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Il capitalismo può essere giusto?

di Lorenzo Merlo - 27/01/2017

Il capitalismo può essere giusto?

Fonte: Il giornale del Ribelle

 

Ci consideriamo i detentori della scienza. Siamo indiscutibilmente certi che corrisponda alla verità, che sia lei la sola capace a spiegare il mondo, la sola legittimabile ad essere impiegata per governarlo.

Sulle ali della scienza – ma ormai sarebbe più opportuno chiamarla tecnologia – abbiamo sorvolato sulle faccende umane. Come un google ante litteram ne abbiamo preso le coordinate con il progetto di regolamentarle, organizzarle, identificarne la struttura numerica, riprodurle, clonarle.

Così, credendo che l´esperienza si possa trasmettere, abbiamo creato l´esportazione della democrazia, per la quale era necessaria la guerra, che quindi non poteva che essere giusta. Abbiamo proseguito imperterriti nonostante i danni collaterali assolutamente plausibili, ammissibili, necessari. Perché allora rinunciare al capitalismo giusto? Il capitalismo doveva essere cosa buona, lo è mai stata?

Secondo Adam Smith (seconda metà ‘700) e John Stuart Mill (‘800), il capitalismo esprimeva appieno il senso di progresso la cui fragranza andava diffondendosi nel mondo con la prima industrializzazione del lavoro. Quel profumo avrebbe comportato la distribuzione della ricchezza e la riduzione delle ore di lavoro, elevando così la condizione della popolazione del pianeta. Togliendo l’uomo dal fango, dalla fame, dal freddo, dalla miseria, regalandogli invece una vita leggera colma di accessori e di tempo libero. Dall’alambicco dell’economia capitalista sarebbero cadute gocce di benessere. La profezia era basata su due aspetti entrambi accessibili a tutti. Il primo era che la meccanizzazione del lavoro avrebbe aumentato la produzione, togliendo nel contempo gran parte del carico di lavoro dalle braccia degli operai. Il secondo che quella distribuzione di ricchezza, avrebbe progressivamente allargato il potere d’acquisto, con il quale sarebbero cresciuti i consumi, i quali avrebbero comportato un aumento della domanda e – ci siamo – che la maggior produzione, garantita dall’industrializzazione, avrebbe saputo soddisfare. Così semplice da sembrare vera, la profezia. Tralasciamo la condizione di vita e i diritti dei proletari sulle cui schiene era appoggiata la piramide in cima la quale avrebbe dovuto gocciolare l’alambicco. Marx (‘800) aveva presto fatto presente alcune zone d’ombra sia umane che economiche: l’alienazione del lavoratore; la mercificazione del lavoro e dei beni, quindi quella dell’uomo stesso. Vere bombe a orologeria. Sono particolari, detonano per pressione psicosociale, esplodono, nel corpo e nello spirito, silenziose come un’epidemia. Gli esperti economici constatano la presenza e la diffusione e si interrogano del male popolare, chi di loro si pone interrogativi sull’origine, questa resta a lui sconosciuta. In ogni caso annaspano nel buio. Nonostante ciò, prescrivono vincolanti ricette di austerità, al momento del tutto inefficienti per le società colpite ma incommensurabilmente fruttuose per le multinazionali farmaceutiche e non solo. Più che i partiti e le rivoluzioni, quelle bombe, ci ha pensato il tempo a farle esplodere. E la brillatura non è che all’inizio.

Scrive Max Weber che «… la prevalenza assoluta del capitale produttore, spesso anonimo, sul prestatore di lavoro; la preminenza della macchina e il possesso della macchina da parte dello stesso capitale; la quantità intensificata della produzione e le possibilità, supposte sconfinate, di accrescerla; la conquista dei mercati, ecc. ecc.» erano assolutamente predominanti su «elementi spirituali, di solito espressi con sottintesa valutazione etica: avidità di denaro, tendenza all’accumulo di sempre maggiore capitale; assenza di scrupoli, invadenza, spirito di sopraffazione, sfruttamento, ecc»

E siamo a ieri. La guerra era finita, la nazione si era formata, l’italiano aveva sostituito e spesso anche reso negletti i dialetti. La scienza era ora identificata da tutto un popolo – non solo in Italia – come un valore indiscutibile, come verità accertata e certa. La longa manu dei positivisti aveva colpito il lato destro del cervello.

