Gli Dei confondono chi vogliono perdere, ovvero, la parabola degli USA (e di Israele)
di Salvo Ardizzone - 16/07/2026

Fonte: Italicum
Premessa
L’Asia Occidentale è la parte di mondo in cui il dominio americano è stato più evidente e pervasivo, per decenni sfacciato, e il Golfo Persico ne è stato l’epicentro. Dagli anni successivi al secondo conflitto mondiale, i gruppi di potere che si sono alternati a Washington (è semplicistico quanto riduttivo dire Stati Uniti tout-court, come se fossero un monolite) vi hanno costruito un modello di dominio che – crollata l’URSS – ha avuto l’unica contrapposizione nella Rivoluzione Islamica.
È stato un sistema che vedeva al centro gli USA e le loro basi militari, con attorno una rete di poteri, famiglie regnati e stati (in genere sovrapponibili) interessate al mantenimento di uno status quo che percepivano conveniente ai loro interessi e perpetuazione. Un sistema che ha avuto in Israele un pilastro fondamentale e inaggirabile, di crescente rilevanza e autonomia, unico soggetto a cui gli USA hanno riconosciuto il ruolo di alleato paritario; a guardar bene, negli ultimi anni anche di più.
Il patto che ha retto tutto era semplice: gli Stati Uniti avrebbero (il condizionale è d’obbligo visti gli eventi) garantito la sicurezza e la stabilità dell’area; in cambio, i potentati del Golfo Persico avrebbero alimentato il fiume dei petrodollari e, con essi, sostenuto l’economia e, massimamente, la finanza americana, costruendo una fitta rete d’interessi che nel tempo ha raggiunto il valore di diversi trilioni.
Come detto, il nemico unico era la Rivoluzione Islamica, che per questo è stata la bestia nera di americani, israeliani e loro partner. Per spiegare l’avversione fra i potentati arabi dell’area e l’Iran, la narrazione occidentale s’è inventata la balla di una conflittualità settaria fra sunniti e sciiti; un errore da matita blu originato da ignoranza e dalla convenienza nel depotenziare le ragioni di uno scontro fra due visioni del mondo opposte, fra chi intendeva stabilizzare quel sistema di potere per propria convenienza e chi voleva rovesciarlo ritenendolo iniquo.
Uno scontro che si è dilatato col sorgere dell’Asse della Resistenza, costituito dai soggetti statuali e non statuali che si riconoscono nella Dottrina della Resistenza, in Occidente liquidati con interessata superficialità come proxy dell’Iran, ma che proxy non sono affatto perché ciascuno di essi ha un’agenda peculiare, non sovrapponibile, che rispecchia la propria differenziata realtà culturale, sociale, politica ed economica, pur riconoscendosi in una lotta comune.
La dinamica dell’area si è espressa in questo confronto/scontro che ha avuto considerevoli sviluppi nei decenni; non intendo ripercorrerli ma sottolineo che, senza quella lunga, assai lunga preparazione, il 7 Ottobre e tutto ciò che è avvenuto dopo sarebbe stato impensabile. Quel giorno ha sancito uno spartiacque fra il prima e il dopo, dando il via a una catena di eventi che hanno investito l’intero assetto del potere americano nella regione destrutturandolo, con pesanti ripercussioni globali che hanno ferito al cuore l’essenza del preteso Egemonismo USA.
7 Ottobre: il punto di svolta
La prima riflessione da fare per comprendere portata e conseguenze del conflitto che ha insanguinato e, siamone certi, continuerà a insanguinare il Medio Oriente è che esso è unico, anche se combattuto su vari fronti. Anzi. È questa capacità dell’Asse della Resistenza di gestire teatri separati nell’ambito di un’unica strategia ad aver fatto la differenza nei confronti di un potere che ha dimostrato di non averne alcuna che non sia il puro e bruto uso della forza. Peccato per lui che il semplice esercizio della violenza non conduca a vittoria, perché essa non dipende dalle distruzioni arrecate all’avversario ma dal conseguimento degli scopi di un conflitto. Guardare a Vietnam, Afghanistan, Iraq e via discorrendo per averne conferma. E, peccato ancora per lui, che l’Iran e l’Asse della Resistenza abbiano mostrato una straordinaria capacità di gestire un conflitto coerentemente a lucida strategia che ha saputo leggere gli eventi, volgendoli sistematicamente a proprio favore.
