Liberiamoci dal progresso
di Serge Latouche - 18/05/2026

Fonte: Decroissance
Lo sviluppo perpetuo non è solo una fissazione degli economisti, ma si insinua nella mente di ognuno di noi. Al centro dell’immaginario occidentale si trova «l’espansione illimitata del dominio razionale», diceva Cornelius Castoriadis. La critica del progresso passa quindi attraverso un capovolgimento dei nostri modi di pensare e di rappresentarci il mondo. Serge Latouche, che ha appena pubblicato un nuovo libro, ha sempre fatto di questa «decolonizzazione dell’immaginario» una priorità: per concepire la decrescita, occorre innanzitutto mettere al centro della vita umana significati diversi rispetto al costante aumento della produzione, del consumo e del potere tecno-scientifico.
La Décroissance: Lei invoca la «decolonizzazione dell’immaginario», influenzato in particolare dall’opera di Cornelius Castoriadis. Potrebbe illustrarci questa idea? Serge Latouche: Sebbene Cornelius Castoriadis non utilizzi mai l’espressione «decolonizzazione dell’immaginario» in quanto tale, questa idea si ispira essenzialmente al suo pensiero, che si opponeva a una visione puramente materialista o deterministica della società. Il suo grande libro L’istituzione immaginaria della società (Seuil, 1975) mostra che le società umane si istituiscono a partire da un immaginario collettivo. Esse soddisfano certamente bisogni biologici, vitali, ma questi sono sempre trasformati in significati sociali. Castoriadis cita del resto Karl Marx: «Ciò che distingue fin dall’inizio il peggiore degli architetti dall’ape più esperta è che egli ha costruito la cella nella sua testa prima di costruirla nell’alveare. Il risultato a cui perviene il lavoro, preesiste idealmente nell’immaginazione del lavoratore». Lo stesso bisogno di proteggersi dalle intemperie darà origine a migliaia di tipi di abitazioni nel corso della storia, a seconda dell’immaginario sociale del momento. Notiamo che l’espressione «colonizzazione dell’immaginario», in quanto tale, è stata impiegata da autori che si sono interessati ai paesi del Sud e che ho frequentato molto, il che collega la decrescita al Terzo Mondo. Oggi, il nostro immaginario sociale è ampiamente consolidato, «colonizzato» dall’imperialismo dell’economia all’origine della decivilizzazione occidentale moderna. Storicamente, questo immaginario è stato istituito dall’Illuminismo, quel movimento di profonda effervescenza intellettuale e spirituale che ha avuto inizio nel Rinascimento e ha infine dato origine alla società di mercato e alla crescita economica obbligatoria.
D.All’interno dello stesso Occidente, l’imposizione di questo immaginario liberale non è avvenuta senza resistenze...
L.E sono state notevoli. Sono trascorsi tre secoli tra il Rinascimento e la vittoria dell’economia politica nel XIX secolo. L’immaginario moderno ha attaccato l’ordine antico, ormai chiamato Ancien Régime, che si basava su tre pilastri: la trascendenza, la rivelazione e la tradizione. Tutti conoscono i grandi nomi che lo hanno attaccato: Montaigne, Pascal o Voltaire con il suo «Schiacciamo l’infame» contro il dominio della religione cristiana. O ancora il parroco Jean Meslier che annunciava l’ateismo! Ma quando Mandeville, con la sua Favola delle api, presentò il cuore dell’immaginario liberale secondo cui «i vizi privati fanno la ricchezza pubblica» – siate egoisti, interessati al guadagno monetario: la società si arricchirà, il che sarà favorevole al bene comune –, il suo libro fece scandalo e fu condannato e persino bruciato alla Sorbona! Aggiungiamo le rivolte contadine contro la privatizzazione dei terreni comunali (la «guerra contro i poveri» di cui parlava Illich), quelle degli operai contrari alle macchine... Un nuovo immaginario impiega tempo ad affermarsi: le resistenze della tradizione (che sono ovviamente più o meno legate agli interessi di classe) sono sempre considerevoli.