Nel momento delle lotte operaie (‘900), la pessima situazione dei diritti era migliorata. Anzi, per merito dei salari indicizzati, autoregolamentati dalla produttività, liberi dal rischio dell'inflazione che non consumava così il potere di acquisto della busta paga, i lavoratori erano riusciti sostanzialmente a farsi considerare uomini e donne come i loro simili in camicia bianca, tailleur, pochette e Bentley, pretendevano per sé stessi. Tuttavia del progetto redistributivo non si era vista realizzazione, a meno che non si voglia omologare come tale la lambretta e la tv per tutti. Conquiste di un’apparente soddisfazione, ma sostanziale sirene al comfort come valore e necessaria pasturazione utile a dissolvere quella coscienza di classe della quale oggi non se ne trova più neppure in dosaggi omeopatici, sostituita - sic -  da individui innocentemente orgogliosi di sgomitare per il benefit aziendale, di recitare nella pubblicità della Coca Cola, del dado Knorr. Inoltre, evidentemente, il bigoncio di raccolta del gocciolamento aveva delle perdite strutturali. Il percolamento non arrivava mai alle schiene, ai piani superiori della piramide c’era chi aveva collegato il proprio personale rubinetto. «Per più di un secolo, gli economisti hanno convenzionalmente accettato come dato di fatto la teoria che afferma che le nuove tecnologie fanno esplodere la produttività, abbassano i costi di produzione e fanno aumentare l’offerta di beni a buon mercato; questo, in conseguenza, migliora il potere d’acquisto, espande i mercati e genera occupazione. Tale assunto ha fornito il supporto razionale sul quale si sono fondate le politiche economiche di tutte le nazioni industrializzate. Questa logica sta conducendo a livelli mai registrati finora di disoccupazione tecnologica» (Rifkin Jeremy)

Siamo al presente e le cose sono cambiate. Gli esperti accennano anche ad una data e a un luogo preciso. 2 giugno 1992, a bordo del panfilo Britannia, della famiglia reale britannica, esponenti del mondo finanziario americano si incontrano con i poteri italiani. Scopo della riunione è l’avvio della svendita di grandi beni istituzionali e industriali made in Italy. La ricetta del capitalismo si è infarcita di finanza speculativa. […] Almeno fino al 2008, quando la speculazione finanziaria fuori controllo, relativa al mercato immobiliare americano, ha prodotto un indebitamento tale da coinvolgere il sistema economico del pianeta. Naturalmente, i soliti di tipo A (pochi) si sono arricchiti e i soliti di tipo B (molti) hanno pagato. E non è finita. «La finanza, con la sua fortissima capacità di inclusione nelle vicende nazionali, può infatti esautorare il processo democratico quando e come vuole. Lo fa già in molti modi, anche leciti. Il problema è che questo modello economico appare come uno strumento di selezione darwiniana, dove ad una classe politica che non governa le decisioni ma le subisce, si contrappongono manager senza controllo, capaci di provocare crac finanziari di dimensioni globali e dalle conseguenze immani per le comunità nazionali e la vita di interi popoli, senza che ciò provochi alcun sussulto morale. Qui, vale la pena ribadirlo ancora una volta, il punto non è confutare l’economia di mercato ma cercare correttivi profondi in modo che essa sia al servizio dei popoli e non avvenga il contrario. Bisogna abbandonare l’idea salvifica della mano invisibile che tutto regola e guardare la situazione attuale di disastro economico come fatto strutturale e non contingente, traendone motivi per un cambio di passo oltre che di strategia. Mi rendo conto che il quadro è disarmante e contrastare l’idea dell'homo oeconomicus rasenta la pura follia, perché è l’essenza stessa del nostro tempo: l’agire, il pensare, le nostre relazioni personali e professionali, si muovono tutte all’interno di questo modello filosofico-antropologico che è diventato carne e sangue della società occidentale e che si appresta a diventarlo per il resto del mondo» (Luigi Iannone). Gli stessi esperti di prima si danno da fare per farci presente che in fondo si trattava di un evento imprevedibile e che quindi la sua pesante ricaduta era giusto cadesse su tutti. La finanza ha cambiato la ricetta e il livello. Il capitale aveva a che fare con i mercati, le persone, il denaro. La finanza con i governi, i capitalisti, il potere. Le ha cambiate fino a potersi e doversi dotare di eserciti, così come anche le mafie hanno fatto. L’agonia degli Stati è in corso da tempo, a spartirsi il mondo saranno mafie e poteri finanziari. Con i loro eserciti, i loro servizi, sostituiranno quanto facevano le Patrie. Noi avremo modo di scegliere da che parte stare, di chi essere ricchi sudditi o miserabili schiavi. […]

Nel frattempo, sempre il capitale, o chi ce l’ha, aveva escogitato una nuova idea per riproporre il vecchio ritornello con rinnovata determinazione: la globalizzazione distribuirà ricchezza. Visto che la ricetta si era arricchita di un nuovo ingrediente, serviva una pentola più grande, sovrannazionale. Pietanza gustosa che ha subito soddisfatto il palato lineale degli economisti, altrimenti detti, quelli che senza saperlo sono riusciti a ridurre gli uomini e la vita entro gli assi cartesiani. A mezzo di grafici hanno capito che potevano sostenere la bontà dell’ammaliante jingle, certamente destinato ad essere una hit, sicuramente destinato al top della classifica dei desideri, quindi dei bisogni, delle spese. (L’inglese e gli inglesismi fanno parte del progetto, amalgamano e omologano manager e sudditi.) L’aspetto disumano della globalizzazione non era presente negli occhi dei nuovi scienziati, ma chi lo vedeva li chiamava boia. Quanto era giusta quell’espressione. I piccoli centri non contavano più. Il nuovo sistema li emarginava, oppure li comprava, senza fatica, li eliminava, perché business is business. A loro, non importa che la globalizzazione riguardi il mondo già impigliato nel web, quello che non ha alcuna relazione - se non fagocitante - con quello tribale, rurale, dei piccoli centri bioregionali, quelli che riempiono di autenticità il resto del pianeta.