Per la Resistenza non si tratta di fortuna, meno che mai di ridondanza di risorse – è l’esatto contrario – è piuttosto la razionalità di chi comprende l’altro da sé, ha consapevolezza dei punti di forza dell’avversario e ancor più delle sue debolezze su cui punta per sfiancarlo. Il colonnello John Boyd, nel suo libro “Patterns of Conflict”, ha spiegato che la guerra si svolge su tre piani interconnessi: fisico, mentale e morale; quello morale è il più determinante perché punta a logorare la determinazione del nemico quando si è in grado di tenere e motivare il proprio fronte interno. Esattamente ciò che ha fatto e sta facendo l’Asse della Resistenza nei confronti di Israele e Stati Uniti con crescente successo.
Il 7 Ottobre ha dato il via a un insieme di conflitti che ha destabilizzato fino a disarticolare il sistema di potere americano nell’area. È essenziale notare che la destabilizzazione è avvenuta come conseguenza delle azioni degli USA e di Israele. Anzi, di una dinamica bizzarra che vede l’Egemone andare a rimorchio dell’alleato. Il cane agitato dalla coda.
Guardando i fatti, a partire dal 7 Ottobre Israele è stato messo sotto pressione dall’Asse della Resistenza che non ha mai affondato i colpi per soverchiarlo, pur avendo mezzi e capacità per alzare di molto il livello dello scontro, conducendo una guerra di logoramento su più fronti in modo del tutto razionale. Scopo è stato ed è sfiancare l’Entità sionista e fare leva sulle sue divisioni interne, senza mai far giungere la minaccia a quel punto critico che determinerebbe una risposta nucleare.
In questo scenario, Israele ha aperto sette fronti di guerra senza riuscire a chiuderne alcuno, eleggendo a scopo del conflitto la vendetta – un “non scopo” strategico - con ciò mostrando più che mai di non essere uno stato, che per definizione ragiona in termini di interessi di sistema, ma piuttosto un’entità estranea alla regione, divenuta scheggia impazzita incontrollata e incontrollabile, che ferisce indiscriminatamente tutti gli altri soggetti dell’area. Anche gli stati che gli sono sempre stati accanto, ufficialmente o meno, all’interno del sistema di potere americano.
Gli Stati Uniti non hanno saputo né voluto frenare, meno che mai imporre razionalità alle iniziative israeliane malgrado esse abbiano sistematicamente smantellato la loro sfera di influenza, nella più assoluta incuranza degli interessi USA e dei suoi partners. Se l’Amministrazione democratica di Biden ha mostrato impotenza, quella repubblicana di Trump ha fatto molto peggio: per la prima volta gli Stati Uniti sono scesi in campo accanto a Israele, con l’aggravante di non aver alcuno scopo proprio nel conflitto, anzi. Andando contro i propri evidenti interessi, gli USA si sono posti a rimorchio di Israele, con ciò invertendo i normali rapporti fra Egemone e alleato.
Gli USA si fanno trascinare in guerra
Sui perché di questa bizzarria, unica nel suo genere, ci sarebbe molto da dire, qui mi limito a riassumere quanto espresso in precedenti scritti: è quantomeno riduttivo spiegare la condiscendenza americana, spinta fino a sfiorare la sudditanza, unicamente con l’Israel Lobby, assai forte, certo, ma non sufficiente. Piuttosto, si è dinanzi alla saldatura avvenuta fra essa, la potente componente Neocon, trasversalmente incistata in tutti i centri del potere USA (compresa la presente Amministrazione) e la base elettorale evangelica dei cristiani sionisti, il blocco politico più potente e rigidamente allineato dietro Israele a prescindere dei suoi atti.
