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Il primo imperativo americano in Medio Oriente

di Filippo Bovo - 26/05/2026

Il primo imperativo americano in Medio Oriente

Fonte: Filippo Bovo

Il primo imperativo americano, in Medio Oriente, è sempre stato quello di fornire massima tutela ad Israele, a discapito degli altri alleati regionali che, per quanto importanti, in ogni caso godevano di un rapporto secondario per non dir proprio utilitaristico. Quella massima tutela consisteva innanzitutto in sicurezza regionale e pertanto politica, economica, militare e strategica (come peraltro dimostrato proprio dalla guerra sin qui vista, ad esempio con la scelta smaccata di Washington di "schermare" Israele dai droni e missili iraniani usando i paesi del Golfo, più volte ridotti a veri e propri "ammortizzatori" di molta della forza offensiva di Teheran), oltre che in una continua ricerca di legittimazione regionale ed internazionale per l'alleato (ne sono prova gli Accordi di Abramo, che avevano un senso alla luce del declino progressivo e relativo dell'influenza militare di Washington nella regione: passando da una difesa massiccia com'era stata in passato, ad esempio nella Prima Guerra del Golfo, ad una più leggera e "smart", all'insegna delle nuove tecnologie belliche che oltretutto richiedevano meno uomini, gli Stati Uniti prevedevano di ridurre gradualmente la loro presenza fisica nella regione limitandola ad una forza d'intervento minore ma comunque più reattiva ed efficiente, e teoricamente pure meno costosa; ciò avrebbe consentito loro una riduzione dei costi per mantenere comunque quell'ordine politico garanzia dei loro interessi, innanzitutto maggiormente coinvolgendo i partner regionali proprio nella sua difesa, ovvero, in termini sostanziali, nella "difesa" o meglio "schermatura" di Israele per mezzo di tutti gli altri alleati arabi e mediorientali di Washington e, tramite gli Accordi di Abramo, a quel punto anche di Tel Aviv. "Alleati", o più esplicitamente, "schiavi", "partner secondari" e rispondenti agli interessi dell'alleato regionale dominante, Israele).
Va da sé che gli Accordi di Abramo non potessero aver un senso senza mantenere la storica frattura tra Sciiti e Sunniti, emersa (o meglio ancora riemersa) dopo la Rivoluzione Islamica che aveva rovesciato lo Shah in Iran nel 1979, ed ancor più acutizzatasi negli anni seguenti, con l'aggressione dell'Iraq allo stesso Iran nel 1980 o ancora con la fallita rivoluzione degli sciiti in Bahrain del 1981. Ciò per un principio elementare: o si hanno buoni rapporti con la Repubblica Islamica, principale avversaria regionale di Israele in Medio Oriente, o con Israele, dell'Iran non ne vuol proprio sapere. Dopotutto, una delle funzioni degli Accordi di Abramo è anche di preparare il terreno non soltanto ad un rafforzato isolamento di Teheran, ma soprattutto ad un suo abbattimento politico manu militari. Le fratture tra Sciiti e Sunniti, oltre che tra quest'ultimi, erano ovviamente create ed alimentate da Stati Uniti ed Israele al fine di meglio esercitare su tutta la regione il loro divide et impera. Mantenere tutte queste fratture era la conditio sine qua non per poter non solo mantenere lo storico ordine politico nella regione, ma pure per modernizzarlo in modo che potesse resistere alle sfide dei tempi nuovi. Va da sé che la mediazione di Pechino, che nel 2023 ricompose la storica frattura tra Iran ed Arabia Saudita, con ampie ripercussioni che presto o tardi si fecero sentire anche sul resto della comunità sunnita regionale, abbia implicitamente seppellito quegli Accordi di Abramo che da allora si sono ridotti ad un vuoto feticcio, costantemente agitato da Stati Uniti ed Israele per esorcizzarne quella morte di cui pure sono consapevoli, per quanto non disposti ad accettarlo.
Ora, vediamo che nella loro riluttanza ad accettare un accordo con Iran (che intuibilmente non si farà, malgrado tutti gli sforzi delle parti mediatrici), gli Stati Uniti ricorrono su spinta di Israele alla solita tattica: rilanciare, magari con controproposte che con un loro accordo con Teheran non hanno niente da vedere. E qual è, questo rilancio, questa controproposta? Che i paesi del Golfo, e così pure Egitto, Turchia, oltre allo stesso Pakistan, sottoscrivano ovvero riportino in vita gli Accordi di Abramo (che, tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, sono stati firmati solo dagli EAU e dal Bahrain, alleati stretti di Israele da sempre, e al di fuori della regione solo da Marocco, Sudan e Kazakistan). A quanto pare, nella videoconversazione che Trump ha tenuto coi leader di tutti questi paesi, soltanto uno (che da mesi sta dando sempre più segni d'impazienza, per non dir proprio risentimento; e pure a buon motivo) s'è detto disposto a firmarli, ma ad una condizione: che in cambio Stati Uniti ed Israele sottoscrivano e garantiscano un pieno ed irrevocabile piano verso la realizzazione di uno Stato palestinese. Praticamente un'altra controproposta, volutamente irricevibile per Stati Uniti ed Israele, che suona più o meno così: "No, grazie, e un cordiale vaffanculo". Questo paese è l'Arabia Saudita. Veramente un'ottima risposta. 
Mi ricorda un precedente, quando all'allora ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, fu chiesto se la Turchia sarebbe stata disposta a sostenere il riconoscimento del Somaliland: "ha tutte le istituzioni che servono ad uno Stato, un governo, un parlamento, forze di polizia, ecc", gli dissero. E lui gli rispose: "E perché allora non riconoscete la Repubblica Turca di Cipro Nord? Anche quella ha tutte le istituzioni che servono ad uno Stato, un governo, un parlamento, forze di polizia, ecc". Naturalmente la discussione finì lì.