Contemporaneamente al nuovo entusiasmo, i competenti hanno giustificato il mancato successo del capitalismo puro, non virtuale, quello fatto di denaro tintinnante, per una questione di regole mancanti. Hanno aggiunto che per sistemare le falle del sistema economico è dunque sufficiente stilare opportune regole, e la cosa non si ripeterà. Poi se andavano soddisfatti certi di aver convinto tutti che il capitalismo è buono e giusto.

Più che scricchiolare, la profezia era crollata, eppure, c’era ancora chi votava a favore del sistema. […]

Il passato è finito. Sul futuro si può dire tutto. Ci si può chiedere se è auspicabile un capitalismo organizzato da regole mirate alla distribuzione della ricchezza. Garanzie di equità e libertà sono compatibili con il sistema capitalistico finanziario? […]

Da certi osservatori, pare siano in aumento coloro che sostengono che il capitalismo giusto non possa sussistere… che sia un ossimoro. Semmai sostengono che è fisiologico che l’organismo tenda a produrre lobby, corporativismo, leggi illiberali, oligarchie, guerre. Già, neppure queste sono sfuggite alla mercificazione. Il capitalismo non può essere giusto neppure affardellato di regole, perché acefalo, decapitato dal potere finanziario, la cui capacità e potenza corrisponde a una nuova Gleichschaltung, ad un indottrinamento non coercitivo dispiegato con tutti i mezzi del caso: scuola, formazione, comunicazione, informazione.

La società organizzata secondo la logica del capitalismo giusto resta la migliore possibile perché evita di finire nel baratro delle ideologie. O in mano a ciarlatani, nonché spiritualisti. Moniti importanti, dei quali è opportuno tenere conto. Quegli ammonimenti però sono fantasmi di chi li teme, rivenduti come spauracchi, streghe e mostri utili per reclutare chi non ha le idee chiare. Dentro e dietro quelle paure c’è una concezione e una visione del mondo e degli uomini razionalista e meccanicista. […]

Ma ciò che atterrisce i capitalisti, fortunatamente non atterrisce tutti.

C’è una voce di segno opposto infatti. Passa tra le maglie dell’uniformizzante omologazione. […] È una voce che parte da lontano, gli anarchici ce l’hanno sempre fatta sentire. Da poco, le loro consistenti frange verdi si sono unite a quella dei movimenti di ecologia profonda e del bioregionalismo, per una ricetta potenzialmente alternativa a quella della globalizzazione. Diversamente dal passato il livello di consapevolezza dei singoli coristi è nettamente superiore. E anche la loro quantità. Inoltre, i partiti non hanno più forza per scatenare nei cuori un’evocazione capace di sovvertire. Su questo tema il M5S può essere citato, ma le sue prove di resistenza devono ancora venire.La consapevolezza di come stanno le cose, della loro potenzialità coercitiva attraverso l’ammansimento e i falsi valori del benessere materiale non è che il primo degli elementi più diffusi rispetto al menu del passato. Il secondo è il web, anch’esso presente da poco. La potenzialità emancipatrice della Rete è tale che le contromisure di chi se ne sente minacciato, non hanno tardato. La censura è arma ordinaria nelle società che possono permetterselo. Per le altre, quelle che vantano la facciata dei diritti umani, che inneggiano alla liberta di pensiero ed espressione, altri antidoti sono già stati immessi nelle vene informatiche. Diversivi e disinformazione si mescolano al globo virtuale con una potenzialità d’urto che – tempo – ancora non abbiamo esperienza e mezzi per stimarla.

Forse, il totalitarismo elettronico, prepotenza nascosta negli stati, in un campo non organizzato, parcellizzato nei singoli individui, alza molto il rischio di provocare, di stimolare l’adunanza degli animi. Forse, in quel modo provocati, troveranno il movente opportuno per aggregarsi, cambiare di stato. Da cani sciolti, ad autori ed editori del grande libro del proprio futuro, perché il capitalismo non può essere innocente, esso avrà sempre un fianco disponibile ad essere «ghermito dal demone del consumismo, del profitto e della finanza, l’individualismo e l’idea della tecnica come destino» (Luigi Iannone). Sì, perché, siccome le cose vivono nelle relazioni tutti noi abbiamo la nostra colpa, quella di essere assuefatti a quel benessere velenoso che critichiamo, nonché quella di non essere capaci di svezzarci dall’avidità che avevamo creduto rispettabile, legittima, nobile, giusta.

Non possiamo che rinunciare a compiere la sola rivoluzione definitiva, la nostra, di noi stessi. Basta dare responsabilità e criticare. Assumiamoci la responsabilità di tutto. Cambiamo noi per diffondere quelle azioni, pensieri e sentimenti che vorremmo osservare negli altri. René Girard era un antropologo francese. Ha detto che la base del comportamento dell’uomo si fonda sull’imitazione.