Al di là degli apparenti screzi e ruvidezze che possono emergere fra Stati Uniti e Israele, dovuti più che altro a un diverso calendario di priorità, i due establishment – sottolineo: establishment, nell’opinione pubblica americana molto sta cambiando - sono più che mai uniti e simbiotici. È in tal senso emblematico il National Defense Authorization Act per il 2027, a luglio 2026 in discussione presso il Congresso, la cui attuazione implicherà una sostanziale fusione fra gli apparati militari, securitari e industriali relativi alla Difesa dei due soggetti. E per inciso: con quanto entusiasmo del Pentagono e comandi vari ciò potrà avvenire non è dato sapere, verosimilmente assai scarso, ma è indubbio l’indirizzo di una trasversale maggioranza politica, pronta a rintuzzare qualsiasi soprassalto d’indipendenza di militari e operatori dell’Intelligence.
A febbraio 2026 gli USA sono entrati in una guerra a-strategica per interessi altrui e non propri. Anzi, contro i propri interessi. Quanto per impreparazione, pochezza, ingenuità o ricatto non è dato sapere, ad ogni evidenza di tutto un po’ ha contribuito a uno stupefacente autogol. Fatto è che, chiunque abbia partecipato alla catena decisionale non aveva contezza dell’avversario, né in quale avventura si stesse cacciando senza avere uno scopo di guerra, perché dichiararne a giorni alterni un’infinità significa non averne nessuno.
O meglio, uno, quello di Israele che, non riuscendo a chiudere neanche un fronte dei sette aperti, e sentendosi sempre più in difficoltà e col fiato corto, ha pensato di risolvere la partita puntando al bersaglio grosso, all’Iran, ma portandosi gli Stati Uniti al seguito. Tentativo reiterato inutilmente per decenni e finalmente coronato da successo grazie a Trump, dai tempi di Clinton unico dei tanti Presidenti a essersi prestato. Insieme, Israele e USA hanno provato ancora a operare un regime-change a Teheran, lo stesso tentativo orchestrato fra dicembre e gennaio scorsi, e fallito malgrado le enormi risorse mobilitate e impiegate.
Francamente, dubito che il Mossad di David Barnea (quello del successore Roman Gofman è e sarà tutt’altra cosa, con l’unica Stella Polare dell’obbedienza a Netanyahu) possa esser stato così sprovveduto da credere a ciò che l’11 febbraio scorso, all’indomani del tentato regime-change, garantiva a Trump dinanzi agli assai dubbiosi vertici americani (Pete Heghseth non fa testo) riuniti con Netanyahu nella Situation Room della Casa Bianca. Pensare che sterminando la leadership iraniana e sommergendo il paese di bombe la Rivoluzione Islamica sarebbe svanita e gli iraniani sarebbero corsi ad abbracciare i massacratori di Minab (la scuola distrutta da un Tomahawk con le bambine dentro nel primo giorno dell’aggressione) è un’idea bizzarra che può venire solo a un occidentale, prigioniero della propria propaganda.
Il fatto è che il cambio di regime a Teheran appariva a Tel Aviv, e di riflesso a Washington, come l’unico modo di fermare la coordinata strategia dell’Asse della Resistenza, ma era esattamente ciò che infiniti esempi hanno dimostrato impossibile da imporre dall’esterno. E, per gli Stati Uniti, ciò che è seguito è stata una sconfitta disastrosa. Perfino un personaggio come Robert Kagan, cantore del Neoconservatorismo americano, lo ha ammesso in tono costernato.
Il Re è nudo, l’Impero si disgrega
Gli USA hanno mostrato incapacità di vincere ed evidenti limiti di potenza; i colpi subiti e l’esaurimento di intercettori e munizioni guidate hanno mostrato al mondo che il Re è nudo, gli USA non sono la potenza assoluta che si raccontano d’essere, la loro deterrenza è andata in pezzi. Come ho già scritto in più occasioni, la deterrenza è cosa immateriale, legata assai più alla percezione che si ha della potenza che la esercita piuttosto che alla sua dimensione materiale. Maggiore è la pregressa capacità di condizionare i soggetti su cui è indirizzata, più rapidamente va in frantumi quando la potenza che la esercita va a sbattere; esattamente ciò che è accaduto agli USA.
