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Il woke è morto, viva il woke

di Andrea Zhok - 25/08/2026

Il woke è morto, viva il woke

Fonte: Andrea Zhok

“IL WOKE È MORTO, VIVA IL WOKE!”

Si stanno celebrando in questi giorni i funerali del “woke”. Come sempre gli ordini di scuderia sono partiti dagli USA dove l’icona progressista Alexandria Ocasio-Cortez, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha fatto uno spostamento tattico per recuperare il voto popolare perduto dai progressisti: “Controordine compagni, ci siamo concentrati sul woke mentre abbiamo perso contatto con il mondo del lavoro.”

1) IL CONFORMISMO MANNARO.
Una prima osservazione. Qualcuno potrebbe dire che il woke è nato come è morto: senza una ragione, senza una spiegazione razionale, semplicemente sull’onda dell’opportunismo e del conformismo di gruppi autorevoli annidati innanzitutto e principalmente nelle università americane.
In effetti il dato più eminente della cultura woke – termine vago che copre una trasformazione culturale che parte dagli anni ’70 – è che non ha mai funzionato come un dispositivo razionale. Esso ha sempre funzionato soltanto come un dispositivo stigmatizzante, che minacciava i non conformisti di “sanzioni morali”, e in un secondo tempo anche di sanzioni materiali. La principale caratteristica del “woke” è che il discorso argomentativo non è mai stato accettato, le obiezioni non sono mai state accolte su un possibile piano di pari dignità, le tesi sono state sempre calate dall’alto (promosse da uffici politici di minoranze combattive) e imposte con l’implicito ricatto che chi non vi si conformava era un “odiatore”, un “omofobo”, un “razzista”, insomma un essere umano disgustoso come cui semplicemente si dovevano tagliare i rapporti.
Questo “conformismo mannaro”, questo meccanismo di stigmatizzazione e bullizzazione ha sempre funzionato eccellentemente solo nei gruppi sociali apicali, quelli che funzionano essenzialmente per cooptazione, cioè attraverso il consenso interno al gruppo di appartenenza: giornalisti, accademici, magistrati, ecc. Si è così arrivati ad una situazione in cui gran parte degli “insider” di questi gruppi hanno aderito in maniera automatica ed acefala a tutti i diktat woke, che è diventato una sorta di codice interno implicito, mentre i gruppi sociali che ne erano estranei (cioè più o meno tutte quelle che una volta si sarebbero chiamate le “masse lavoratrici”) ne sono rimasti al di fuori, creando quella cesura culturale e di ceto che ora Ocasio-Cortez e i suoi seguaci cercano di colmare.

2) L’IRRAZIONALISMO “BUONO” PRESERVA L’IRRAZIONALISMO “CATTIVO”.
Proprio questo modo di operare ha favorito, sciaguratamente, il preservarsi di bolle di dogmatismo e ignoranza, bolle pronte a riemergere intoccate. Infatti, se imponi le tue tesi come fossero dogmi della santa inquisizione, è del tutto naturale che chi sfugge all’imposizione si senta rafforzato nel coltivare i propri di dogmi. Se davvero fossimo di fronte al “tramonto del woke” uno dei primi effetti preoccupanti è che a riemergere non saranno soltanto le mille cose ragionevoli che sono state insensatamente represse negli scorsi decenni, ma anche gli autentici omofobi, gli autentici razzisti, gli autentici sessisti (abbiamo visto sprazzi di questa dinamica nella figura di Trump in America). A questi soggetti retrogradi ma minoritari potrebbero oggi unirsi tutti coloro i quali, e sono tanti, hanno covato un motivato risentimento per anni rispetto agli abusi del woke, in un ritorno del pendolo storico.

