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Il romanzo come resistenza: manifestarsi contro il mondo sopra il suolo

di Anthony Marinier - 27/08/2026

Il romanzo come resistenza: manifestarsi contro il mondo sopra il suolo

Fonte: éléments

Il romanzo come resistenza: un'altra storia letteraria francese

Gustave Thibon, Jacques Ellul, Bernard Charbonneau, Jean-Claude Michéa, Alain de Benoist... La Francia ha una tradizione di pensatori che sono critici nei confronti della modernità, della tecnologia e del liberalismo, che hanno sfidato l’uniformità del mondo. Quello che sappiamo di meno sono le loro controparti in letteratura.

Un lignaggio letterario, tuttavia, passa attraverso un secolo di scrittura, da Jean Giono a Olivier Maulin, attraverso Henri Vincenot, Maurice Genevoix, Christopher Gérard, Bertrand Lacarelle, Bruno Favrit o Pierric Guittaut, e ramifica fino ad altri scrittori – Sylvain Tesson, Pierre Michon, o Erik L’Homme. Né omogeneo né dogmatico, questo lignaggio non è mai stato costituito a scuola o manifesto. Non è una corrente organizzata o un programma politico o ideologico, ma una diagnosi comune, la stessa intuizione, una convergenza sensibile e spirituale.

Ciò che sta alla base dei loro romanzi è la critica della modernità che non è solo il progresso tecnico, la rivoluzione economica o la modifica della morale, ma una forza di dissoluzione. Scioglie gli effetti personali, i legami, i paesaggi, i simboli, i ritmi, le identità. Sostituendo la comunità con l’individuo, il radicamento da parte del nomadismo, la memoria per l’attualità, produce uomini non correlati e un mondo inabitabile. Per farvi fronte, questa letteratura evoca un altro modo di abitare il mondo e propone una biforcazione, un rallentamento, una ri-sacralizzazione.

Una critica carnale della modernità liberale

Questa linea non ha mai prodotto un manifesto comune. Non ne ha bisogno. Lei scrive, racconta, trasmette. Rende la letteratura una zona di resistenza, dove il mondo non è ancora soggetto all’universo della merce. La loro resistenza non è né militante né teorica: è concreta, esistenziale. In Vincenot prende la forma di un’antica saggezza trasmessa. A Genevoix e Giono, quello di un legame fedele alla terra, una perseveranza silenziosa. A Maulin, diventa una farsa tragico-comica. Ma in questi autori è la stessa certezza: la modernità liberale è una forza di lacrimazione. Scompone gli effetti personali, distrugge i paesaggi, sostituisce la conoscenza incarnata con una conoscenza astratta e funzionale.

Queste considerazioni si uniscono a quelle emesse da molti filosofi. Ma dove concettualizzano, i romanzieri incarnano. Presentano personaggi che vivono all’esterno o ai margini della società che non sempre acquistano, che trasmettono, riparano, scambiano, rifiutano velocità e prestazioni, rifiutano il consumo cieco, l’urbanizzazione di paesaggi e stili di vita. I romanzi di Henri Vincenot offrono una traduzione sensibile, rivelando la perdita ontologica che maschera il discorso del progresso. In La Billebaude, scrive: “È qualcosa di diverso dai francesi che siamo fatti oggi, francesi di marciapiedi – e cinema, cotone francese, persi non appena hanno messo piede in una foresta...” 1

Stessa intuizione per Maurice Genevoix che si rammarica in Raboliot, la regolamentazione e la privatizzazione delle aree di caccia: “E se pochi uomini, più ricchi, prendessero il diritto di cacciare, se difendessero il loro diritto con il sostegno delle leggi, [–], non ci sono altre leggi più vecchie, che cercherebbero invano nei codici, ma che i ragazzi di Sologne conoscono bene poiché li sentono » 2

