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Guerra all’Iran. Israele e Usa mettono a rischio il mondo

di Alberto Bradanini - 25/03/2026

Guerra all’Iran. Israele e Usa mettono a rischio il mondo

Fonte: L'Adige

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato Alberto Bradanini ex Ambasciatore italiano a Teheran e Pechino. Attualmente è presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

Ambasciatore lei è stato in Iran e conosce bene la realtà politica, sociale ed economica di questa nazione che possiamo definire senza ombra di dubbio uno “Stato civiltà”. Come sta reagendo il popolo iraniano a questa aggressione e quali sono a suo avviso i cardini principali su cui poggia l’Iran che in Occidente viene sempre definito frettolosamente “regime o stato canaglia”?

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«Fino al 1935 il nome ufficiale dell’Iran era Persia, espressione di una civiltà millenaria, che ha attraversato indenne le turbolenze della storia, sempre risorgendo dalle proprie ceneri. La Persia non si farà abbattere dall’impero atlantico in declino, asservito all’espansionismo bellicista di Israele».

»Il popolo iraniano – che non v’è dubbio aspira a una diversa architettura istituzionale e di libertà individuali – combatterà tuttavia fino allo spasimo contro l’inaudita aggressione Usa-sionista, che viola il diritto internazionale, l’etica politica e i valori umani. Ciascun paese ha diritto di vivere a suo modo e di trovare, nella propria storia pregressa, la strada per il benessere del proprio popolo, sul piano etico, sociale e religioso. I pretesi padroni del mondo (la classe corporativa atlantica che siede in cima alla piramide di Wall Street e domina politica, media, apparati militari-industriali e tecnologie) con questa ennesima guerra imperialistica si sono avventurati in un territorio sconosciuto, e ne pagheranno un prezzo elevato».

«L’amministrazione Trump non è diversa, in termini di imperialismo attivo, dalle precedenti. Tuttavia, le rivelazioni (i documenti Epstein ne sono l’incontestabile evidenza) del livello di corruzione raggiunto dalla classe al potere a Washington distrugge ogni residua lusinga di un impero putrefatto, fondato sul culto del denaro e privo di etica umana). Oggi, i principali stati canaglia del pianeta sono Stati Uniti e Israele, non sempre in questo ordine. Basta consultare la lunga lista di conflitti, colpi di stato e violenze di ogni genere di cui i primi si son resi responsabili dal dopoguerra a oggi (Lindsey O’Rourke, Covert Regime Change, Cornell University Press, 2018); e quanto al secondo i massacri indicibili che lo Stato Ebraico ha commesso dal 1948 in avanti, e continua a commettere a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e ora in Iran (insieme ai suoi compagni di merende statunitensi».

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 Le ragioni della guerra all’Iran

La bomba non è mai stata la vera ragione di questa guerra, basti ricordare che l’Ayatollah Ali Khamenei aveva sempre vietato la sua costruzione, ma purtroppo fa parte della odierna narrazione del mainstream. Lei che cause principali individua in questa ostilità -odio da parte dell’alleanza Usa Israele, quelle che poi avrebbero portato all’attacco del 28 febbraio?

«Le ragioni che secondo Trump e il segretario di stato Marco Rubio giustificherebbero l’inaudita aggressione a uno stato sovrano sono state, in ordine: a) il programma militare nucleare (di cui l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica non ha mai trovato prova, e in ogni caso non spetta agli Usa giudicare, ma alle Nazioni Unite); b) la tutela dei manifestanti iraniani in lotta per la libertà (problema interno e non delle candide anime dell’Amministrazione Trump, che hanno ucciso impunemente 165 bambine a Minab e si sono assopite davanti all’annoso genocidio a Gaza); c) la minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti (patetico, i due paesi distano tra loro 10.000 km) e, infine, d) il programma missilistico iraniano (vale a dire la richiesta di capitolazione, che i due negoziatori sionisti J. Kuchner e S. Witkoff, potevano immaginare potesse essere accolta da Teheran). 

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In realtà, l’obiettivo di Israele è la polverizzazione dell’Iran, il solo paese della regione, sovrano e indipendente, che sostiene la causa palestinese, e che resiste all’espansionismo dello Stato ebraico. Quanto agli Stati Uniti, questi hanno davanti l’eterna agenda imperialista, frammentare un paese le cui riserve congiunte di gas e petrolio sono le prime al mondo, per saccheggiarle, sottarle a Cina e Russia, al servizio della teoria del caos, vendere armi a chiunque, difendere il petrodollaro e sognare di poter dominare il mondo, per sempre». 

