Il pensiero inetto. Intelligenza artificiale, tempo disponibile e decadenza occidentale
di Pasquale Liguori - 13/09/2026

Fonte: La Fionda
L’aspetto più inquietante nelle profezie sulla fine dell’uomo per mano dell’intelligenza artificiale non è il loro tono cupo, ma la familiarità con cui vengono accolte, quasi fossero la conferma di un desiderio segreto coltivato a lungo. Certo, nessuno che osservi il presente con un minimo di attenzione potrebbe liquidare quei pericoli come fantasie, dal momento che la concentrazione del potere tecnologico procede sotto i nostri occhi, la competizione fra imprese e apparati militari detta ormai il ritmo della ricerca, i sistemi automatici si mostrano capaci di sostituire porzioni crescenti dell’attività umana e una parte considerevole del sapere sociale rischia di essere sottratta alla capacità collettiva di orientarla. Ma proprio la gravità di questi processi dovrebbe imporre un pensiero capace di distinguerli, ricostruirne le cause e immaginarne la trasformazione. Accade invece sempre più spesso il contrario. La complessità storica viene compressa in una metafisica elementare nella quale la Macchina avanza, l’Uomo arretra e il futuro appare già deciso.
Il percorso di questo pensiero conosce di solito una sola direzione perché muove dall’invocazione della necessità storica e approda, con una puntualità che dovrebbe insospettire, alla figura dell’androide. Nel mezzo scompaiono molte cose. Scompaiono i proprietari delle infrastrutture, gli investimenti, gli Stati, le decisioni industriali, il lavoro che costruisce e alimenta i sistemi, i conflitti sulla loro destinazione. Scompare soprattutto quella possibilità di intervenire sul corso delle cose che un pensiero critico dovrebbe custodire anche nelle condizioni peggiori. Quando l’essere umano viene descritto come una creatura ormai cognitivamente inferiore perché soffre, dubita, si stanca e perde tempo a riflettere, mentre all’automa si attribuisce l’immunità da ciascuna di queste debolezze, la vittoria della macchina è già contenuta nelle premesse del ragionamento e al lettore viene lasciato soltanto il compito di attenderla con la gravità riservata ai riti funebri.
È difficile considerare radicale un pensiero che concede all’avversario una vittoria così completa. Più che anticipare la catastrofe, esso sembra documentarne una già avvenuta, meno spettacolare ma forse più profonda. È la catastrofe di una cultura che ha smarrito la capacità di riconoscersi come agente della storia e che converte questa perdita, con un gesto di singolare presunzione, in legge universale. Attraverso tale conversione la sconfitta di alcuni movimenti politici si dilata fino a coincidere con la sconfitta dell’emancipazione in quanto tale, così come l’impotenza dell’Occidente viene scambiata per l’impotenza dell’umanità intera e l’incapacità di governare la tecnica si rovescia nella favola di una tecnica autonoma e irresistibile, finché il pensiero, rimasto privo di una prospettiva, ne deduce con perfetta coerenza che a essere stato abolito sia il futuro.
C’è in tutto questo una forma tipica di provincialismo, tanto più tenace quanto più ama presentarsi come coscienza universale. Una cospicua parte dell’Occidente ha conservato il privilegio di poter trasformare la propria stanchezza in filosofia. Dispone tuttora del tempo e delle rendite culturali che le sue istituzioni continuano a garantirle per osservare il mondo da una distanza confortevole; ed è proprio da quella distanza, mentre miliardi di donne e di uomini continuano a cercare di modificare materialmente le condizioni della propria esistenza, che essa proclama l’impossibilità di qualunque modificazione. Singolare impiego, questo, del tempo sottratto alla produttività sociale, poiché per secoli il privilegio del non-lavoro, pur fondato sulla fatica altrui, aveva almeno restituito al mondo la scienza e la filosofia, l’arte e le forme dell’organizzazione politica, mentre una sua frazione contemporanea sembra dedicarlo soprattutto al paziente perfezionamento della teoria della propria impotenza.
Non c’è nulla di più confortevole, del resto, di una catastrofe davvero inevitabile. Quando l’automa viene assunto come soggetto della storia, la domanda su chi lo possieda perde consistenza. La guerra, presentata come destino necessario dell’intelligenza artificiale, lascia in secondo piano le decisioni che hanno orientato la ricerca verso i sistemi d’arma. La sostituzione dell’uomo, trasformata in essenza della tecnologia, fa apparire marginali le questioni più concrete, dalla distribuzione degli incrementi di produttività alle istituzioni chiamate a regolare l’adozione dei sistemi, dal costo della transizione all’appropriazione dei suoi rendimenti. La necessità storica ha sempre goduto di questo vantaggio, poiché alleggerisce la responsabilità dei soggetti storici fino a farli quasi scomparire.
