Escatologia protocollare
di Franzaldo di Paolo - 18/05/2026

Fonte: Italicum
La mobilitazione apocalittica delle masse messianche evangeliche americane ed ebraiche israeliane, e di converso quella iraniana incardinata sull’orgogliosa rivendicazione nazionale erede di cinque millenni di storia e di una propensione al martirio tutta sciita, possono essere lo strumento per innescare un passaggio al caos. Consisterebbe in una radicale destabilizzazione planetaria, dove la crisi dell’offerta di prodotti energetici – le cui scorte mondiali sono già dimezzate – a seguito del prevedibilissimo stallo nel blocco di Hormuz potrebbe produrre a cascata un impoverimento diffuso (soprattutto in Europa tra i paesi sviluppati) quando non misure di razionamento e confinamento, tali da comportare uno slabbramento sociale più o meno ingegnerizzato, funzionale al reset di un sistema socio-economico ormai insostenibile per eccesso di posizioni debitorie e svalutatorie della moneta.
Ne seguirebbe l’instaurazione di una autocrazia protocollare (o della conformità, o compliance) tecno-amministrativa e bio-digitale a trazione algoritmica, come nella società della sorveglianza digitale preconizzata da Shoshana Zuboff, e in Occidente a conduzione privatistica – secondo quanto adombrato già nella Corporato-crazia di Sheldon Wolin – rappresentata dalla commistione degli apparati pubblici nazionali e sovranazionali con i giganti della A.I. nonché del ciclopico accaparramento, stoccaggio e gestione di dati, e infine della deriva trans- e anti-umana. Entità private ma investite di poteri pubblici, perfino quello della conduzione bellica.
Anche questo esito ha un’anima apocalittica, peraltro esplicitata da Peter Thiel di Palantir e dal suo CEO Alex Karp nel recente manifesto da lui pubblicato: tale sistema si presenta come il grande ordinatore escatologico che, richiesto a gran voce dopo una fase di torbidi e tensioni feroci, pacificherà le masse immiserite nel nuovo ordine della mente-alveare (swarm brain) cui il WEF ha dedicato numerosi approfondimenti pubblici. I suddetti nuovi campioni della Silicon Valley non fanno d’altro canto mistero di voler spazzare le attuali “democrazie liberali” a conduzione oligarchica occultata, in favore di un sistema della conformità – di cui il Green Pass è stato l’esperimento su scala mondiale – a conduzione oligarchica esplicita ma apparentemente impersonale. Essa è nascosta dietro le nebbie di protocolli automatici dipendenti da una programmazione eseguita senza alcuna trasparenza di criteri, limiti e obiettivi impostati, e poi adottata in forza di atti regolatori o amministrativi, in assenza d’ogni confronto pubblico almeno mediatico.
Lo slittamento da un sistema politicamente governato alla società amministrata preconizzata da Max Horkheimer nel 1934 ha sfruttato come beta test sperimentale l’impenetrabile e ossessiva minuzia precettistica della UE. L’80% del lavoro parlamentare è mera ricezione normativa delle direttive europee, generate nei covi insondabili (e infestati di lobbysti) dell’empireo burocratico bruxellense. La stolida Ursula si è vantata che mentre USA e Cina sono potenze l’una militare l’altra economica, l’UE è una “potenza regolatoria”. È già macchinosa e obsoleta. Va smaterializzata. Da tempo Klaus Schwab e i suoi tamburini delle profezie auto-avverantesi, prima Attali e ora Harari, hanno enunciato il passaggio da una funzione predittiva della A.I. a una prescrittiva giacché la (asserita) precisione della previsione – insieme alla sua percepita ma insussistente terzietà – renderebbe superflua la consultazione elettorale. Né la nuova piattaforma prescrittiva potrà mancare della totemica (e tokenica) moneta digitale programmabile, la cui fruibilità è perciò condizionata all’ottemperanza regolamentare del (teorico) possessore, giacché un fallo nel suo utilizzo o nella conformità generale del soggetto può produrne il congelamento o addirittura l’annichilazione, sempre per imperscrutabile e inappellabile via algoritmica. Una soluzione che peraltro, insieme alle attuali valute, eliminerebbe in radice tutte le problematiche sulla dominanza internazionale del dollaro americano vs. la de-dollarizzazione. Il taglio (gordiano) di paradigma annullerebbe per obsolescenza pure le vecchie e finora insolubili problematiche geopolitiche e geoeconomiche adesso attanaglianti il mondo; le riassorbe rendendoli superflue.
