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I palafrenieri

di Lorenzo Merlo - 05/07/2026

I palafrenieri

Fonte: Lorenzo Merlo

Il monopolio della cultura razionalista sull’immaginario e la fandonia della meritocrazia.

 Monopolio

Il capo-famiglia illuminista della nostra cultura, è stato prolifico. I numerosi figli, nipoti e pronipoti naturali e acquisiti, quali il razionalismo, il meccanicismo, il materialismo, il positivismo, lo scientismo, il determinismo e il riduzionismo ne hanno mantenuto lo spirito irraggiando il pensiero e l’immaginario con l’idea che ogni aspetto della realtà potesse essere messo sotto calcolo, sotto controllo e quindi realizzando la prevedibilità. Un mito razionalista per il quale è stata impiegata l’energia avuta a disposizione da numerose generazioni di ricercatori. Visto il contesto in cui sono vissuti, nulla di strano. Come biasimarli. Immersi in un mondo composto da oggetti materiali, tutti soggetti al principio di causa-effetto, tutti con proprietà proprie ed oggettive, sostenuto dalla ripetitività di molti eventi come per esempio il rimbalzo di una palla spinta a terra come fanno i cestisti, al pari del giogo di qualunque altra ideologia non avevano alternative.

L’idea di prevedere il comportamento di ogni aspetto del reale era una specie di missione alla quale nessun pazzo vi si sarebbe sottratto, sul cui successo si poteva scommettere e vincere. E a ragione. Infatti, tanto più si alza la capacità di calcolo e si riducono gli oggetti in campo, tanto più la prevedibilità tende a crescere e ad essere confermata e rispettata. Viceversa, in contesti metafisifi-umani, caratterizzati da interazioni esponenzializzate verso numeri che inseguono l'infinito si generano spontanee nuove relazioni imprevedibili che obbligano i sacerdoti del controllo ad aggiornare i dati immessi nei sistemi algoritmici e la relativa potenza di calcolo.

 Nella furia della salita al sapere – è questa la figurazione che diviene dall’idea positivista del mattoncino dopo l’altro, insistente rappresentazione dell’incedere umano nonostante il ripetersi brutale della storia, se non il suo peggioramento – sono stati travolti, cioè resi oggetti e dati, anche gli uomini e il loro pensare. Le ragioni di controllo, d’induzione di paura e di riduzione a consumatore non hanno più palizzate etiche, tutte scavalcate dai salti disumani del digitale.

Siamo quindi travolti da un’orda cognitiva che, con languida coercizione, ci irreggimenta e deforma a propria immagine e somiglianza ogni genere di pensiero, scartando e denigrando quelli non ammansibili. Una crociata d’annientamento dell’indipendenza intellettuale, aulica o da bar sport non fa differenza. Tutti siamo sospinti a succhiare il medesimo nettare che sgorga da ogni dove: scuola, famiglia, master, chiesa, giornalacci pornografici, tv non da meno, radio offensive, pubblicità a battuta perpetua, amici e nemici.

Così, uno dei risultati è che bimbi e adulti, molti cosiddetti scienziati inclusi, si nutrono dalla sola mammella cognitiva disponibile, che li cresce sotto l’egida che verità fa rima baciata con scienzah, È lo scientismo, la più fallace delle filosofie, ora cavalcate a spron battuto da aziende, commercianti, e potere economico.

 Il lungo passaggio nel tubo culturale ci tritura l’immaginazione uniformando il pastone indistinto che ne risulta, trasformando pressoché chiunque in inconsapevoli scudieri di catafratti al comando del più grande partito razzista in quanto radicale nel suo criterio selettivo. Razzista come se le idee avessero tra loro natura e diritto differente, tanto da poterne stilare una gerarchia perfetta. Come se la loro proprietà fosse di chi le esprime. Un’ottusità preclara che svela l’incantesimo dell’ego in cui è intrappolato chi la stila e chi la rispetta.

 La sostanza è facile da riassumere. È modalità comune macchiare tutti i contesti col grasso dei lumi, buono per far girare pistoni e bielle, ma inefficace e altamente dannosa come una motonave fuori controllo in porto quando applicata alle dimensioni sottili a mezzo delle quale ci relazioniamo al mondo. Talmente immateriali che nessuna rete, tantomeno a strascico, può catturare.

 Meritocrazia

Sembra banale, anzi lo è, ma in pratica è un grande segreto. Ne è campione il concetto e strumento detto meritocrazia. Un grezzo attrezzo, una clava con la quale si ritiene di eludere il nepotismo – e fin qua potremmo condividere – e dare il giusto merito alle competenze effettivamente acquisite dalle persone. Ma, se non positivisticamente parlando, è qui che viene meno la presunta superiorità del criterio meritocratico. Come essere meritocratici – ne possono essere il soggetto i docenti, i sistemi, le istituzioni, i club, ecc – senza aver arbitrariamente adottato griglie di valutazione e protocolli compiacenti al proprio intento? Criteri di selezione che per antonomasia non possono che tener conto del livello specifico dimostrato dai selezionandi. E che, contemporaneamente escludono coloro che non lo dimostrano – e, questo è il punto – indipendentemente dalle doti che mostrerebbero se il processo di educazione/apprendimento non fosse stato dozzinale, per lo più mai estetico, adatto alla maggioranza normale, ma inadatto a questi, minoranza razziata dal riguardo che meriterebbero.

L’apprendimento è un processo individuale fondato sulla relazione con le persone, gli argomenti e le discipline. Se per buona parte risulta soddisfacente la più diffusa modalità a mezzo della quale esso avviene, che potremmo chiamare a-personale, per alcuni tale modalità è totalmente sterile.

In funzione di come la relazione viene vissuta – soddisfacente/insoddisfacente, piacevole/spiacevole – dalle parti (persone, concetti, oggetti), in campo pedagogico-formativo, terapeutico-evolutivo e psicomotorio il principio meritocratico passa da efficiente a inefficace, mentre resta per lo più eccellente, in ambito selettivo-addestrativo.

Il principio della meritocrazia ha abbagliato le persone desiderose di stare dalla parte del giusto al pari di quanto sia accaduto con sostenibilità, impatto zero, economia circolare (manche inclusività sfrenata, cancellazione delle identità e delle culture). Palliativi buoni per allungare il brodo, che resta comunque esiziale.

Ancora figurativamente parlando, l’applicazione della modalità meccanicistica al territorio umanistico si palesa come una grave incompetenza della presunta intelligenza razionalista, una scatola dal carattere etico, come tutte vuota di empatia estetica. È un’immagine che esprime il tentativo di una cultura e dei suoi palafrenieri di rinchiudere l’infinito delle persone entro la scatoletta dei suoi saperi e ragionamenti.