Marx era consapevole di qualcosa di assai meno rassicurante quando osservava che lo sviluppo della conoscenza e della tecnica tende a ridurre il tempo di lavoro necessario alla riproduzione sociale e apre così la possibilità di una ricchezza che ha smesso di coincidere con l’accumulazione di merci o con l’estensione indefinita della giornata lavorativa, ossia la possibilità di quello che egli chiamava tempo disponibile. Il capitale genera questa possibilità e insieme la nega, perché tende incessantemente a riconvertire il tempo risparmiato in pluslavoro, e il pluslavoro in accumulazione e in nuova dipendenza. Una contraddizione di questo genere resta estranea a ogni favola che opponga un uomo buono a una macchina cattiva, dal momento che attraversa l’organizzazione sociale del tempo e passa, per così dire, all’interno di ciascuna delle ore che la tecnica rende superflue.
Per questo non basta promettere nuovi lavori ogni volta che una macchina ne rende superflui di vecchi. Una società che utilizzasse ogni incremento di produttività soltanto per inventare nuove forme di occupazione destinate a riempire nuovamente il tempo liberato avrebbe mancato la possibilità più radicale offerta dall’automazione. Se una macchina può svolgere in un’ora ciò che richiedeva dieci ore di lavoro umano, la questione politica non consiste soltanto nello stabilire quale diversa mansione debba occupare le nove ore restituite. Consiste nel chiedersi perché quelle nove ore debbano necessariamente tornare a qualcuno sotto forma di lavoro.
Su questo terreno il confronto con quanto accade in Cina diventa interessante, a patto di risparmiargli tanto l’apologia quanto la caricatura. La società cinese conosce forme dure di disciplina del lavoro e sarebbe grottesco trasformarla nel regno già realizzato del tempo disponibile; riesce tuttavia altrettanto difficile ignorare la differenza che la separa dalle scene occidentali, perché lì l’intelligenza artificiale viene discussa insieme alla formazione e alla struttura dell’occupazione, all’intensità del lavoro e ai diritti sui dati e la riflessione si estende fino alla responsabilità algoritmica, alle infrastrutture pubbliche e alla capacità di indirizzare l’innovazione verso settori determinati. L’emergere di nuove professioni si accompagna così alla costruzione di percorsi di qualificazione e di standard, mentre la trasformazione del rapporto di lavoro indotta dagli algoritmi apre una discussione sul modo in cui debba mutarne la governance e la centralità ormai decisiva della capacità di calcolo induce a pensarne l’organizzazione nei termini di un’infrastruttura.
Tutto questo può generare nuove forme di sfruttamento. Può persino rendere più efficiente un capitalismo che continui a divorare tempo umano. È precisamente la questione da tenere aperta. Ma una contraddizione aperta è già qualcosa di molto diverso da una necessità proclamata. Significa riconoscere che una tecnica può essere orientata, che il suo uso può essere conteso, che i suoi effetti sul lavoro non appartengono alla natura dell’algoritmo e che la società conserva almeno la pretesa di decidere.
Il contrasto con certe scene occidentali assume allora i contorni della commedia. Da un laboratorio della Silicon Valley un giovane ricercatore esce annunciando che le macchine alla cui costruzione ha partecipato potrebbero sterminarci entro pochi anni; poche ore dopo, nel rassicurante salottino televisivo di Forum, la presidente del Consiglio ci informa che l’intelligenza artificiale offre straordinarie opportunità ma comporta enormi rischi e che, naturalmente, occorrerà mantenere “la persona al centro”. Da una parte l’Apocalisse, dall’altra il centrotavola umanistico. Fra le due rappresentazioni, che si spartiscono il pubblico come due generi dello stesso palinsesto, resta curiosamente pochissimo spazio per domandare a chi appartengano la capacità di calcolo e i dati, e con essi i modelli che ne derivano, quale organizzazione del lavoro tutto ciò produca e soprattutto chi abbia il diritto di stabilire quale porzione della vita umana debba ancora essere consegnata alla necessità del lavoro.
Il problema dell’Occidente risiede allora, con ogni probabilità, assai meno nell’intelligenza eccessiva delle macchine che nella rapidità con cui una parte della sua intelligenza ha rinunciato a essere politica. Un pensiero incapace di accrescere la possibilità di agire, che contempla le proprie sconfitte fino a trasformarle in destino e chiama lucidità la diminuzione della propria potenza, usurpa il nome di pensiero tragico, perché la tragedia conosce la lotta con il destino e ne misura il prezzo, mentre esso si limita a rinunciarvi in anticipo; il nome che gli spetta è piuttosto quello, meno nobile e più esatto, di pensiero inetto.
La questione dell’intelligenza artificiale comincia precisamente dove esso si ferma. Non nel decidere se amare o temere la macchina, ma nel sottrarle quella falsa sovranità che le attribuiscono insieme i suoi apologeti e i suoi profeti di sventura. Dietro la macchina rimangono uomini, interessi, istituzioni, proprietà e conflitti. E davanti a essa rimane una possibilità che nessun algoritmo può risolvere al nostro posto: decidere se la capacità accumulata dalla società servirà a moltiplicare ancora il tempo subordinato oppure, finalmente, a convertirlo in tempo disponibile.