Gli Stati Uniti, come del resto Israele, potranno compiere ancora mille e più massacri ma, assai più che paura e desistenza, susciteranno rabbia e voglia di rivalsa. E ciò che è accaduto nel Golfo Persico non vale soltanto per quell’area, ma si rispecchia su scala planetaria, più che mai nell’Indo-Pacifico. È la pretesa egemonica dello Zio Sam a uscirne spezzata. Certamente molto ridimensionata. E c’è altro.
I partners del Golfo Persico, Arabia Saudita in testa, si sono resi conto sulla propria pelle che le basi americane non portano sicurezza ma la tolgono, e che Washington, al dunque, non si cura né dei loro interessi, né dei danni – enormi – che arreca. Ha scatenato un conflitto che li ha trasformati in un poligono malgrado gli abbiano chiesto in ogni modo di non farlo e, nel momento peggiore, ha risposto picche alle loro richieste d’aiuto e missili intercettori, riservandoli unicamente a Israele. Ergo: stanno riconsiderando la loro partnership con gli Stati Uniti. A pensar bene, è una lezione che i paesi del Golfo potrebbero impartire a quelli europei in un parallelismo che è nelle cose, ma è inutile sperare che alle latitudini europee l’apprendano.
Naturalmente, non è intenzione degli stati di quell’area di giungere a rottura traumatica – a meno di possibili ulteriori bizzarrie dell’ex-Egemone – ma a un profondo riorientamento dei rapporti fra le potenze locali e fra esse e i maggiori poli emergenti nel mondo, Cina in testa. C’è questo dietro lo STEP, acronimo che sta per Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan con dietro il Qatar; inedito gruppo di soggetti che, accantonati gli acerrimi contrasti del passato in nome dell’odierna convenienza, si coagula per acquistare peso e dialogare con tutti. Iran incluso. Perché ha dimostrato d’essere potenza inaggirabile da tenere in conto, ma anche soggetto razionale con cui è possibile giungere ad accordo per coincidenza d’interessi. Esatto opposto d’Israele, come detto, ormai percepito scheggia impazzita, distonico agli interessi dell’area.
A questi disastri gli USA ne aggiungono ancora un altro: la potenza americana s’è declinata fin dall’inizio come talassocratica, si è autoeletta unica a controllare le rotte del commercio globale e i choke-point attraverso cui passa; peccato che dei sette canonici, in questa guerra ne abbia già perduti due – Hormuz e Bab el-Mandeb – con ciò rendendo inutile anche un terzo – Suez. E con ciò decretando la fine della sua talassocrazia e non per mano del supremo rivale, la Cina, ma da parte di un movimento rivoluzionario, Ansarullah yemenita, e di una sottovalutata media potenza, l’Iran, grazie agli esiti della guerra oggi rivelatasi e, più importa, percepita nel mondo come potenza primaria, non foss’altro che per il controllo acquisito su quegli stretti.
La Geografia, l’atomica dell’Iran
Deminutio di status del fu Egemone e riconoscimento d’accresciuto peso per Teheran, passati sotto silenzio o glissati in terra d’Occidente, ma perfettamente compresi nel vasto mondo. USA e Israele hanno permesso all’Iran di attivare un’arma più potente di un’atomica o, se si vuole, un’atomica sui generis capace di tenere sotto scacco tutti: la Geografia. Il dissennato attacco che ha subito gli ha dato modo d’approfittare della sua posizione, snodo inaggirabile nord-sud, dalla Russia ai mari caldi e all’India, corridoio naturale est-ovest, dalla Cina all’Anatolia, al Mediterraneo, all’Europa. E dominante su tutta la costa del Golfo Persico (appunto) e sul suo sbocco. È la Geografia che vince sempre, qualcuno dovrebbe regalare un atlante a Washington.
E, già che ci siamo, provo a chiarire ancora una volta un punto: l’Iran è da tempo una potenza nucleare latente; se volesse, potrebbe dotarsi in poco, pochissimo tempo di un ordigno atomico: ha le competenze tecniche, il materiale e i vettori. Il punto è che non lo ha voluto mai; a parte le fatawa di Khomeini e Khamenei, c’è un ostacolo politico e culturale al momento insormontabile: come sosteneva Ali Larijani, l’unico obiettivo per l’Iran potrebbe essere Israele, ma ciò significherebbe lanciare una bomba nucleare sui luoghi santi dell’Islam e sui palestinesi.