Si profila una autocrazia procedurale – la dittatura dei protocolli – asettica e impenetrabile come il Castello di Kafka che rende invisibili, e addirittura leggendariamente inesistenti, i decisori come un dio immanifesto ma potente e capricciosamente esigente, somigliante d’altronde al nume biblico, spietato nell’insindacabilità delle sue decisioni e nella coazione delle conseguenze. La sua torva presentazione al grande pubblico è consistita nell’assistenza dei sistemi Palantir a identificare algoritmicamente le vittime designate per esempio a Gaza, una prestazione di cui Karp si è boriosamente vantato. Il dispositivo kafkiano della “società prescrittiva” sarebbe un immenso e minuzioso apparato regolatorio equivalente a una omni-pervasiva precettistica di stampo halakhico-talmudico o dell’equivalente regolazione islamica o di casuistica gesuitica, spogliato però da ogni pretesa di rivelazione divina. A officiarlo sarebbe un nuovo clero tecnocratico – significando etimologicamente “clero” una casta ristretta beneficiata da un lascito dall’alto – quindi depositaria di un sapere esclusivo e precluso al volgo. Questo sogno distopico millenarista sostituisce quello propriamente religioso degli abramitismi. Ne incarna l’estrema mutazione dopo la sua secolarizzazione marxiana che propugnava il “regno di dio” (senza Dio) della “società senza classi”, a compimento – in un futuro canonicamente sempre sfuggente e procrastinato – di un travaglio rivoluzionario volto a porre fine all’epoca oscura antecedente alla rivelazione ideologica (perciò d’ispirazione secolarmente divina) grazie all’opera del messia illuminato rappresentato dall’avanguardia del proletariato.
Il paradosso, ma non troppo, dell’attuale progetto di dominazione algoritmica è che esso intende esplicitamente instaurare un collettivismo a conduzione tecno-privatistica, come nel film Elysium del 2013. In Oriente, nelle altre grandi nazioni-continente di orwelliana memoria dove si stanno perseguendo le medesime politiche, sociali e pure bancarie, di capillare controllo bio-digitale, tale sistema neo-collettivista è del pari in corso di predisposizione ma su varianti adeguate alle inclinazioni anche storiche di quei diversi popoli. Tuttavia il bagno messianico dell’escatologia protocollare ha ormai la medesima impronta. Il multipolarismo auspicato da tanti commentatori in alternativa al morente unipolarismo americano rischia di diventare una sorta di “conflitto controllato” – come in parte fu l’Ordine di Yalta in cui il “nemico esterno” era funzionale alla domesticazione interna delle masse – tra conglomerati oligarchici improntati al medesimo principio tecno-collettivista. Sarebbe la nuova società della conformità, introdotta dopo e grazie a un caos apocalittico generato da mobilitazioni messianiche incrociate e dal suo effetto, già del tutto prevedibile in anticipo, di blocco hormuziano prolungato fino all’innesco di una crisi irreversibile.
Oltre alla lucidità di visione, la nostra resistenza può confidare sulla complessità dei sistemi e sulla loro spontanea tendenza a riorganizzarsi secondo ordini imprevedibili anche ai più fini think tank al servizio delle menzionate oligarchie. Perfino la torva ed epsteiniana magia cerimoniale (e sacrificale) di quei circoli si scontra con l’inesorabilità delle leggi a governo del Caos e dei suoi Margini.