Quasi un secolo dopo, nei romanzi di Olivier Maulin, la modernità non è più solo una minaccia; è diventata una farsa, una farsa. I Vangeli del lago, Il Bocage Nuoto o Il Tempo dei Lupi presentano dettami urbani in fuga emarginati, schermi, gestione permanente. Di fronte alle procedure e agli standard di un mondo liberale che ha svuotato l’esistenza della sua carne, i suoi personaggi vogliono “respirare” – anche se flirta con l’assurdo. Maulin ha ottime pagine per descrivere l’azienda di sradicare il mondo concreto che stiamo vivendo. In Le Bocage à la 3nage 3, scrive: “C’erano riorganizzamenti intensivi, la distruzione delle siepi sovvenzionate dallo Stato, il riempimento dei laghetti, l’omicidio di rane che ridevano e tritoni crestati, l’allargamento degli appezzamenti e la monocoltura: dove si coltivavano dieci specie, ce n’era solo una che doveva essere inondata con il “ Un milione di cinquecentomila chilometri di siepi lacerate [...] Distruzione irreversibile. L'equilibrio ecologico ancestrale rotto per sempre. Vandalismo venduto con il nome di progresso. »

Il Sacro Contro La Tecnica

Il sacro che è a filo con loro non è quello dei dogmi, ma quello dei luoghi. Nasce da sorgenti, foreste, colline, bestie. È locale, non esportabile. Non puoi globalizzare una fonte, non puoi standardizzare un boschetto. Viene tramandato di generazione in generazione. Questa trasmissione è al centro dei romanzi di Vincenot, in particolare La Billebaude. Nonno Tremblot trasmette a suo nipote Henri la sua conoscenza: “Sapeva tutto del paese, non come conosciamo un libro, ma come conosciamo un volto”, scrive Vincenot che contrappone questa conoscenza incarnata con la conoscenza tecnica e oggettiva.

Questa sensazione si affianca alle idee sviluppate da Bernard Charbonneau 4 o Jacques Ellul 55, per il quale la tecnica moderna non si limita ad aggiungere strumenti, riconfigura completamente il rapporto con il tempo, lo spazio e il living, sostituisce l’ambiente di vita con un ambiente funzionale, governato dall’efficienza. Vincenot mostra gli effetti concreti: la perdita dei sensi, la rottura delle stirpi, la crescente ignoranza del luogo in cui viviamo.

Nel Papa delle Lumache 66, la figura della Gazzetta, un profeta errante e scherno, incarna questa critica in una forma stravagante. Proclamandosi “papa delle lumache”, egli si oppone al regno della velocità e delle prestazioni una saggezza lenta, umile, quasi animale. Scrive Vincenot: “Le bestie sanno ancora ciò che gli uomini hanno dimenticato. In Le stelle di Compostela 77, l'autore borgognone va anche oltre, identificando la radice spirituale di questa distruzione. La modernità ha spezzato ciò che l’uomo legato a cicli, luoghi, forze invisibili: “La terra non è silenziosa, sono gli uomini che sono diventati sordi”, scrive.

L'uomo moderno, ubriaco di maestria, ha perso l'intelligenza dei vivi. I villaggi sono svuotati della loro anima, gli uomini non possono più leggere la terra, i paesaggi sono ridotti a superfici sfruttabili. In Le Bocage à la nage, Olivier Maulin si rammarica di questa conoscenza dimenticata: “C’erano ancora luoghi dove non costruivamo. Non per superstizione, hanno detto, ma per rispetto. Mares, boschetti, appezzamenti che sono stati lasciati tranquilli, perché lo avevamo sempre fatto. La modernità chiamava queste aree perdute; sapevano che erano i limiti necessari. »

La tecnica è diventata una sostituzione sacra che non tollera più alcun limite. Questi autori riattivano un altro sacro, né morale né astratto, ma radicato. Uno sacro che non promette la salvezza, ma l’appartenenza. La loro letteratura non è una nostalgia popolare, ma una controteologia carnale: afferma che l’uomo non può vivere senza limiti, senza riti, senza luoghi simbolicamente investiti

Radicamento e ruralità pagana: la rinascita di un altro religioso

Tutti questi autori mettono radici nelle loro piccole terre carnali. Borgogna per Vincenot, i Vosgi per Maulin, Provenza a Giono, Sologne a Genevoix o Pierric Guittaut, Anjou a Bertrand Lacarelle... Per loro, la campagna non è un rifugio, ma un mondo in sé – un mondo completo, abitato, sacro.