A prescindere dalle vittime e dai danni collaterali più o meno contenuti o indirizzati, ovvero dal bersaglio scelto, sarebbe una contraddizione ideologica e spirituale impensabile quanto insostenibile. Del resto, le armi nucleari servono essenzialmente come deterrenza, se si giunge a usarle tutti hanno già perso. Ma questo presuppone razionalità, esattamente ciò che Israele non ha. Ergo, come sostiene vasta parte della leadership iraniana, all’Iran le armi nucleari non servono, quanto meno non in questa fase, in uno scenario diverso ciò può cambiare (lo ha chiarito Ibrahim Rezaei, portavoce del Comitato della Sicurezza Nazionale della Shura: un attacco su vasta scala potrebbe spingere l’Iran a rivedere la sua dottrina nucleare). Gli sono, semmai, servite per alzare il prezzo della trattativa, specchietto da baratto da cui sono esclusi il nucleare civile, cui l’Iran non rinuncia, e il materiale fissile arricchito, che assai difficilmente lascerà il paese.
La vittoria politica del Memorandum
A fronte di qualcosa che l’Iran ha sempre dichiarato di non volere, con i 14 punti del Memorandum gli USA hanno accettato di sottoscrivere condizioni impensabili e, con esse, una sconfitta politica completa: sblocco degli asset congelati (è già cominciato, anche se sottobanco per non far perdere la faccia a Washington, e a spedire il primo carico di banconote su un aereo atterrato a Teheran sono stati addirittura gli Emirati), sanzioni sollevate, piano di ricostruzione (che, si chiami come si preferisce, è riparazione di guerra che riceve chi vince) e implicito controllo su Hormuz. Che poi gli Stati Uniti onorino quegli accordi è tutt’altra storia: dall’indomani della firma tentano di ottenere per via traversa ciò che non sono riusciti a imporre con le armi.
È una dinamica logica quanto prevedibile sia per la naturale inclinazione degli USA, sia perché – come già ricordato – gli Stati Uniti non sono affatto un monolite; nell’attuale Amministrazione imperversa una lotta fra bande e se per alcuni, come JD Vance, un’intesa può essere raggiunta, per altri, come Marco Rubio o trasversali leader del Congresso come Lindsey Graham o Richard Blumenthal, è fumo negli occhi. La conseguenza è un irrazionale succedersi di stop and go; mentre scrivo queste righe è in corso un precipitare di minacce e scontri a cui l’Iran oppone coerente fermezza. La ragione prima del contendere è che l’Iran non ha alcuna intenzione di lasciare il controllo di Hormuz – perché dovrebbe? – per cui colpisce le navi che, su pressione degli USA che quel controllo vorrebbero negare, provano a passare ignorando Teheran. Di qui le intimidazioni e i raid americani a cui Teheran risponde colpo su colpo. E questo è in buona parte merito di Washington.
L’uccisione della classe dirigente iraniana, più in generale dell’intero Asse della Resistenza, lungi dall’indebolire la Rivoluzione Islamica, ha operato un cambio generazionale che ha portato alla ribalta una leadership ancor più dura e politicizzata. Una generazione che non mette in conto di piegarsi e che ha per riferimento la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, come garanzia di continuità con le radici del sistema ed espressione del mondo politico-militare del Sepah. E per inciso: sono favole le storie che Mojtaba sia morto, invalido o altrimenti impedito: è stato ferito, sì, nell’attacco che gli ha ucciso il padre e la famiglia, ma è operativo e non si mostra per le ovvie ragioni di sicurezza imposte dai suoi servizi.
