Lo Stretto di Hormuz e l’Ordine Economico Mondiale
di Ettore Rivabella - 18/05/2026

Fonte: Italicum
La crisi di Hormuz ha scoperchiato il vaso di Pandora, mostrando tutte le debolezze di un blocco di paesi del Golfo che pensava di essere sufficientemente tutelato da quella che era la logica della subordinazione, prima al protettorato britannico e poi agli USA. La III guerra del Golfo e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, daranno luogo ad una crisi energetica dai risvolti ancora difficilmente definibili, e rappresentano una crepa rispetto a equilibri che parevano consolidati, coinvolgendo lo stesso ordine internazionale legato al dollaro e al petrodollaro.
Cosa è il GCC ? Quali le caratteristiche e la situazione degli Stati che lo compongono? Come ha impattato sui suoi aderenti l'attuale stato di guerra, dichiarata o meno che sia, tra Israele, USA e Iran ? Perché la libertà di passaggio dello Stretto di Hormuz è per loro vitale? Perché la realizzazione di un nuovo Ordine Economico Mondiale può avere una decisiva ed in parte inaspettata accelerazione? Bene, procediamo con ordine.
Il GCC è un acronimo che sta a indicare il Consiglio di Cooperazione del Golfo, ad esso aderiscono sei stati arabi del Golfo Persico, ovviamente l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait, il Bahrein e l'Oman. Si tratta principalmente di monarchie assolute o emirati, dove il potere è concentrato nelle mani delle famiglie regnanti. Il sovrano, che sia il re o che sia l'emiro, detiene un'autorità suprema assoluta, spesso guidando anche l'apparato religioso, quindi, da questo punto di vista una forma teocratica diversa probabilmente da quella iraniana, ma, per quanto riguarda il potere delle famiglie regnanti è certamente molto più ampio e consolidato di quello che invece caratterizza uno stato molto più complesso e con varie forme di partecipazione, di istanze, di rappresentanza quale l'Iran, certamente meno monolitico e più strutturato in livelli di potere e controllo, mai collegate ad un'unica fonte o ad un'unica personalità, cosa che viene ampiamente confermata dalla capacità di esistere, resistere, operare e reagire nonostante i ripetuti tentativi di ucciderne le figure più esposte e rappresentative.
Tornando ai paesi del GCC, il suo Consiglio Supremo è formato quindi dai capi di Stato che gestiscono la cooperazione regionale con una presidenza a rotazione. I paesi del Golfo adottano una neutralità attiva tra Iran, Israele e USA, cercando di preservare la stabilità interna e sono, come sappiamo, grandi produttori di idrocarburi. L'esigenza di differenziazione economica determinata dall'attuale situazione porta loro a una diversificazione o perlomeno a valutare una diversificazione proprio nelle loro alleanze internazionali, guardando anche e principalmente verso la Cina e l'India. Questo per superare una dipendenza dagli Stati Uniti che sta cominciando a sentirsi e ad apparire stretta, non sempre utile, non sempre contraccambiata dagli stessi USA e che sembra non poter più garantire la stabilità e la sicurezza degli Emirati e degli altri Stati del Golfo.