A Giono, il sacro è costantemente presente nella natura (specialmente nella sua trilogia di Pan 8: Hill, Regain, Un de Baumugnes); per Vincenot, si manifesta sotto forma di memoria viva; in Maulin, è un rifugio primitivo e carnevalesco. Ma tutti condividono l’intuizione che nella deriva della merce e del tecnico, l’umano perde una dimensione essenziale. Il sacro riappare come soglia di resistenza, non per ripristinare un ordine antico, ma per offrire risorse, prime narrazioni, forme di riincanto.

Vincenot : Borgogna come cosmo

Radicato in una Borgogna aperta a tempo immemorabile, Vincenot celebra un pagano sacro dove tutta la natura è una comunità vivente. Questo sacro è radicato in luoghi, stagioni, gesti (caccia, raccolta, raccolta, lavoro con il legno), conoscenza (cure, proverbi) e credenze locali che formano una liturgia pagana. Mette in scena un conflitto metafisico: da una parte le forze della continuità, della trasmissione, della compagnia con la natura; dall’altro, l’astrazione, l’apertura, la dimenticanza: “Senza la nostra conoscenza, lentamente, coraggiosamente, ostinatamente, siamo stati lacerati dal singolarismo pagano, per prepararci agli scambi universali 9fecondi” 9.

Con Les Étoiles de Compostela, Vincenot va anche oltre.Les Étoiles de Compostelle Il romanzo fa emergere una concezione esplicitamente pre-cristiana del sacro, alimentata da druidi, cicli cosmici, memoria lunga: “l’immaginazione è un serbatoio alimentato da fiumi provenienti da lontano”. La terra è attraversata da “correnti”, forze invisibili che gli uomini moderni non possono più leggere.

Giono : paganesimo organico

Nella sua Trilogia Pan, Giono sviluppa una visione del mondo profondamente panteista e pagana, ma di natura diversa da Vincenot. La sua Provenza non è solo un arredamento, ma una forza attiva. La natura è viva e i suoi personaggi (pastori, contadini e marginali che vivono secondo le leggi prima dello stato e del mercato) sono soggetti a forze che le superano.

In Giono, il sacro si manifesta direttamente nella natura stessa, nella terra, nel vento, nella linfa, nella roccia, nelle bestie e nei cicli della vita. Il suo paganesimo è tellurico, e l’uomo è solo un elemento di un grande organismo vivente. Questo è particolarmente sorprendente in Regain. La storia (Panturle cerca di far rivivere un villaggio di cui è l’unico abitante) fa sentire i ritmi del tempo, le stagioni, le presenze invisibili degli elementi. L’uomo è costruito in interazione con la natura, fino a fondersi con essa. Panturle sperimenta fisicamente la presenza del vento e del terreno come se stesse partecipando alla loro vita: “Il vento si appoggia su di esso con tutto il suo peso, da grandi colpi, lunghi e pesanti, poi, vola via, [–]. Queste altre cose a cui pensava, che sono nella sua pelle come aceti o acque dolci, fluiscono anche da lui spremuto dal vento; ed è anche l’erba e la terra che la bevono. »

Genevoix : un sacro senza trascendenza

A Maurice Genevoix, la Loira, le sue rive e foreste, diventano il cuore pulsante di un altro mondo possibile. In Raboliot, il personaggio principale (chiamato Raboliot perché sembra un coniglio di raffati) è un corpo con la natura. Lo vedeva, il letto, lo respirava come un ambiente originale. La foresta è qui un organismo vivente – ma, a differenza di Giono, non è una visione cosmica: è un’esperienza sensoriale e pratica, quella del cacciatore.