E, ancora per inciso, al di là della narrazione occidentale, che si fa ipnotizzare dalla visibilità, in una dirigenza attuale più che mai collegiale, sono due le figure di riferimento: Ahmad Vahidi, attuale comandante dell’IRGC e del Sepah, e Mohammad Bagher Zolghadr, succeduto a Larijani nella carica di Segretario del Supremo Consiglio di Sicurezza iraniano. E questo dovrebbe bastare a spazzar via lo sciocchezzaio che media e sedicenti esperti continuano a sentenziare sulla tenuta del Governo, che si narra lacerato, dell’Iran e dell’Asse della Resistenza più in generale. Sarebbe sufficiente riflettere su un fatto: piaccia o no, gli Stati Uniti sono stati costretti ad ammettere “l’unione delle arene” come fatto compiuto, accettando di legare i vari teatri della guerra al Golfo e a Hormuz, primo fra tutti il Libano, con sommi scorno e rabbia di Israele.
Il nuovo della politica americana rifiuta il sionismo
Servirebbe assai lungo articolo a parte per evidenziare ciò che sta emergendo, ostinatamente rifiutato da chi, in campo occidentale, rimane fisso sulla narrazione dettata dall’Hasbara, che vuole le IDF potenza inarrestabile, proiezione di una novella Sparta invincibile (vedi le dichiarazioni autoconsolatorie di Re Bibi). Cercherò di sintetizzare al massimo attenendomi ai fatti.
Per prima cosa spicca una novità assoluta: non era mai accaduto che la diaspora ebrea fosse così fratturata, e così critica verso Israele anche negli USA. Per la prima volta gli americani si dichiarano più vicini ai palestinesi che agli israeliani, ma c’è di più: fra gli ebrei americani il sindaco di New York, Zohran Mamdani, stella dei Democratici Socialisti d’America, è di gran lunga più popolare di Netanyahu. E ancora, Israele non ha alcun credito fra le generazioni americane under 30; come ha dichiarato Rahm Emanuel, ex capo di gabinetto della Casa Bianca, l’Entità sionista ha perso larga parte dell’opinione pubblica USA, ha perso anche vasta parte di quella europea e gonfia il petto perché ha vinto il Somaliland.
È quanto affermano con forza tutti i sondaggi, da ultimo uno di Associated Press, che rispecchiano quanto anni orsono dichiarato profeticamente da Abraham Foxman, icona della comunità ebraica americana: “Temo che questa (quella di Biden) sarà l’ultima Amministrazione democratica a sostenere Israele”. Agenzie e Deep State dei due soggetti potranno anche convergere, e lo fanno, ma negli USA il sentiment della gente va in direzione opposta. Ed è trasversalmente convergente: il cuore del MAGA, frastornato e disilluso dalle piroette del Tycoon, sul tasto Israele batte all’unisono col suo corrispondente opposto, i Democratici Socialisti d’America. Il nuovo della politica americana rifiuta il sionismo. Come che sia, per l’Entità è un problema. Che non si limita a questo.
Le tante spine di Israele
Il Libano è il problema più immediato di Israele, che incombe ancora e sempre ai suoi confini. Malgrado quasi tre anni di conflitto, Hezbollah è più che mai forte e radicato: è fra il popolo, è il popolo. È la Resistenza a un’aggressione e un’occupazione manifesta. Così trasversalmente percepita praticamente da tutti. Manovrando il primo ministro fantoccio Nawaf Salam e facendo pressioni sul presidente Joseph Aoun, Israele, con la regia di Marco Rubio, ha strappato un accordo spurio che legittima l’occupazione. Ma è un’intesa percepita come illegittima dalla stragrande maggioranza dei libanesi.
Piaccia o no, nelle temperie attuali, all’interno della società libanese Hezbollah è visto trasversalmente come l’unica difesa del paese, malgrado il governo l’abbia messo fuori legge il 2 marzo scorso, in uno slancio di coartato servilismo. Per Israele è problema irrisolvibile: l’arma del controllo sulle istituzioni è spuntata, perché non sono riconosciute dalla stragrande parte gente; l’Esercito libanese, tranne sparute minoranze, non ha alcuna voglia d’intraprendere una guerra civile; Hezbollah, con buona pace della propaganda delle IDF, è nel pieno controllo di una situazione che è stata saldamente collegata agli altri teatri della guerra: il Golfo, Hormuz, ma anche lo Yemen, l’Iraq, persino Gaza.