La tempesta perfetta (hormuziana) e il circo degli idioti
Il conflitto hormuziano, nello stallo che prolunga indefinitamente il blocco dello stretto, sembra l’innesco perfetto del passaggio al caos prodromico a un nuovo assetto radicale. Quand’anche il traffico navale ripartisse ora, la riparazione dei danni per i mercati mondiali richiederebbe, secondo stime attendibili, almeno 5 anni per recuperare lo status quo ante. Vieppiù necessiterebbe tutto il 2027 per riattivare completamente gli impianti di produzione petrolifera disattivati o disattivandi, se non per danneggiamento, in ragione dell’impossibilità a trasportare a destinazione il prodotto nonché per saturazione delle attrezzature di stoccaggio in tutto il Golfo. In gioco non sono solo le risorse energetiche (quotate su parametri planetari qualunque ne sia la fonte) incidenti su costi di produzione e trasporto d’ogni merce, ma anche fertilizzanti per l’agricoltura e sostanze chimiche essenziali a ogni sorta di produzione industriale. Le riserve si vanno assottigliando pericolosamente ovunque tranne nella (stranamente) preveggente Cina: la situazione è GIÀ compromessa seppur si vedano ancora poco i suoi dirompenti effetti recessivi. È una crisi fantasmatica ma già sussistente, destinata assai a breve alla sua straniante epifania. Siamo nella fase di beata narcosi collettiva, di vispo-teresismo emotivo (“andrà tutto bene”) stranamente simile a un periodo piuttosto recente quando taluni figuranti da fiera mediatico-politica ci invitavano rassicuranti ad “abbracciare un cinese”; gli stessi figuri che di lì a poco, ad operazione pandemica esplosa, ci intimavano le più disperanti (e scientificamente infondate) prescrizioni ultimative, dai confinamenti ai trattamenti. Lasciarsi incantare dai mutevoli e polarizzanti contenuti senza imparare a riconoscere i processi soggiacenti, significa destinarsi a ripercorrere sgomenti sempre il medesimo inferno.
Il circo degli idioti alla Casa Bianca - alcuni in senso clinico, altri a conseguenza di obnubilante fanatismo – ha un pari solo negli stolten-berg NATO e della dirigenza europea, su cui occorrerà tornare. Tuttavia come già rilevato in precedenza non è pensabile che un simile baraccone sia stato lasciato agire senza nessuna voce autorevole ad avvertire di quanto l’Iran millenario non sia il Venezuela, e quanto ovvia sarebbe stata la chiusura di Hormuz con le sue conseguenze distruttive per l’interconnesso sistema-mondo. Suttutto d’ignorare lo stallo alla messicana puntualmente prodottosi: gli USA, impossibilitati a una vittoria militare se non con un armageddon nucleare, non possono ritirarsi senza perdere irrimediabilmente la reputazione e il ruolo internazionale; l’Iran aspira a liberarsi di uno strangolamento ininterrotto dal 1979 il quale, immiserendo la popolazione, rischia d’innescare rivolte che le Guardie Rivoluzionarie sono ben liete di prevenire con un’asfissiante e occhiuta militarizzazione del territorio a fini interni. Nello stallo ciascuno chiede ostinatamente all’altro una capitolazione negoziale senza che nessuno dei due abbia conquistato il pieno diritto militare a pretenderla. A ulteriore aggravamento delle carenze petrolifere hormuziane v’è il fiorire, troppo incredibile per essere casuale, d’incendi scoppiati nelle raffinerie per ogni dove nel mondo, dall’India agli USA; e, ancora, la finora inedita disponibilità dei paesi baltici a fornire il loro spazio aereo per colpire gli impianti petroliferi russi del nord, a mille km di distanza da Odessa ma vicinissimi allo MI6.