E' interessante evidenziare che il potere assoluto viene esercitato nei vari Stati del Golfo attraverso titoli sovrani o nobiliari diversi. Le principali differenze sono rappresentate dal Re detto il Malik che è utilizzato per le dinastie di origine araba, ad esempio, l'Arabia Saudita, il Sultano, che è usato solitamente nelle dinastie di origine indoeuropea come l'Oman, infine l'Emiro che indica un principe, un comandante come può essere nel Qatar e nel Kuwait, spesso, anche in questo caso, con un forte il ruolo spirituale. Questi Stati sono noti storicamente per essere grandi esportatori idrocarburi, come abbiamo detto, e per il loro ruolo di stabilizzatori nel mercato energetico mondiale. Oggi questo ruolo è un po' incrinato dalle evoluzioni di una crisi che sta andando avanti con poca chiarezza e poca trasparenza, specialmente sulle finalità e sulle possibilità di uscita che appaiono per lo meno nebulose, vista anche la particolare incapacità, da parte degli Stati Uniti, di dare indirizzi precisi e percorsi realmente realizzabili a prescindere dalle boutade a cui ci ormai abituato il Presidente Trump...ma quali sono storicamente i rapporti degli Stati Uniti, del Regno Unito, dell'Europa con le sei monarchie del GGC? Innanzitutto non dobbiamo pensare che i paesi del Golfo siano un blocco compatto e unitario. Assolutamente no, anzi è più paragonabile a un'assemblea di condominio. Infatti sono, a volte, anzi anche abbastanza spesso, molto litigiosi tra di loro, mentre sul piano internazionale fanno scelte diverse e contrastanti. Ecco perché nei rapporti, per esempio, con l'Iran, troviamo suoi alleati storici e nemici acerrimi coinvolti, seppur indirettamente, in guerre ultra decennali, come nello Yemen, tra Arabia Saudita e Iran. Nei secoli hanno imparato a “usare” Washington, Londra, l'Europa e Washington, Londra e l'Europa hanno fatto altrettanto. Il Regno Unito è stato il grande architetto esterno dell'ordine del Golfo tra il XIX e il XX secolo. In fatti nel 1809 e nel 1819, a causa dell'aumento delle attività di pirateria che minacciavano i commerci della Compagnia delle Indie Orientali, la Gran Bretagna intervenne militarmente, distruggendo le basi navali locali. Nel 1820 venne poi imposto il Trattato Marittimo Generale agli sceicchi della Costa. Questo trattato sottomise i capi locali, ponendo le basi per il protettorato britannico. Nel 1853, con la Pace in Perpetuità, il controllo fu ulteriormente rafforzato, che trasformò la zona nel nucleo degli "Stati della Tregua" (o Trucial States), con gli sceicchi, che rinunciavano alla giurisdizione sugli affari esteri in cambio della protezione britannica. Infine sul finire del XIX Secolo, con gli Accordi Esclusivi, il controllo si estese agli altri emirati e stati, come il Bahrain e il Kuwait, integrandoli nel proprio sistema di dominio in Asia. In effetti il Regno Unito qualche stato se l'è costruito volutamente e autonomamente, dandogli poi magnanimamente la sua protezione. Gli stessi confini sono fatti più con il righello che su basi etniche, geografiche o storiche. Abbiamo quindi famiglie regnanti che consolidano e conservavano il potere interno, ma Londra, ovviamente, controlla tutto il resto, difesa, relazioni esterne, sicurezza marittima. Non era una colonizzazione classica come avvenne in India, ma comunque era sempre una sorta di sovranità limitata. Il punto focale è proprio questo, infatti il Golfo moderno subisce un impostazione all'interno delle ottiche e delle strategie dell'Impero Britannico e non dentro un'autonoma architettura regionale.
Il Kuwait diventerà indipendente nel 1961, mentre il Bahrain, il Qatar, gli Emirati Arabi arriveranno all'indipendenza nel 1971, quando Londra chiude formalmente la fase del protettorato. Questo però non significa che non rimanga ancora una presenza ed una oggettiva influenza, c'è più che altro una trasformazione della stessa sul piano militare, bancario, diplomatico e di intelligence. Nel contempo gli Stati Uniti, dal 1945, sviluppano la loro influenza attraverso l'asset petrolio sicurezza. Il 14 febbraio 1945, Roosevelt incontra il re saudita Ibn Saud, che prima della II Guerra Mondiale era stato, per un breve periodo, speranza mal riposta di un possibile raccordo tra le politica imperiale italiana e una possibile volontà di emancipazione dalla dipendenza britannica della dinastia regnante saudita. Sulla nave USS Quincy nasce il paradigma sicurezza americana in cambio di stabilità energetica e accesso privilegiato al cuore del petrolio del mondo. Si tratta quindi di un contratto materiale che asseconda e realizza la strategia americana volta al controllo del Golfo. Tra il 1990 e il 1991 con l'invasione irachena del Kuwait e la conseguente I Guerra del Golfo, questo rapporto diventa ancor più militare. Gli Stati Uniti non sono più soltanto il garante esterno, diventano una infrastruttura fisica presente nel Golfo. La presenza USA si articola e si consolida in Kuwait, Bahrain, Qatar, con accordi di accesso e cooperazione militare. Negli Emirati Arabia Uniti, Oman e Arabia Saudita, si crea una forte infrastruttura militare. In questa realtà, la presenza europea nel golfo si caratterizza da un lato come spazio normativo nell'ambito di quella che è la argomentazione sull'apertura ai diritti umani, al diritto internazionale, alla transazione verde, alla diplomazia multilaterale, dall'altro resta fortemente legata principalmente a contratti riguardanti energia, armi, investimenti, porti logistici. Quindi in realtà l'Europa consolida i suoi rapporti con i fondi sovrani, che instaurano un rapporto privilegiato con tutti gli stati europei. Quindi non è l'amore per la democrazia o per i diritti umani, che anima gli investimenti europei nei paesi del Golfo, ma gli interessi materiali, economici.