D In questo immaginario, la difesa del «progresso» non ha forse svolto un ruolo decisivo?
L.L’idea è infatti potente. All’origine del concetto di progresso non si parla innanzitutto di crescita economica, ma di «progresso della civiltà». Rousseau parla del «progresso delle arti e delle lettere», Voltaire del «progresso dei costumi»... Ma l’immaginario economico non era lontano: Voltaire si rallegrava del fatto che la società, dopo aver discusso per secoli della grazia, si interessasse ormai al prezzo del grano! Ma anche in Adam Smith, il padre dell’economia politica, l’economia era solo una parte della sua filosofia morale. È stato quindi solo molto gradualmente che ha trionfato il dominio economico che conosciamo oggi: il risultato di un potente processo di deculturazione dei popoli, compresi noi in Occidente, anche se è stato proprio l’imperialismo delle nazioni occidentali ad imporlo al mondo intero.
D.Nel suo ultimo libro (La decrescita. Dall’utopia sociale alla [ri]costruzione di un mondo comune, EdiSens, 2026), lei analizza il terrorismo in questo contesto: una resistenza all’imperialismo economico proprio dell’Occidente...
L.Senza pretendere di coglierne tutte le implicazioni, mi sembra pertinente considerare il terrorismo religioso, in particolare quello islamista, come l’espressione di potenti resistenze all’occidentalizzazione. Senza giustificarlo moralmente in alcun modo, potremmo parlare, con i precursori della decrescita Tiziano Terzani e Pier Paolo Pasolini, di un «contro-terrorismo» in reazione al totalitarismo soft della società della crescita. Piuttosto che di una «radicalizzazione dell’Islam», come si dice spesso, si tratterebbe piuttosto di una «islamizzazione della radicalità», consistente nel cercare in una tradizione religiosa, eventualmente snaturata, risorse spirituali per opporsi alla società di mercato. Ma questa violenza cieca non crea nulla, è solo una delle espressioni della deculturazione e della perdita di senso. Possiamo ricondurla ai massacri di massa, «senza motivo», come quelli che si verificano ricorrentemente negli Stati Uniti o sempre più spesso da noi, e ai vari ripiegamenti identitari, ai populismi, o addirittura a un «contro-contro-terrorismo di estrema destra». Alcuni accusano del resto la decrescita di essere vicina alle correnti identitarie: con la motivazione che combatte l’universalismo di mercato, sarebbe dalla parte dei comunitarismi. È particolarmente perverso.
D.Questo ci permette di affrontare una questione complessa che attraversa la sua opera. Nella sua diversità e nelle sue contraddizioni, il movimento illuminista ha portato avanti, in un unico flusso, il progresso economico, la crescita, e l’ideale della democrazia, dell’auto-organizzazione della società. Si possono facilmente separare le due cose?
L.L’immaginario democratico che è il nostro – l’autonomia degli individui, il potere al popolo – è intrecciato con quello dell’imperialismo economico – la crescita, la tecno-scienza senza limiti. «È colpa di Voltaire, è colpa di Rousseau», dice la canzone. Ma proprio Voltaire e Rousseau non sono la stessa cosa!! Separare l’idea democratica dall’imperialismo dell’economia non è facile, ma dobbiamo farlo. Dobbiamo rompere con la modernità senza però rinnegare il contributo emancipatorio dell’Illuminismo. Per essere concreti, prendiamo l’individualismo difeso, oh quanto, dalla modernità. Questo mirava all’emancipazione delle persone dall’ordine soffocante dell’Ancien Régime: affinché diventassero autonome, assumessero la loro eredità senza esserne schiave. In questa prospettiva, è quindi chiaro che non siamo esseri isolati, «autocostruiti». Tuttavia, la libertà degli economisti è ben altra cosa: è la libertà di sfruttare la natura e il prossimo senza limiti. Ciò è ancora più evidente nelle idee libertarie contemporanee, conseguenza della nominalizzazione dell’economia per cui l’essere umano è un attore economico isolato (homo oeconomicus) che entra in contatto con i propri simili solo attraverso legami contrattuali. L’emancipazione è ormai concepita come una rottura totale con tutti i legami comunitari storici: una perversione radicale del miglior individualismo e delle prospettive democratiche, secondo cui l’ordine sociale non ha nulla a che vedere con l’ordine del mercato.