Ricordando l’astuto B. Disraeli e il suo “chi appare non decide, chi decide non appare”, il potere visibile sembra preda di “pedoni con la corona”, tronfi delle loro cariche istituzionali o aziendali, i quali restano però fondamentalmente ciechi rispetto al quadro d’insieme nella complessità sistemica. Essi devono in ogni caso rispondere ai potentati che ne hanno favorito di volta in volta l’ascesa suggerendoli per una certa posizione, illuminandoli con la giusta copertura mediatica e infine finanziandone le campagne. Poi ciascuno di essi, agendo per il proprio meschino tornaconto personale o di gruppo, neppur comprenderà il senso complessivo del proprio ipnotico contributo allo svolgersi dei fatti. Quei potentati sono Compagini Oligarchiche consolidate: la parte sommersa e incredibilmente resistente, quindi lungimirante, di un iceberg la cui punta visibile è costituita dai plutocrati vecchi e nuovi, tutti in verità surrogabili col tempo. Più che un effetto collaterale inatteso in maggiore o minor misura, questo esito hormuziano lascia il sapore di un risultato auspicato – se non progettato vista l’immensa complessità dei sistemi – dalle menzionate, rissose, super-élite forse tacitamente convergenti, per sentore più che disegno, sull’opportunità di giustiziare il morente sistema socio-economico attuale. È un processo in cui, ça va sans dire, ogni attore ad ogni livello andrà cercando di conquistare una posizione favorevole di rendita o parziale dominanza nella nuova società algoritmica. Su essa però tutte le classi apicali mondiali convengono nei fatti, forse già formattate in fase selettiva o rassegnate al cambio epocale di paradigma e in taluni casi anche al grande lavacro che ne assisterà il parto. Nessuna voce geograficamente significativa si è dissociata dai piani già enunciati pubblicamente, seppur in contesti elitari, dai manifesti palantirici già richiamati al progetto C40 di azzeramento della mobilità personale; o le sperimentazioni sulla moneta e l’identità digitale da tempo procedenti in Russia come in Tailandia e perfino in piccoli paesi dove sono stati chiusi decine di milioni di conti bancari per mancato digital-ID del titolare. La piattaforma unica per le monete programmabili è stata sviluppata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) di Basilea, peraltro servendosi di un team tecnico allestito dal grande hub del malaffare legale e (formalmente) illegale Jeffrey Epstein. Tranne qualche minuto paria, vi sottostanno disciplinatamente tutte le Banche Centrali del mondo, quindi tutti i rispettivi sistemi bancari e di emissione della moneta-debito. La Cina stessa è all’avanguardia mondiale nel 90% delle tecnologie robotiche e digitali, nonché per numero di laureati in scienze dure: a cos’altro dovrebbero servire, vista anche la millenaria disposizione all’alveare della sua popolazione remotamente conformata dal Celeste Impero? La Cina già investita dal WEF, nel 2015, del ruolo di leader della 4° rivoluzione industriale, è ilpaese che il plutocrate nonuagenario David Rockefeller indicava a modello. BRICS o anti-BRICS, mai scambiare le faide tra bande di predoni per eventi sistemici.
Le popolazioni più riottose, si suppone per storia remota, a una durevole società algoritmica di massa sembrerebbero essere quelle di origine europea, pur ormai affondate in una generale ma ancora insufficiente narcosi cognitiva. Sembrano destinate perciò a una speciale devastazione (economica, sociale e perfino etnica) di cui è sintomo e insieme strumento l’ascesa di classi dirigenti d’imbarazzante insipienza; è leggendaria l’inadeguatezza culturale e intellettuale di una Kaja Kallas o di una Ursula, ma anche invero di Bill Gates fuor di discorsi e interviste preparate. La non casuale fiera dell’imbecillità. Non basta la corruttela endemica – che pure sussiste al massimo grado tra Pfeizer e i wc d’oro di ritorno in Europa dall’Ucraina – per giustificare la rinuncia alle forniture d’idrocarburi russi a basso prezzo, e con contratti a lungo termine al riparo dalle intemperanze delle quotazioni Brent; perfino durante la Guerra Fredda esse procedevano senza intoppi dall’URSS, l’arci-nemico komunista e mangiatore di bambini (una pratica che poi gli Epstein files hanno mostrato avvenire altrove). Un seppuku perpetrato innalzando vessilli legali-morali e diritto-umanistici prontamente obliati però a fronte di genocidi umanitari mediorientali o di attacchi non provocati (se non nei termini del lupus et agnus di Fedro) a un paese sovrano. Non paghi, si preparano a uno scontro con una Russia priva d’interesse razionale a conquistare un ulteriore territorio vieppiù privo di risorse, disponendo già a iosa di ambedue, e tre volte più popolato del suo. Dopo prove tanto ripetute di pericolosa (e colpevole) imbecillità funzionale, i cittadini d’Europa saluteranno con gioia l’avvento sostitutivo di macchine auto-proclamantesi imparziali e intelligenti – pur non essendolo affatto.