3) LA GRANDE TRASFORMAZIONE.
Spesso sul tema “woke”, “politicamente corretto” ecc. viene fuori spesso a sinistra l’argomento “non è mica detto che diritti civili e diritti sociali possano svilupparsi assieme”. Questo argomento, apparentemente sensato, è in verità un completo marasma.
È semplicemente falso equiparare le tematiche woke con i “diritti civili”. Moltissimi diritti civili si sono sviluppati benissimo a fianco dei diritti sociali per lungo tempo.
Ma si trattava di una specifica classe di diritti civili, ovvero quelli che chiedevano EGUAGLIANZA formale, EGUAGLIANZA giuridica tra tutti i cittadini. Diritti del lavoro e diritto di voto si sono sviluppati armonicamente gli uni accanto agli altri. L’eguaglianza davanti alla legge indipendentemente da razza, sesso, orientamento sessuale, ecc. è un portato dello sviluppo sociale complessivo degli ultimi due secoli.
Ciò che viene costantemente messo sotto il tappeto è che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del XX secolo – gli anni in cui emergono le tematiche confluite nel “woke” – si impone un paradigma di diritti soggettivi che non ha più niente a che fare con il paradigma egalitario precedentemente in vigore. Ciò che emerge è un paradigma “rivendicazionista” in cui si assume che anche se non ci sono più discriminazioni di legge, ora bisogna rivendicare diritti speciali per gruppi specifici. L’idea di fondo è quella di un “diritto compensativo”, tale per cui si assume che un certo gruppo sia in una condizione di particolare bisogno o sofferenza o abuso tacito e si attivano tutele speciali a compensazione di questi “bisogni”.
Ma qui naturalmente tutto cambia.
Un conto è dire che Mario e Maria devono avere entrambi diritto di voto. Questo è facile da spiegare ed è facile da dimostrare che prima Maria non aveva il diritto di voto e Mario sì. Ma se si assume di dover fornire compensazioni per bisogni, sofferenze, abusi che non sono manifesti, ma presunti, allora si scatena una infinita rincorsa di mille gruppetti e lobby nel dipingersi come “bisognosi di compensazione”.
Ed è quel che è avvenuto. È nata così un’intera letteratura sulle “microviolenze”, su presunte prevaricazioni che sarebbero implicite in certe parole, in certi comportamenti, in certi costumi. Alle volte queste “microviolenze” esistevano, più spesso erano pura opera di fantasia, ma il vero problema è il mutamento di paradigma: a questo punto si è scatenata una rincorsa all’ottenimento di diritti speciali (diritti destinati non alla collettività, ma a sottogruppi), e la base per rivendicarli si è soggettivizzata: non più ciò che esteriormente tutti potevano vedere ma ciò per definizione era nascosto e che veniva soltanto percepito soggettivamente come sofferenza privata.
C’è tutta la differenza del mondo tra essere tutelati dall’esercizio altrui della violenza (cosa sulla cui giustezza nessuno sano di mente ha dubbi) e l’essere tutelati rispetto al fatto che un modo corrente di usare le parole sia da qualcuno ritenuto una violenza metaforica, un’aggressione alla propria dignità. C’è tutta la differenza del mondo tra chiedere che ci sia tolleranza per come ci sentiamo, e dichiarare che se il mondo non riconosce come noi ci autopercepiamo (e non lo rende realtà) questa sarebbe una violenza.
Questa soggettivizzazione del diritto e delle pretese di tutela ha aperto il Vaso di Pandora per cui ogni persuasione soggettiva, che sia solidamente fondata o che sia il frutto di un fragile convincimento divenuto un’idea fissa, comunque poteva e doveva ricevere una tutela normativa. Abbiamo così straziato la lingua italiana con un profluvio di goffaggini prive di senso per andar dietro a rivendicazioni fondate sul nulla (es.: il plurale sovraesteso è sempre stato usato e percepito come neutro: l’uso crea il significato; questo finché qualcuno non si è inventato che si trattava di una discriminazione). Parimenti abbiamo dato spazio a pretese lesive di diritti altrui, come la pretesa che la mia autopercezione come donna debba diventare il diritto a poter gareggiare nelle squadre femminili, o che le mie fantasie maschili di maternità possano legittimare esperimenti sulla pelle di un nascituro, ecc. ecc.

4) LA FRAMMENTAZIONE ORIZZONTALE.
Sul piano sociale questo passaggio dai diritti civili universalisti (come il diritto di voto) a pretesi diritti civili soggettivisti (fondati sull’autopercezione) ha prodotto un macroscopico effetto di frammentazione orizzontale della società, trasformandola nell’agone permanente di lobby battagliere per diritti speciali.
Questa tendenza è venuta incontro in maniera mirabile ai desideri concomitanti dei ceti dominanti del periodo neoliberale. Non è affatto un caso che la trasformazione soggettivistica dei diritti civili sia avvenuta esattamente in parallelo con la “rivoluzione neoliberale”. Quella tendenza è riuscita a rimpiazzare nei discorsi pubblici del “progressismo” tutto ciò che prima era rivendicazione di diritti per tutti in una proliferazione di fratture orizzontali. L’effetto storico di lungo periodo è stato che le battaglie davvero difficili, quelle che sfidavano la sinistra a confrontarsi con il vero potere, sono state progressivamente messe in cantina, perc comodità ed opportunismo, lasciando in primo piano un florilegio di battaglie folcloristiche, incomprensibili ai più, spesso destinate a porre diverse lobby interne ad un stesso movimento politico in conflitto. E nonostante tutti i proclami sulla possibilità di far convivere diverse battaglie, la semplice verità è che la politica è fatta di priorità, e se pensi che il tuo problema sia il “soffitto di cristallo” delle manager, ti mancherà lo spazio per occuparti del pavimento di fango di chi fatica sul serio.

5) IL WOKE È MORTO, VIVA IL WOKE!
Concludendo, siamo davvero di fronte alla fine di quel fenomeno culturale e sociale che ha preso il nome di “woke”?
Ma figuriamoci!
Il fatto stesso che si possa pensare che un piccolo cambiamento di parole d’ordine strumentali, in chiave elettorale, possa decretarne la fine è l’indicazione più chiara che chi lo pensa non ne ha percepito la radicalità e profondità.
Fino a ieri l’ordine di scuderia era: “Non esiste alcun woke”, ed oggi si passa senza un fiato a “Ce lo siamo lasciato alle spalle, non c’è niente da discutere.”
Solo che due intere generazioni sono nate e cresciute in un’atmosfera culturale in cui le parole d’ordine woke, e il suo tessuto profondo, sono stati dati per scontati.
Il retroterra profondo del woke è qualcosa di molto serio, di cui ciò che chiamiamo “woke” è solo una ramificaizone. Non è uno scherzo. È letteralmente una rivoluzione culturale, dagli esiti catastrofici.
Questo retroterra è quello di un radicale relativismo culturale, degenerato fino a relativismo individuale (dove ogni singolo individuo ha la “propria cultura”). L’idea (quell’idea ben rappresentata da idee come la nozione di “gender fluid”) è che la sfera organica è un’appendice unilateralmente dipendente dalle persuasioni soggettive, le quali sono sovrane.
Molto più profondo di qualunque relativismo storico, qui si è fatto spazio, come fosse la cosa più ovvia, ad una prospettiva dove non esiste alcuna sostanziale base naturale dell’umano e dove gli ordinamenti collettivi (storia, costume, tradizione) sono trattati alla stregua di pregiudizi arbitrari.
Questa non è una moda, è uno slittamento antropologico che richiederà decenni per essere corretto (se mai lo sarà).