D. Ma questa idea di auto-organizzazione non è forse propria dell’Occidente? Non è forse questa la sua eredità principale all’umanità?
L. Non ne sono così sicuro e su questo punto mi discosto dalle idee di Castoriadis. Non sono uno specialista, ma mi sembra che nel pensiero cinese si ritrovino visioni di autonomia comparabili, ad esempio nel taoismo, che si oppone al confucianesimo. Anche in India le modalità di inserimento dell’Io nel Tutto sono oggetto di importanti riflessioni, anche se mi sembra che il Tutto prevalga sull’individuo. Sono stato fortemente influenzato dal teologo Raimon Pannikar, che sostiene
la pluralità delle culture umane senza negare un certo orizzonte universale. Secondo lui, sono possibili traduzioni e scambi che consentirebbero, e questo è un bene, di evitare la «guerra delle civiltà». La condizione è ovviamente che l’Occidente smetta di considerarsi superiore agli altri. Quando si constata quale decivilizzazione esso abbia prodotto, ciò dovrebbe essere il minimo.
D.Che cosa sarebbe un’«istituzione immaginaria» in una società che applicasse le idee della decrescita?
L.Così come il Rinascimento ha minato l’immaginario istituzionalizzato dell’Ancien Régime, la decrescita mette in discussione l’ordine della società di mercato, i suoi «significati sociali immaginari» come il carattere sempre auspicabile del progresso tecnologico. Il suo immaginario sociale è quello dell’interdipendenza degli esseri umani tra loro e con la natura – contro l’individualismo proprietario e la reificazione della natura del liberalismo; implica anche ritrovare il senso del limite, dell’autonomia e dell’auto-organizzazione contro la dittatura dei mercati. Si tratta di un progetto «metapolitico», che non si lascia rinchiudere negli attuali scontri politici. È piuttosto vano descrivere con precisione come sarebbe una società decrescente – o, più esattamente, di post-crescita. È in un clima di effervescenza rivoluzionaria che nascerebbero nuove idee, ispirandosi in parte alle alternative esistenti, naturalmente. È così che hanno agito i rivoluzionari nel XVIII secolo, inventando nuovi significati immaginari attraverso parole come progresso, «libertà, cara libertà», felicità («un’idea nuova in Europa» secondo la famosa frase di Saint-Just). I controrivoluzionari liberali – opponendosi al progetto di auto-organizzazione della società –, come Friedman e Hayek attraverso vari think tank, hanno fatto lo stesso.
La lotta ecologista è ben lungi dall’essere così gloriosa. Non stiamo forse sprofondando piuttosto nell’emarginazione, subendo gli assalti incessanti dal campo del progresso, con l’attuale forte avanzata delle idee di estrema destra, dedite alla prosecuzione della devastazione sociale (opposizione all’intelligenza artificiale, all’agroindustria…)?
L’ordine sociale resiste e diventa tanto più violento quanto più è oggettivamente molto indebolito (crisi ecologica, società malata…). Siamo indubbiamente in una fase di stallo. Ma la storia si sta facendo, e noi non abbiamo il distacco necessario per giudicare la situazione. Saranno i nostri nipoti a farlo e nessuno sa come. Se l’orizzonte è davvero cupo, una cosa è certa: la storia non è finita e ci sono buoni motivi per pensare che, per forza di cose, sempre più persone capiranno che non abbiamo altra scelta che tra decrescita o barbarie. Cosa ne sarà di noi? Il futuro lo dirà. Nel frattempo, facciamo del nostro meglio per evitare il peggio e cerchiamo di vivere nel miglior modo possibile il tempo che ci è concesso.