Ambasciatore Bradanini  la CNN e i principali media Usa hanno battuto la notizia delle dimissione di Joseph Kent da capo del “National Counterterrorism Center” con una lettera inviata al presidente Trump nella quale “si dice contrario all’intervento Usa nella guerra contro l’Iran e punta il dito contro la potente lobby sionista statunitense che avrebbe  di fatto  pilotato l’intervento degli Stati Uniti in una guerra voluta da Israele , guerra contraria agli interessi del popolo americano e alle promesse elettorali di Donald Trump”.

Quale è il suo commento visto che Kent non è uno qualsiasi, ma un veterano di guerra e un uomo di vertice dell’amministrazione in un settore estremamente delicato, un fedele del presidente e anche di Tulsi Gabbard direttrice dell’Intelligence Nazionale messa guarda caso da parte proprio per aver sollevato dubbi su questa guerra?

«Di tutta evidenza, alcuni tra i maggiordomi che alimentano il narcisismo dell’attuale inquilino Casa Bianca mantengono ancora qualche briciolo di coscienza e dignità. Tali dimissioni, tardive e benvenute, non faranno tuttavia alcuna differenza. Restano però un esempio che impensierisce la plutocrazia militarizzata che domina l’amministrazione Trump, che calpesta insieme diritto internazionale, costituzione Usa e Carta delle Nazioni Unite, pilastro imprescindibile quest’ultima della convivenza pacifica e della prosperità dei paesi e popoli del pianeta». 

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Israele, il suo progetto che definiremo messianico di creare la grande Israele dal Nilo all’Eufrate, rischia di coinvolgere il mondo in una nuova guerra totale tenuto conto che nella regione vi sono altri attori che pur non apparendo direttamente si muovono dietro le quinte. Come giudica questo progetto e quali rischi corre lo stato ebraico?

«Si tratta di un progetto malato, inattuabile e pericoloso per la pace in Medioriente e nel mondo intero. Lo Stato Ebraico, poco più di 7 milioni di abitanti, circondato da 560 milioni di mussulmani, arabi e non arabi, oltre agli appartenenti ad altre etnie e religioni, dovrebbe abbracciare il percorso della pacificazione. Solo così si potrebbe immaginare, oggi certo con tanta buona volontà, di giungere un giorno alla pace, consentendo convivenza e componimento delle differenze storiche, religiose e culturali tra Islam e giudaismo. Il primo passo, su questa strada, sarebbe beninteso il riconoscimento dello Stato di Palestina. Il messianismo sionista di Israele ha scelto invece la violenza e la sopraffazione, convertendosi in uno stato apartheid, il più odiato del pianeta terra». 

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Oltre ai diretti interessati, in questa guerra sono coinvolte anche le cosiddette petromonarchie del Golfo che a quanto pare stanno soffrendo molto lo stato di guerra nella regione. Quali sono le principali ripercussioni sia in termini economici, sia politici che si stanno abbattendo su questi emirati e monarchie, la più grande è l’Arabia Saudita, le quali debbono tutta la loro prosperità al petrolio e al gas? Il blocco dello stretto di Hormuz decretato dall’Iran potrebbe sancirne il tramonto in un prossimo futuro?  

«Le monarchie del Golfo sono paesi fragili e artificiali, una derivata del collasso dell’impero britannico dopo quello ottomano, governati da famiglie ereditiere più che da stabili strutture statuali. Si tratta di paesi, inoltre, dove gli stranieri costituiscono una componente essenziale del loro funzionamento: in Arabia Saudita, ad esempio, i cittadini sono 21 milioni, gli stranieri 13 milioni; negli Emirati i cittadini 1,1 milioni, gli stranieri 8,8 milioni; nel Qatar 300.000 i cittadini e 2,3 milioni gli stranieri, e via dicendo per Kuwait, Oman e Bahrein.

Codeste monarchie, asservite al petrodollaro e agli interessi degli Stati Uniti, scoprono ora che le basi americane invece di garantire protezione sono la ragione della loro vulnerabilità. Nella guerra con l’Iran non farebbero alcuna differenza: la distruzione delle loro infrastrutture petrolifere/gessifere e di desalinizzazione – cui l’Iran, messo alle strette ha già fatto sapere di voler procedere – metterebbe in ginocchio le loro economie, e fors’anche la sopravvivenza delle rispettive collettività sociali. Se ciò avvenisse anche i danni per l’economia mondiale, oltre che per quella americana, sarebbero ingenti. Si tratta dell’arma economica nucleare che Teheran lascia per ora sullo sfondo».

