Jean Cau, ritratti di un ribelle a piede libero
di Marcello Veneziani - 04/08/2026

Fonte: Marcello Veneziani
“Di punto in bianco decisi di chiudere la valigia e congedarmi per uscire da quella chiesa e dalle sue sagrestie, e andare a respirare i profumi aspri della mia indipendenza”. Deve aver provato un’ebbrezza liberatoria Jean Cau quando decise di evadere dalla prigione ideologica in cui si era rinchiuso, arruolandosi tra gli intellettuali di sinistra. Si scoprì, come lui dice, improvvisamente libero di vedere il mondo con i suoi occhi e con innocenza, evaso senza avvertire le guardie dalle celle del Partito Intellettuale. Non aderì poi alla “destra” ma restò per sempre “un avventuriero”. Era stato segretario di Jean-Paul Sartre, filosofo e papa laico degli intellettuali impegnati, vestendo ruoli svariati: suo ministro delle finanze nel senso che gli teneva i conti, generale dell’esercito della salvezza, agente di collegamento con editori, direttori teatrali, collaboratori, Cerbero smistatore di postulanti. Poi la libertà.
A un certo punto della sua vita Cau decise di raccogliere i ricordi e ricostruire i ritratti dei personaggi che aveva incontrato. Uscì un piccolo gioiello che ora vede la luce in edizione italiana: Esercizi di memoria, usciti dalle edizioni Settecolori che è diventata un’elegante galleria di scoperte e ripescaggi, soprattutto francesi, ad opera di Stenio Solinas, che ha curato la postfazione a questo libro e del suo editore Manuel Grillo che raccolse il testimone da suo padre Pino, editore in Vibo Valentia e ne ha fatto una casa editrice di buon gusto e forte identità, anche grafica.
Con Cau ritrovi il piacere di leggere, spesso frustrato dalla robaccia che ci sommerge; il sapore dei ritratti, i paragoni zoologici e i piccoli particolari psicofisici. Parte dai politici francesi, da Mitterrand a De Gaulle, passando per Pompidou e Giscard d’Estaign, ma i ritratti più belli sono di letterati. A partire da quello dell’editore Gaston Gallimard che parlava con una cortesia rotonda, dolcemente, “come nella stanza di un malato ricoverato in una clinica di lusso”. Come in un tempio. Con “quei due grandi occhi sporgenti, attenti” nei quali gli pareva di vedere galleggiare una sorta di follia. Lo stesso Gallimard tratteggia per Cau un ritratto di Pierre Drieu La Rochelle, generoso, ma non aveva mai scritto a suo dire un libro compiuto e avendo tentato due volte il suicidio prima di riuscirvi, fu crudelmente irriso da Mauriac: “Drieu fallisce in tutto, perfino nella sua morte”.
Inoltrandomi nelle sue pagine ho rallentato l’andatura, prima galoppante, per gustarmi le sue righe e i suoi paradossi, la verve della sua prosa. Inciampo in frasi che annoto ma si accavallano fino a perderne il controllo. Jean Cocteau gli pare un pipistrello svolazzante, che a settant’anni “si sente ormai libero di essere giovane”, concordando con l’idea di Picasso: “Ci vuole tempo per diventare giovani”. C’è Marie Bell nel suo camerino da direttrice “inondato di rose che si manda da sola” e c’è André Malraux che “intreccia, scioglie, congiunge e tortura due belle mani disegnate da Dürer”. Raymond Queneau gli appare un’enorme foca buona, catturata senza alcuna resistenza sulle banchise verdi della Normandia. Divertente la presa in giro del “dottor Lacan dal cervello immenso” coi suoi giochi di parole deliranti e i suoi tripli salti mortali linguistici con atterraggio sulla testa. Molto borghese, pulito e ordinato, gli appare Albert Camus nonostante la sua fama di uomo in rivolta venuto dal nord Africa. Sottile la perfidia con cui infilza Don Ernesto Hemingway che non capiva niente di tori, anche se si eccitava alle corride e frequentava i toreri, e non capiva nulla dello spirito spagnolo.
