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Inverno demografico e disastro sociale: ecco la vostra civiltà del progresso

di Fabrizio Fratus - 22/01/2026

Inverno demografico e disastro sociale: ecco la vostra civiltà del progresso

Fonte: Il Talebano

Siamo abituati a chiamarlo progresso, ma il riflesso che ci restituisce lo specchio della realtà italiana ha i tratti di un decadimento morale e materiale senza precedenti. I numeri, nudi e feroci, parlano di 5,7 milioni di fantasmi: persone che vivono in povertà assoluta, cittadini a cui è negato il diritto fondamentale di scaldarsi in inverno o di mettere in tavola un pasto dignitoso. È il fallimento di un sistema che ha scambiato la dignità con il consumo e la solidarietà con l’apparire.

Viviamo nell’epoca dell’abbondanza ostentata, dove l’algoritmo decide i nostri desideri e il mercato detta il ritmo del nostro respiro. Eppure, sotto la patina dorata delle grandi metropoli e del lusso da vetrina, pulsa un’Italia che arranca, che rinuncia alle cure mediche, che si spegne lentamente nella solitudine di una bolletta che non può essere pagata. Il capitalismo, nella sua deriva più estrema, ha trasformato la vita in una merce e la povertà in una colpa individuale, da nascondere con vergogna invece di essere combattuta come una piaga collettiva.

La tragedia demografica che stiamo attraversando non è che la conseguenza logica di questo deserto. Non è solo una questione di asili nido o di sussidi; è il crollo di una promessa di futuro. In una società che venera il benessere immediato e l’edonismo dell’istante, il figlio cessa di essere una speranza per diventare un “costo insostenibile” o un ostacolo alla realizzazione del sé materiale. Così, la culla resta vuota. E quando la vita viene concepita, spesso sbatte contro il muro di un’assistenza sociale inesistente e di una precarietà esistenziale che spinge verso l’aborto, omicidio legalizzato, utilizzato talvolta come ultima, tragica valvola di sfogo per una povertà che non vede via d’uscita.

Siamo davvero una civiltà progredita? Un popolo che non mette al mondo figli perché non può permetterseli, o perché ha troppa paura di vederli soffrire, è un popolo che ha già firmato la propria condanna a morte. Abbiamo costruito templi al consumo e santuari all’immagine, dimenticando di proteggere il battito del cuore della nostra comunità.

Se il metro del nostro successo è un PIL che cresce sulle spalle di milioni di indigenti, se la nostra libertà si riduce alla possibilità di scegliere quale oggetto inutile acquistare mentre il vicino di casa non ha riscaldamento, allora dobbiamo avere il coraggio di dircelo: questa non è civiltà. È un lento suicidio collettivo. Una specie che sacrifica i propri figli e abbandona i propri deboli sull’altare del profitto e dell’apparenza non ha bisogno di essere difesa, ma di essere profondamente, radicalmente rifondata. Prima che l’ultimo lume della nostra umanità si spenga definitivamente in questo inverno demografico e sociale.