S’è detto molto del tentativo di spingere Al-Sharaa/Al-Jolani a lanciare contro il Libano i suoi tagliagole – appena elevati ad “esercito” dall’ipocrisia occidentale – per distrarre la Resistenza libanese. Per il momento non se ne parla affatto, Hezbollah è sufficiente deterrenza, ma dinanzi ai progetti israeliani c’è un altro, enorme, macigno. È vero che le IDF hanno occupato diverse posizioni strategiche nel Golan, sono avanzate fino a inquadrare i sobborghi di Damasco e a insediarsi sul massiccio del monte Hermon, che domina l’area, oltre a intessere trame per stringere a sé minoranze pronte a vendersi per la propria convenienza (drusi e curdi su tutti). Ma c’è un ma.
Oggi, in Siria, Israele ha dinanzi la Turchia, potenza nettamente in ascesa, il cui progetto strategico – accuratamente calibrato – investe le stesse aree su cui insiste l’a-strategico espansionismo israeliano. Risultato: Israele non ha più un unico nemico esistenziale, l’Iran e l’Asse della Resistenza, ma due, ha aggiunto la Turchia, con doppio aggravante. Quantomeno l’attuale Amministrazione USA, finché dura, sembra tenere in alto conto Erdogan (e a ragione), lo si è visto per l’ennesima volta al recente Summit Nato. Inoltre, Ankara e Teheran sono soggetti razionali. Sanno di poter giungere ad accordo per coincidenza d’interessi. Il corpo estraneo è Israele.
Contenuto in Siria e costretto a barcamenarsi in Libano, Netanyahu deve offrire a un fronte interno radicalizzato come non mai una compensazione per i tanti flop, per una guerra che appare senza fine. Ergo: si prospetta ulteriore spinta aggressiva in Cisgiordania, nelle messianiche visioni israeliane battezzata ormai Giudea e Samaria, e a Gaza. Dove, pur nella situazione peggio che drammatica, la Resistenza è tutt’altro che morta. Ancora una volta si attendono sorprese sia per gli immaginifici progetti immobiliari trumpiani scollegati dalla realtà (Board of Peace & C.), sia per i fanatici disegni dei nazionalreligiosi israeliani.
In questo contesto che volge al brutto – meglio: a tempesta – Netanyahu s’è inventato un progetto: in un Consiglio dei ministri tenutosi il 22 febbraio – da notare: prima del già deciso attacco all’Iran - ha tirato fuori dal cilindro l’Esagono. Una rete di relazioni e rapporti differenziati stretti fra i soggetti più diversi con Israele al centro. Grecia e Cipro Sud per controllare il Mediterraneo Orientale e contenere la Turchia; il Somaliland, per avere una base ufficiale (ufficiale, di ufficiose ne ha già diverse) affacciata su Bab el-Mandeb e sullo Yemen di Ansarullah (l’Etiopia è sullo sfondo, per ora frenata dai conflitti che la dilaniano); gli Emirati, usciti dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e dall’OPEC per giocare in proprio e non subire le politiche saudite; l’India, l’unico soggetto di reale peso, vicina a Israele per coincidenza d’interessi, sì, ma che s’allea solo con se stessa nel tentativo di rendersi alternativa alla Cina (campa cavallo).
Più che altro, l’Esagono, o come lo si voglia chiamare, appare come un velleitario fronte dei perdenti nella nuova realtà che sta emergendo; a esser benigni, delle seconde linee frustrate in cerca d’affermazione. Ma per avere una minima prospettiva di successo necessita di due scenari: il drastico ridimensionamento della Turchia e la totale sconfitta dell’Iran. Peccato che il mondo vada in direzione opposta. Tradotto: sono ipotesi del terzo tipo, pura fantasia, al meglio un bluff.
L’odierna deriva israeliana e le inedite future conseguenze
È in questo contesto che Israele s’accinge a elezioni che lo spaccheranno ancor di più, con una notazione scarsamente evidenziata in Occidente: qualunque governo emerga (ammesso e per nulla concesso che dalle urne ne esca uno solido) l’attuale politica israeliana non muterà d’un pollice. Che a guidarlo sia Netanyahu, Eisenkot, Bennett, Lapid o chiunque altro, non cambierà la deriva attuale.