Diventa quindi strategico il vertice del 2024, primo vertice tra Stati del Golfo e l'Unione Europea, dove l'Europa ha riconosciuto apertamente il Golfo come partner strategico per quanto riguarda commercio energia, investimenti, sicurezza e connettività. Quindi, come abbiamo già accennato, stiamo parlando di Stati anzi di regimi solitamente ben più assolutistici, intolleranti e autocratici, ben peggio dell'Iran. Per tutti un esempio non secondario, la posizione della donna è certamente migliore in Iran, dichiaratamente teocratico, e quindi distante anni luce rispetto alla nostra concezione laica dello Stato, che in Arabia Saudita o negli altri paesi del Golfo. Si evidenzia, poi, una ulteriore palese ipocrisia quando si tende a giustificare le azioni e i comportamenti terroristici messi in atto da israeliani e americani nel conflitto mediorientale, attualmente in corso.
Comunque questa crisi internazionale, questo conflitto locale ma in una posizione pericolosamente vitale per l'economia mondiale, ha in parte stravolto equilibri che si consideravano consolidati, fino a qualche mese fa, dando spazi e opportunità a nuovi attori. Tra questi la Cina e l'India, che sembrano interessati ad acquisire ruolo nei nuovi equilibri regionali e non solo. In realtà la Cina non è un attore improvvisato in quelle che sono le dinamiche del Golfo, infatti è da sempre presente come primario importatore di petrolio, ma negli ultimi decenni ha diversificato il proprio approvvigionamento energetico in altre forme. Nel frattempo però la Cina è diventata un importante connettore, una via di scambio non solo con l'Asia, ma anche con l'Africa. Grazie proprio a questa attività di soft power, la Cina ha acquisito un ruolo nella regione, nel contempo la diversificazione economica non significa solo modernizzazione, ma è una sorta di assicurazione per la vita, per la Cina, ma anche per il resto dei paesi del Golfo e per lo stesso Iran. Questo non significa abbandonare completamente il dollaro, la sua centralità rispetto al petrolio e alla economia basata proprio sul petrodollaro, ma emerge una necessità, per assicurare la sopravvivenza di questi paesi, che porta in sé una forte esigenza di cambiamento, a maggior ragione dopo le dinamiche evidenziate dal conflitto in corso nel Golfo. Inoltre questi paesi non vogliono uscire dal petrolio perché sono diventati ambientalisti, ma non vogliono, in prospettiva, morire geopoliticamente. Quando il petrolio non potrà essere più la fonte per soddisfare le esigenze degli Stati del Golfo, questi dovranno trovare nuove forma di autonomia economica. La via asiatica diventa quindi via di interconnessione, di opportunità negoziali, di accesso a nuovi mercati. L'apertura proprio di reti commerciali con i paesi del Golfo, vede la Cina funge quale elemento di riferimento insostituibile. Il dollaro resta centrale, ma non è più dominante, perché i paesi nel Golfo si sono resi conto che devono cambiare ed... iniziano a cambiare. La Cina è un'architettura alternativa. Secondo i dati del Ministero Cinese nel 2024, il commercio tra Cina e i paesi del Golfo ha raggiunto circa 288 miliardi di dollari, rendendo quindi la Cina il principale partner commerciale del blocco dei paesi del Golfo. Il rapporto con l'Arabia Saudita, ad esempio, ormai è strutturale. L'interscambio è arrivato a circa 107,53 miliardi di dollari tra Arabia Saudita e Cina, diventando partner decisamente importanti. La Cina non vuole solo Hormuz aperto, vuole che l'Asia non sia più ostaggio delle possibili tensioni mondiali. Lo Stretto di Hormuz non è solo caratterizzato dal passaggio di circa 22 milioni di barili di petrolio al giorno nel 2025, ma è una importante linea di transito di fertilizzanti e di altri prodotti verso India, Corea del Sud, Giappone. La Cina assorbe circa il 37% delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz relativamente al petrolio, ma è importante anche la sua quota di mercato relativamente gli altri prodotti, questo le permette di essere riferimento focale sullo “swapping”, cioè il progressivo utilizzo di altre valute oltre il dollaro nelle transazioni commerciali. La Cina offre al Golfo condizioni che gli Stati Uniti faticano sempre di più ad offrire, cioè relazioni senza questioni ideologiche, senza cambio di regime. Certamente non è altruismo, ma esclusivamente una logica di interesse economico che per le monarchie del Golfo diventa molto più affidabile e appetibile. Un altro elemento di grande interesse è la famosa belt and road initiative, è la nuova via della seta, che non è una semplice iniziativa propagandistica. Infatti già nel primo vertice del 2022, tra la Cina e i paesi del Golfo,venne impostato un piano d'azione che ha avuto come “framework” tra il 2023 e il 2027, con il sostegno reciproco di quelle che sono i free trade agreement, cioè gli accordi di libero scambio, trattati che chiaramente non sono solo una questione commerciale, ma un passo verso una nuova geografia economica del Golfo. La Cina diventa sempre meno periferica e diventa sempre più vicina all'Asia allargata.
