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Tutto cambia, ma non in direzione della pace

di Riccardo Paccosi - 22/01/2026

Tutto cambia, ma non in direzione della pace

Fonte: Riccardo Paccosi

Tra le varie analisi sugli ultimi sviluppi emersi presso o intorno al Forum di Davos, quelle che ho trovato più convicenti sono entrambe russe, ovvero quella del filosofo Alexander Dugin nonché la conferenza stampa del Ministro degli Esteri Sergei Lavrov. 
In sostanza, entrambe le voci ribadiscono che il conflitto fra Russia e Occidente continua a rimanere sullo sfondo e che l'evidente convergenza fra Russia e Stati Uniti su alcune questioni immediate, non deve far perdere di vista come il conflitto geo-strategico continui a essere visibile sull'orizzonte a lungo termine.
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La situazione odierna dei rappporti russo-americani, dunque, non è leggibile secondo uno schema dualistico amico-nemico. 
Da una parte la crisi groenlandese - come sostiene Dugin - avvantaggerebbe la Russia riducendo la capacità europea d'impegnarsi su quella ucraina. 
Da un'altra parte ancora, Trump ha spiazzato tutti invitando la Russia a partecipare al cosiddetto "consiglio della pace" su Gaza e Putin ha immediatamente colto la palla al balzo per chiedere in cambio lo scongelamento degli asset russi nelle banche occidentali.
Ma accanto a tutto questo, il conflitto sul lungo termine persiste in termini di attacco americano ad alleati strategici cruciali della Russia quali Venezuela e soprattutto Iran, in termini di aumento esponenziale della spesa americana per gli armamenti e in termini del lasciar decadere tutti i trattati russo-americani sulle armi nucleari fino a oggi in vigore.
Del resto anche la posizione russa, enunciata ieri da Lavrov, ribadisce le criticità di fondo enunciando la priorità strategica russa del far nascere un blocco eurasiatico, vale a dire proprio quella prospettiva per cui nel 2014 l'Occidente decise di muovere guerra alla Russia e indirettamente alla Germania.
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Dunque, il parziale allineamento russo-americano di oggi non coincide affatto con un auspicato o paventato asse Trump-Putin lanciato alla fondazione d'un nuovo ordine globale, bensì suddetto allineamento consta d'una convergenza nell'immediato volta a mettere fuori gioco l'Unione Europea, in parte la NATO e, con esse, l'asse globalista.
Questo non implica, però, una comune visione intorno al mondo che verrà, giacché la visione di Trump non sembra coincidere affatto col multipolarismo propugnato da Russia e Cina, bensì sembra volgere verso una reinterpretazione dell'unipolarismo in senso nazional-imperialista.
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All'asse globalista ha dato voce il premier canadese, ribadendo con orgolio l'appartenenza del Canada al fronte guerrafondaio dei "volenterosi" ma riconoscendo, a differenza dei balbettanti leader europei, la crisi dei globalisti e la loro necessità di tessere la loro rete ex novo.
Oggi come ieri, nulla consente di escludere che i globalisti - compresa la componente americana dei medesimi - proprio in ragione della loro crisi possano rischiare il tutto per tutto innescando la guerra Europa-Russia.
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In mezzo a tutto questo, poco è emerso finora dal World Economic Forum in quanto tale: esso ha svolto il ruolo di principale arena globale, ma passivamente. 
Com'era anche ravvisabile nei documenti preparatori, per il momento la capacità del WEF d'impartire indirizzi al mondo sembrerebbe essersi ridotta. E questa, se confermata, è certamente l'unica buona notizia per tutti noi semplici cittadini che, in anni recenti, abbiamo avuto la ventura d'essere oggetto di criminali esperimenti d'ingegneria sociale da parte di Schwab e sodali.