Pure il persistere infinto di una guerra d’attrito nelle steppe ucraine in cui i russi hanno per anni evitato d’interrompere le catene logistiche di rifornimento del fronte nemico a cominciare dai ponti e snodi – con orrore postumo del generale Kutuzov che in tal modo sconfisse la Grande Armée napoleonica – potrebbe apparire meno singolare nell’ottica di una convergenza non governativa, ma ultra-governativa, verso un globale disastro recessivo controllato. Per mutuo interesse a lungo termine tra compagini oligarchiche e non tra nazioni. Nei fatti, con la giustificazione di voler smilitarizzare un’Ucraina effettivamente fanatizzata, corrotta e NATO-diretta, il Cremlino la sta di fatto deprivando lentamente della giovane popolazione maschile abile alla leva e al lavoro – chissà poi per quali nuovi occupanti – in una sorta di mutuo dissanguamento slavo, forse in applicazione della biblica profezia secondo cui ciascuno sarà ucciso dalla spada del proprio fratello (Aggeo 2:22 e Zaccaria 14:13). Chissà che non riesca il piano grottesco della dirigenza europea di replicare il gioco a scala continentale, come già nel ‘900… Intanto la Cina, incredibilmente preveggente tanto da avere scorte d’idrocarburi per un anno e mezzo (e forniture scontate dai russi), sembra aiutare militarmente l’Iran solo quel tanto che basta affinché nessuno vinca in quel quadrante; la conseguente permanenza dello stallo sarebbe contraria ai suoi interessi (e richieste vocali) in luce d’una mera applicazione del risiko nella geopolitica westfaliana; tuttavia essa affronterebbe la recessione planetaria da una posizione di forza cui s’aggiungerebbe il vantaggio della sua ormai quasi primazia tecnologica. Le finalità occidentali in geopolitica pura sarebbero perfino ovvie: per Israele, la balcanizzazione dei paesi circostanti, onde inattivarne la potenziale minaccia, e l’ampliamento del proprio spazio strategico; per (il dollaro de)gli USA, la dominanza delle fonti energetiche – in associazione eventuale ai fornitori russi – e dei punti obbligati di trasporto come nella vecchia talassocrazia imperiale britannica, per esercitare influenza sugli equilibri mondiali. Per quanto utili siano quest’ordine di considerazioni, urge anche uno sguardo unificante, una visione interpretativa dall’alto degli aspetti teleologici o finalistici, in parte spontanei o paradigmatici (nel senso della teoria epistemologica di Thomas Kuhn) e in parte condotti dai grandi potentati oligarchici con le loro immense risorse di pressione e condizionamento, diretto e indiretto. In sostanza, un tentativo di lettura strategica complessiva meno dedita alla vorticosa schiuma (écume) dei mutevoli fatti contingenti, spesso depistanti, e più volta a ragionare preventivamente secondo i paradigmi di lunga durata (longue duréee) dell’indimenticato Fernand Braudel.
Infine la tempesta perfetta, hormuziana, potrebbe verosimilmente procedere con uno stillicidio di stop & go che preservi il blocco energetico, modulandone tuttavia gli effetti per non mettere a rischio l’alimentazione dei grandi data center, cuore strumentale della soluzione tecnica per la ventura autocrazia procedurale. Vance è il rappresentante designato della nuova generazione di plutocrati algoritmici: da Musk a Thiel/Karpe Sam Altman, sotto l’occhio tutelare del mummificato Larry Ellison di Oracle. Mai sabotare le proprie armi quando si va in guerra. Perciò la continua shock strategy, cui siamo sottoposti senza pause ormai da diversi anni, è passibile anche di operazioni parallele di rinforzo. La scelta è ampia: una nuova attivazione pandemica, di cui si riconoscono già i prodromi mediatici, con conseguente rallentamento della circolazione monetaria a rendere omeopatica la somministrazione inflattiva e recessiva; oppure il caos sociale ingegnerizzato e innescabile grazie alla già attuata immigrazione incontrollata da paesi diversi per forma mentis; o ad libitum ma secondo sempre i medesimi schemi giacché i “decisori” rispondono a potenze prive della facoltà creativa. Che devono simulare con una rutilante apparenza.
Quel che appare plausibile o probabile, presto o tardi, è solo un passaggio al caos. La nuova autocrazia tecnocratica potrà essere innestata solo su una grande catastrofe, nel senso etimologico greco di rivolgimento radicale. E l’innesco perfetto sembra per ora proprio il persistente blocco hormuziano, ma i sistemi complessi sono reattivi, imprevedibili e auto-organizzanti. Nulla come la tentazione di un’apocalisse controllata è più vicino alla sensibilità escatologica soggiacente al nostro mondo.