Passando ad analizzare l'India, si deve innanzitutto chiarire che l'India non è la copia della Cina, anzi tutt'altro, intanto è diversa anche come potenza ponderata in una maniera differente. L'India, in questo conflitto tra USA, Israele e Iran, si è trovata decisamente in una situazione estremamente precaria. Storicamente l'India cerca di mantenere una posizione equilibrata con tutti gli attori con i quali va ad interfacciarsi, ma questo comportamento non sempre determina ritorni positivi. Oggi l'India soffre terribilmente.
L'India ovviamente difende la propria sovranità, ma nel dover accontentare tutti perde la sovranità stessa. In questo caso il dato commerciale è molto forte, perché il commercio tra l'India e i paesi del Golfo aveva raggiunto nell'anno fiscale tra 2024-2025 circa 178 miliardi di dollari pari a circa il 15,42% del suo commercio globale. Infatti l'India nel 2024 aveva impostato uno action plan, per il periodo dal 2024 al 2028, in cui, proprio i paesi del Golfo dovevano fungere da “pompa di benzina” per l'industria, le infrastrutture, la logistica indiana, ma anche come bancomat, a garanzia di quelli che erano i progetti di investimento e i piani di azione congiunti relativamente a salute, commercio, sicurezza, agricoltura, riserve alimentari, trasporti, energia, cultura e tanto altro. Inoltre l'India utilizza per i suoi pagamenti la Reserve Bank of India, la banca centrale indiana, che lavora strettamente con la Banca Centrale degli Emirati Arabi. Questo avrebbe dovuto garantire una maggior sicurezza nell'ambito dell'acquisto di fertilizzanti, petrolio, ponendo la nazione al riparo da possibili crisi di approvvigionamento, ma la guerra rende anche questo aspetto pesantemente a rischio.
Inoltre è opportuno ricordare che Cina e India non sono alleate, tuttavia fanno entrambe parte del BRICS, un raggruppamento di economie mondiali emergenti, ma il BRICS non è assolutamente una nuova NATO dell'est, anzi si può affermare che Cina e India sono rivali su alcune questioni importanti e hanno reciproche rivendicazioni territoriali, così come lo sono India e Iran. Tuttavia i membri del BRICS condividono determinati aspetti riguardanti la libertà nelle contrattazioni commerciali, economiche e infrastrutturali relativamente alla sicurezza, al libero utilizzo delle monete e quant'altro sull'argomento. Inoltre appare evidente che gli Stati del Golfo non siano alla ricerca di un nuovo padrone o protettore, ma vorrebbero avere la possibilità di giocare su più tavoli, avere più valute e più compratori, proprio per garantirsi maggior margine di manovra, visto che, quanto sta accadendo oggi, non permette più a loro di fidarsi dell'unico grande ombrello statunitense. La Cina offre una produzione qualificata e su scala industriale, infrastrutture, tecnologie, capacità diplomatica, acquisto massiccio di energia. L'India offre i rapporti privilegiati con i fondi sovrani, gli hub logistici, l'accesso all'Africa, così come la Cina stessa. Quindi sono due rivali, ma ben accettati dai paesi del Golfo, perché garanti di un maggiore equilibrio.