Il legame nel mezzo è quasi sacro, ma è un orizzontale sacro: sotto forma di sensazione, gesto, memoria vissuta incorporata fin dall’infanzia: “Bestia da bestia, filo d’erba per filo d’erba, fin dalla sua primissima infanzia aveva imparato questo paese. »

Il mondo che Genevoix descrive in Raboliot è minacciato: quello dei pescatori, dei cacciatori, degli uomini legati dagli usi, silenzi, fidelità. Un veterano del 1914, Genevoix sa cosa sono le moderne meccaniche di distruzione. I suoi personaggi (Rabolot in testa) non sono quindi ingenui; sono attraversati dalla coscienza del pericolo. È proprio questa coscienza che dà al suo lavoro il suo tono di resistenza.

Il Carnevale Paganesimo di Maulin

L’ambizione di Maulin è quella di ri-incantare il mondo. I suoi eroi (spesso emarginati e a volte semi-idioti) cercano di riattivare i miti, le tradizioni, per immaginare le contro-società per disgusto per il mondo contemporaneo. A Le temps des loups 10, mette in scena un “paganesimo di destra”: un immaginario allo stesso tempo mitologico, identità e ironico. Il romanzo evoca diversi aspetti di questa immaginazione: la foresta sacra, la fratellanza virile, il totem animale (il lupo) e la saggezza arcaica che affronta il mondo moderno decadente. Il leader del « “frank-lumbersce” – una comunità antica e radicata – presenta la sua fratellanza: “Siamo i sostenitori delle verità eterne che il mondo ha pensato bene dimenticare. [–] Siamo gli sciocchi, innocenti e crudeli. Siamo disciplina e fratellanza, i cacciatori dell'Orda e gli educatori. »

In ciascuno dei suoi romanzi, si sostiene l'immaginazione pagana. Il paganesimo di Maulin è un tentativo di trovare un significato in un tempo disincantato, di pensare al ritiro dal mondo moderno. In I Vangeli del Lago 1111, presenta il funzionamento di una comunità: “Qui, non sono state né le leggi né il denaro che governava davvero. Tutto questo non pesava molto di fronte a quello che era sempre esistito. Era la Natura selvaggia e primitiva che governava il mondo, con le sue regole, i suoi capricci, anche la sua violenza. Gli uomini passarono, si agitarono, sparirono, e lei rimase. Chi l'aveva dimenticato ha sempre finito per pagarlo. E inoltre: “Non hanno pregato come pregavano nelle chiese. Non c'erano regole o catechismo, solo gesti, vino, corpi, notti passate fuori. Alcune serate sembrava che stessero facendo un culto osceno a qualcosa di più vecchio di tutte le religioni. Un sacro senza morale, senza promesse, ma molto reale, radicato nella terra e nella carne. »

Le comunità radicate

Questa linea letteraria non parla semplicemente di campi, foreste o villaggi. Riafferma che la comunità è il fondamento della resistenza alla cancellazione e a ciò che ci nega. Nei romanzi di Giono e Vincenot, la comunità (anche ridotta a pochi abitanti del villaggio) funziona come una microsocietà organica e non è mai una struttura amministrativa. È una fratellanza carnale, nata dalla frequentazione dello stesso vento, della stessa acqua, dello stesso terreno. Ognuno ha il suo posto, non per contratto, ma per appartenenza.

Bertrand Lacarelle in Retour aux ferges 12 presenta pendolari rurali e neo-rurali che formeranno una comunità in lotta contro una staffetta dell’antenna che urba il loro paesaggio: “I falsari ci hanno superato, e dobbiamo rendere loro omaggio, ne siamo ispirati. Si sentivano molto prima di noi – già nel XX secolo nella trasformazione terminale e teratologica – che ci voleva per sopravvivere, per rimanere umani, per mettersi al divieto della civiltà post-moderna. Questi falsari capirono che dovevamo tornare in campagna. Poeti, scrittori, filosofi, figli o meno contadini: sono fuggiti dalle megalopoli, da questi laboratori della catastrofe generale, da queste pozze di transumanesimo e post-umanesimo a venire. Si sono rapidamente rifugiati, come quegli animali che sentono arrivare l’onda di marea, mentre gli esseri umani si precipitano sulla costa per fare un selfie”.

