sviluppo naturale delle altre culture, perché nella nostra idea di emancipazione c’è un odio profondo verso l’alterità, e questo odio deriva dall’insicurezza, dal fatto che non riusciamo a stare nella differenza. 
Bisogna imparare a stare nella distanza dalla verità. Se c’è qualcosa di universale che dobbiamo apprendere è come stare nella distanza, come sopportarla.
Giacobbe lottò con l'angelo, forse contro il suo desiderio di possedere la verità, forse lotto contro angeli, secondo un'altra interpretazione, divenne Israele, forse uno che cammina storto. 
Forse dobbiamo imparare a camminare storto, a vivere la storia non come una direzione ma come un insieme di sfide, di sentieri che si interrompono, come una serie di appuntamenti, di occasioni.
Il problema oggi è capire qual è l'appuntamento, arrivare in tempo, perché forse siamo davvero fuori tempo, siamo rimasti indietro rispetto alla vita.