In sintesi si può dire che Hormuz ha scoperchiato il vaso di Pandora, mostrando tutte le debolezze di un blocco di paesi del Golfo che pensava di essere sufficientemente tutelato da quella che era la logica della subordinazione, prima al protettorato britannico e poi statunitense. In effetti anche solo valutando i miliardi persi per il blocco dello Stretto e i danni subiti direttamente per i bombardamenti iraniani delle basi statunitensi, danni certamente collaterali, ma che proprio gli alleati non hanno alcuna intenzione di pagare nemmeno in parte, si palesa l'evidente fragilità di tutto il sistema e la crisi dello stesso. In aggiunta questo viene subito anche da quegli Stati che hanno dato un importante apporto e un indispensabile supporto ai famosi accordi di Abramo, nei cui confronti sia gli USA, che Israele fanno entrambi, scusate la battuta, orecchie da mercante. Si potrebbe dire che forse i paesi del Golfo si sono troppo occidentalizzati, non nei diritti, non nella democrazia, ma nel modo di pensare agli equilibri politici, convinti che effettivamente questa superpotenza americana, questo asse israeliano statunitense fosse realmente inespugnabile, realmente incontrastabile, fraintendendo o sottovalutando quello che avvenne nella Guerra dei 12 giorni del maggio del 2025, ove, a una analisi non superficiale, appare effettivamente messa in dubbio e incrinata la supremazia di Israele e degli Stati Uniti. Questa sicurezza ha tradito principalmente i paesi che ospitavano le basi da cui sono partiti poi gli attacchi all'Iran, forse pensavano che l'Iran non avrebbe avuto il coraggio di rispondere, o meglio, di dare lo stesso identico tipo di risposta. Questa è stata la grossa rivelazione, la rottura del vaso di Pandora, aggravata dalla scelta, da parte degli Stati Uniti, di difendere, in via prioritaria e in buona fine esclusiva, Israele, poi successivamente, cercare di tutelare le proprie basi, ma ciò non significava dare protezione al paese alleato, che le ospita. Questo ha determinato il cambio di passo da parte dei paesi del Golfo, che hanno attivato relazioni con quasi tutti i paesi asiatici e non solo, hanno iniziato anche parlare ed effettivamente ad accettare le prime transazioni forti e un ulteriore avvicinamento alla Cina. Iniziare ad accettare le transazioni non più in dollari, crea le condizioni per avviare la transizione verso un nuovo modello di scambi economici, nel contempo si velocizza la transizione verso un'ottica multipolare. Ora bisognerà vedere se gli Stati Uniti vorranno recuperare le posizioni e cosa farà l'Europa, se inizierà a pensare ad una diversificazione energetica, una diversificazione commerciale, una diversificazione di scambio ovviamente valutario. Alcuni paesi europei sembrano comprendere questo nuovo sentire da parte dei paesi del Golfo, gli Stati Uniti dovranno prenderne atto, ma non sappiamo in che maniera, tuttavia alcuni paesi europei hanno iniziato a valutare questa assenza di tutela reale anche per quanto riguarda il proprio territorio e la possibilità di non rinnovare determinati accordi.
Inoltre si è creato un certo interesse, da parte degli stessi paesi del Golfo, per l'utilizzo della Multi Central Bank Digital Currency Bridge, un progetto collaborativo che sta sviluppando una piattaforma condivisa per pagamenti transfrontalieri in tempo reale utilizzando diverse valute digitali delle banche centrali (multi-CBDC). Consente transazioni in valuta estera più veloci ed economiche tramite blockchain; i partner includono Cina, Hong Kong, Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Quindi se si inizia a utilizzare questo sistema, il dollaro inizierà a subirne le ovvie conseguenze e l'Europa potrebbe esserne negativamente coinvolta, anche se alcuni paesi europei hanno iniziato già a verificarne la plausibilità, potrebbero comunque esserci ritorsioni , le famose tariffe di Trump. Tuttavia in prospettiva questa nuova opportunità potrebbe aumentare gli scambi commerciali ed economici e di investimento con i paesi asiatici e soprattutto con la Cina, creando un effetto domino tale che la crisi derivante dalla III guerra del Golfo e la conseguente crisi dello Stretto di Hormuz, non si concretizzi esclusivamente in una potenziale crisi energetica dai risvolti ancora difficilmente definibili, ma potrebbe essere veramente una crepa rispetto a equilibri che parevano consolidati, coinvolgendo lo stesso ordine internazionale legato al dollaro e al petrodollaro.