In Israele, il mutamento post 7 Ottobre è irreversibile e viene da lontano. Dai tempi di Ben Gurion a Golda Meir, la retorica dell’Entità si basava su Medinat Yisrael, lo “Stato di Israele”, il “luogo sicuro” per gli ebrei del mondo, dunque, strumento per il “popolo eletto”. Ma, col tempo e l’avvento delle Destre al potere, essa si è spostata progressivamente su Heretz Yisrael, la terra d’Israele divenuta fine, e, in tempi più recenti, aderendo apertamente ai deliri dei vari Smotrich e Ben-Gvir, dichiarandosi come Yisrael Hashlema, il Grande Israele dal Nilo all’Eufrate, bizzarra entità senza confini perché dono dell’Onnipotente, alla cui benignità il “popolo eletto” non pone limiti, sarebbe blasfemo.
A questo, Israele oggi affianca la “Dottrina della Massima Sicurezza”, ovvero, la paranoia al governo. Secondo essa, Israele deve eliminare tutti i potenziali nemici, dunque, non solo quelli che tali si mostrano ma anche coloro che, teoricamente, potrebbero divenire avversari. Cioè, tutti. Con ciò teorizzando guerra perenne al mondo che vota a inevitabile esaurimento. A implosione. Che poi, è esattamente ciò a cui mira l’Asse della Resistenza. E, stante la deriva assunta dall’Entità sionista, prospettiva che gli stati dell’area iniziano a contemplare benignamente, quantomeno a non escludere, poiché Israele è ormai avvertito come corpo estraneo, pietra d’inciampo anche per i passati partner. Scenario che ha invertito il paradigma dell’Aliya, “ascesa” della diaspora in Israele oggi ridotta a rigagnolo, soverchiata dalla Yerida divenuta torrente, la fuga da un’Entità invivibile che la svuota da tecnici, ingegneri, professionisti, in breve, dalla spina dorsale d’un sistema a cui non si dà più credito.
Ultima osservazione che azzardo: questo Israele non serve alla diaspora; aver legato i tre termini: ebreo, israeliano, sionista, per gettare il macigno della Shoah dinanzi a qualsiasi crimine commesso dall’Entità, al cospetto dell’enormità di quanto ha fatto e continua a fare, s’è dimostrato un boomerang che investe tutti gli ebrei nel mondo. Anche i centri di potere che gli hanno garantito impunità e prosperità negli anni. Ergo: in un bilancio benefici/costi, non semplicemente economici ma anche in termini di esercizio del potere, oggi Israele è per loro una zavorra sempre più pesante. Inedite le future conseguenze.
Conclusione
Euripide scrisse che gli Dei confondono chi vogliono perdere, concetto sintetizzato dai Romani nella celebre massima: “Quos vult Iupiter perdere, dementat prius”; citazione perfetta per la parabola degli Stati Uniti e di Israele che da loro dipende.
L’impero americano è in ritirata, peggio, in stato confusionale. Usa la forza per mantenersi al vertice che gli sfugge, ma non sa vincere. Si lascia stringere dall’abbraccio mortale del fratello minore israeliano che lo soffoca e lo fa colare a picco. Esiziale confusione di ruoli esternata spudoratamente dall’ambasciatore americano a Gerusalemme Mike Huckabee, secondo cui sono gli USA che dipendono da Israele. Se a ciò s’aggiunge il “Paradosso di Triffin”[1] che presenta il conto, agli USA non resta che il tramonto. Anzi. Il buio in fondo al Golfo, dove sono sprofondati dopo l’ultima sconfitta, la cui portata non è ancora emersa. Ciò che sarà, sarà l’America dopo l’America, tutt’altra cosa. La Cina vince senza sparare un colpo, e con lei i nuovi Poli che emergono.
[1]L’economista Robert Triffin previde che gli USA, facendo del dollaro una valuta globale, avrebbero affermato il loro potere realizzando utili immensi, ma si sarebbero condannati a un deficit commerciale cronico che, nel tempo, avrebbe schiantato la loro economia. La sua teoria è chiamata il Paradosso o il Dilemma di Triffin.