Dal bocalingua normanno alla foresta dei Vosgi, Maulin immagina in molti dei suoi romanzi piccole comunità che complottano contro la modernità, truppe di fortuna che reinventano le forme di vita della comunità di fronte all’Impero del vuoto.Nei Vangeli del lago, Maulin mette in scena una comunità marginale, quasi eretica, fuori dallo stato e dal mercato: “Vivevano lì senza chiedere il permesso a nessuno, e »

Quello che emerge da ciascuno di questi romanzi è una forma di rivolta senza bandiera, militante o organizzata. Una rivolta della carne contro l’astrazione, del terroir contro la rete mondiale, della memoria contro l’istantaneo. Testimonianze a volte antiche, queste opere diventano libri di testo di immaginazione per reinventare i mondi possibili. In un momento di desertificazione delle campagne, la chiusura dei servizi pubblici, la standardizzazione degli stili di vita e le catastrofi ecologiche, prendono nuove notizie.

Per una letteratura radicata: manifestarsi contro il mondo sopra il suolo

Questo lignaggio letterario si oppone al regno della Tecnica e dell’illimitanza, al limite e alla fedeltà al luogo. Ricorda che l’uomo non vive in flusso, ma su legami; non sui diritti astratti, ma con gli effetti personali concreti. Designa ciò che merita di essere difeso: la terra come luogo di vita, la comunità come struttura di significato, la lunga memoria come forza attiva. Scrivere oggi in questa filiazione significa rifiutare il mondo fuori terra, l’uniformità e la dimenticanza. Riattivando le narrazioni radicate, restituendo carne a luoghi, gesti ed effetti personali, apre uno spazio in cui altri modi di abitare il mondo rimangono pensabili.

In questa prospettiva, il lettore non è solo un consumatore; diventa un attore e, forse, un contrabbandiere. Perché la nostra lotta è culturale, carnale, esistenziale, e non può essere ridotta a posizioni politiche o costruzioni ideologiche. Se è limitato a questo terreno, rimane astratto, disincarnato, e finisce per riprodurre ciò che sostiene di combattere. Per questo deve investire tutti i fronti. Il linguaggio, prima di tutto, che plasma la nostra percezione della realtà. L’immaginario allora, che conserva le sfumature, le eredità e le radici. Le forme di vita finalmente – gesti, ritmi, paesaggi, comunità – che danno carne a ciò che le idee da sole non possono incarnare.

 

Note :

1. Henri Vincenot, La Billebaude, 1978, Denoël

2. Maurice Genevoix, Raboliot, 1925, Grasset

3. Olivier Maulin, Nuoto Bocage, 2013, Balland

4. Bernard Charbonneau, Il giardino di Babilonia, 1969, Gallimard

5. Jacques Ellul, tecnico di Le Système, 1977, Calmann-Lévy

6. Henri Vincenot, Il Papa delle Lumache, 1972, Denoël

7. Henri Vincenot, Les Étoiles de Compostela, 1982, DenoëlLes Étoiles de Compostelle

8. Jean Giono, Hill, 1929; Un de Baumugnes, 1929; Regain 1930, Grasset

9. Henri Vincenot, La Billebaude, 1978, Denoël

10. Olivier Maulin, Il tempo dei lupi, 2022, La ricerca notturna

11. Olivier Maulin, I Vangeli del Lago, 2008, Lo spirito delle penisole

12. Bertrand Lacarelle, Ritorno alle felci, 2025, Le Cherche-midi

(Sito della rivista Éléments, 16 agosto 2026)