Che partita sta giocando la Cina (una nave spia la Liaowang 1 staziona davanti alle acque territoriali dell’Iran -I suoi radar hanno un raggio di 6000 km di distanza per rilevare aerei -missili- basi di lancio- navi), tenuto conto degli stretti rapporti che ha con la Repubblica Islamica dell’Iran sia in ambito politico – militare, che economico, ambedue fanno parte dei Brics. Una sconfitta dell’Iran che conseguenza potrebbe avere su Pechino?

«Davanti a tali sconvolgimenti, i paesi Brics (componente araba e India) danno l’impressione di accusare il colpo. Diversi paesi dell’area sono soggiogati o minacciati da Usa e Israele. Se la Turchia resta un osso duro, gli Emirati Arabi Uniti si contrappongono all’Iran, entrambi Brics, e Arabia Saudita e altri sembrano aver preso le distanze, ormai da tale prospettiva. I Brics, d’altra parte, non sono un’alleanza militare o politica, ma operano in base all’unanimità e a interessi comuni.

Quanto alla Cina, essa è danneggiata dai prezzi del petrolio in ascesa (importa dal Golfo il 50% del suo fabbisogno, il 15% dall’Iran). Pechino, tuttavia, compensa con mix energetico (carbone nazionale, gas russo e rinnovabili di cui è leader mondiale) e dispone di 4/5 mesi di riserve strategiche. Inoltre, se la guerra continua – reputa – a pagarne il prezzo sarebbe soprattutto le economie occidentali. Le corporazioni accumuleranno fortune immense, ma i consumatori ne risentiranno pesantemente».

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La Russia è l’altra potenza nucleare vicina a Teheran anch’essa dei Brics, Mosca sembra stia fornendo preziose informazioni di intelligence e satellitari alle forze armate iraniane, come vede il ruolo russo?

«Non dovrebbe sorprendere che la Russia stia quasi certamente aiutando l’Iran con dispositivi militari, intelligence satellitare e altro (restituendo il favore che gli Usa fanno da almeno quattro anni in Ucraina contro Mosca). La Russia trae benefici dall’aumento dei prezzi del petrolio e ha interesse che armi e investimenti Usa sia dirottati dall’Ucraina al Medioriente. In principio, nonostante l’amicizia con Teheran, non avrebbe interesse a mettere fine alla guerra troppo in fretta. La fornitura di droni, tecnologie avanzate e sistemi di difesa aerea S 400 servirebbero allo scopo». 

 Le cancellerie europee sono solo l’ombra di un lontano grande passato quando l’Europa giocava un ruolo protagonista. Silenzio totale sui crimini di guerra compiuti da Israele e Stati Uniti, come l’omicidio di Khamenei e degli altri vertici dello stato iraniano, a cui si aggiungono i bombardamenti indiscriminati sulla popolazione. Cancellerie al tempo stesso riluttanti ad aderire all’invito pressante di Trump per schierare le loro flotte per tentare di riaprire Hormuz. L’Italia che ha sempre avuto una linea preferenziale con l’Iran in passato sembra che si stia giocando male anche questa carta come già fatto in precedenza con la Russia. Lei che ne pensa di tutto questo?

«Quando si parla di Europa occorre definirne l’identità. L’Ue costituisce il principale veicolo di estrazione di lavoro e benessere dai paesi gregari e sprovveduti come l’Italia, a favore delle oligarchie finanziarie del Nord Europa, a loro volta asservite alle corporazioni di Wall Street e della City di Londra. Se non si riuscirà a costruire una diversa prospettiva, con una nuova dirigenza – quella che controlla politica, giornalisti e accademia, tutti al servizio di interessi oltrefrontiera – l’Italia è destinata al declino economico, sociale e anche demografico.

Occupata da truppe Usa da 83 anni, l’Italia è oggi in grado di emettere solo qualche vagito, prima di inchinarsi miseramente al sovrano atlantico. Occorre invero liberarsi dal duplice livello di asservimento: quello politico-militare dagli Usa e quello finanziario-monetario dalla Ue, uscendo sia dalla Ue che dalla Nato. Dopo aver recuperato la perduta sovranità, l’Italia diverrebbe la Regina del Mediterraneo, luogo di incontro tra popoli, continenti e civiltà. E finiremmo di far guerre per interessi altrui: dirette (Iraq, due, Libia, Somalia, Afghanistan, Serbia … e ora chissà Iran) o indirette (Ucraina). 

Si tratta di un sogno, beninteso, ma – come noto – gli esseri umani vivono più di sogni che di realtà. E dunque, con gli occhi ai nostri figli e nipoti, diamoci da fare».