Poi l’elogio di Venezia, madre dell’acqua, figlia del sale, piena di grazia e benedetta dal cielo tra tutte le donne; una città dove, dice Cocteau, i piccioni camminano e i leoni volano, e dove si sentono i passi delle persone. Per Cau i veneziani curano la decadenza della loro città, scostano le facciate e arrugginiscono i cancelli, depongono muschi e scoloriscono le tende per darle quell’aria di vecchia gloria passata. Cau ama le gondole, dotate della bellezza perturbante delle vedove in nero e si sorprende a vedere un cantiere dove si fabbricano, perché convinto che le gondole di notte si accoppiassero facendo nascere piccole gondole. Un rigurgito della sua origine paesana e campagnola traspare nel ritratto di Jean Giono, col pane su cui si tracciava una croce sulla crosta prima di affondarvi il coltello, la pazienza di vivere vite piane e lente, tra speranza e ubbidienza, “finché la macchina non sterminò la pazienza”. Ricorda le sue estati al sole, la felicità dell’anima ripiena della gioia pagana del corpo. Delude un po’ l’incontro con Ernst Jünger, che vede rigido come un automa e un militare, anche se ormai vegliardo, con cui si scambiano frasi banali e lunghi silenzi. Gli appare come un’aquila Ezra Pound, con un mantello sulle spalle, le guance scavate, la criniera grigia; poeta a prima vista, grande già nell’aspetto. Impietoso con Henri de Montherlant che lo ricevette nel suo appartamento che “puzzava di topo, di scapolo e di museo abbandonato”. Strepitoso l’incontro con Orson Welles, mostro mastodontico nella sua mitologica grassezza, con sigari che gli sembrano randelli, eloquio torrenziale, incontinente nel bere, nel dire e nello scoreggiare, incurante del prossimo e dei miasmi che lascia; un animale-bambino, un pachiderma barbuto. Anche De Gaulle, per Cau, ha qualcosa dell’elefante senza ossa, dalle orecchie sventolanti e la proboscide oscillante, Pompidou gli pare invece un mugnaio con la sua mucca.
Quasi tutti francesi, un solo italiano, Giacometti, che gli appare la scultura di se stesso, con una chioma cespugliosa che cresce ispida sul suo cranio di pietra. Bella la gara tra due buffoni egocentrici come Picasso e Chaplin davanti a Sartre; o il ricordo di Malraux che porta a far leggere la sua opera La condizione umana, appena finita, a Emmanuel Berl, Drieu e altri amici e tutti convengono che è un libro pessimo; ma lui riesce a convincerli a suon di urla che era invece geniale. Mauriac ha il corpo magro di un gatto dandy, Andrè Breton gli appare un leone invecchiato, con una splendida criniera bianca e grigia. E Tristan Tzara, padre del dadaismo, in vecchia età diventa un vecchietto tirchio che tira sul conto e si attacca agli spiccioli.
Cau promette che non scriverà mai la sua autobiografia, e non si pone mai sullo stesso piano degli autori che ritrae; conserva l’umiltà del giornalista ma poi emerge nel ritratto la grandezza dello scrittore. Le pagine sulla sinistra e i suoi intellettuali sembrano scritte oggi: presunzione, intolleranza, prosopopea, moralismo senza morale, radicalismo chic e snob, insopportabile per uno come lui che veniva dal popolo, dal paese, dalle borse di studio, dalla povertà. Ho dunque lasciato la chiesa, dice Cau, ma non ho varcato la soglia di nessun altro tempio situato sul marciapiede opposto. Scrive un ritratto generoso di Sartre, in cui curiosamente ignora la sua compagna di vita e di scrittura, Simone de Beauvior (che cita di sfuggita solo col suo soprannome di Castoro), ne riconosce la generosità e la non vanità, la vena ironica. E riporta di lui l’impressione che ebbe incontrando Heidegger: un colonnello in pensione che abita sulla Montagna incantata. Di Sartre dice che “il cuore, un cuore immenso, gli aveva dato alla testa. Non gli devo nulla ma gli devo tutto”. Onore delle armi di un ribelle che sa cos’è la gratitudine.
