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L’America dichiara la Terza guerra mondiale

di Enrico Tomaselli - 17/02/2026

L’America dichiara la Terza guerra mondiale

Fonte: Giubbe rosse

Un po’ come fu, per altri versi, la Conferenza di Monaco del 1938, così la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco 2026 potrebbe essere il preludio della terza guerra mondiale. Il discorso tenuto da Marco Rubio – non a caso lui, vero deus ex machina della politica estera statunitense – è infatti, né più né meno, che una dichiarazione di guerra da parte dell’impero americano al resto del mondo. Anche se è stato pronunciato con toni assai più melliflui, rispetto a quelli usati da J.D. Vance lo scorso anno, il contenuto del suo discorso è di estrema violenza; e se Vance era venuto a rimbrottare gli europei, ingiustamente (ma non del tutto) accusati di essere un peso morto per gli Stati Uniti, Rubio è venuto a lanciare una duplice sfida: agli europei, cui sostanzialmente ha detto che o scelgono di stare con Washington nella sua crociata o saranno contro, ed a tutto il mondo non occidentale, al quale dice che ridisegneranno l’intero ordine globale – ovviamente a propria misura ed a proprio piacere – e che sarà così, piaccia o non piaccia.

In buona sostanza, Rubio ripropone l’idea del destino manifesto lanciata da O’Sullivan nel 1845, che in fondo è il substrato ideale su cui poi i neoconservatori costruiranno tutte le loro strategie per il dominio statunitense, e che il Segretario di Stato – forse l’esponente neocon più potente che mai – rimastica e risputa come un chewing gum, adattandolo alla fase contingente. Il solo effettivo elemento di novità, infatti, è in un certo senso il ribaltamento della posizione di Vance: dallo sprezzo verso gli europei alla rivendicazione di una presunta – se non del tutto inesistente – civiltà occidentale che accomunerebbe le due sponde dell’Atlantico. Il richiamo ad una epopea colonizzatrice dell’occidente, chiaramente vista in un’ottica da conquista del west, si traduce in un tentativo di nobilitare le pretese egemoniche statunitensi, e di arruolare gli ascari europei facendo appello ad un passato falsamente comune.
E già questo, di per sé, è un modo per definire i termini della relazione immaginata a Washington tra l’occidente ed il resto del mondo.

La pretesa egemonica annunciata da Rubio, va da sé, è clamorosamente in contrasto con tutto ciò che oggi si muove nel mondo, è la conclamata riedizione dell’imperialismo europeo (stavolta in salsa ketchup) in opposizione a qualsiasi pretesa di multilateralismo. E, ovviamente, è rivolta innanzitutto a chi, invece, si oppone al dominio americano e guida il processo verso il multilateralismo. Quindi Russia e Cina in primis, ma anche Iran. Sebbene poi, in altre sedi, questa vocazione dominatrice venga parzialmente dissimulata, si tratta quasi sempre di meri espedienti tattici, di circonvoluzioni verbali per mimetizzare la sostanza ostile in una nuvola di parole soft. Come quando Washington dichiara di non voler contenere la Cina, ma di voler mantenere una posizione di forza.
Ed è comunque significativo che questa enunciazione non sia una vera sorpresa, ma arrivi in un certo senso a coronamento di una serie di fatti concreti, che in effetti la prefiguravano. Così come non è poi così sorprendente che arrivi ad un anno dall’insediamento della presidenza Trump, durante il quale la componente neocon ha completato l’emarginazione di quella MAGA, e preso atto della impraticabilità di una distensione nei rapporti internazionali che salvaguardasse gli interessi statunitensi – e timidamente abborracciata da Trump stesso – ed è tornata pienamente all’idea della “pace attraverso la forza”.

Né tanto meno è casuale che la dichiarazione di Rubio arrivi a pochi giorni dalle ripetute interviste con cui Sergej Lavrov ha esplicitato l’insoddisfazione (per essere eufemistici) della Russia rispetto alla condotta degli Stati Uniti, sia in merito ai rapporti bilaterali, che più ampiamente. In un certo senso, le due cose si possono leggere in sequenza, come legati da un rapporto di causa-effetto: in buona sostanza, Lavrov dice che agli occhi di Mosca il re è nudo, che qualsiasi residua affidabilità di Washington è evaporata, e che la Russia non starà più al gioco. Il fatto che a dirlo sia Lavrov e non Putin è un modo per esplicitare la posizione russa con la massima autorevolezza, ma lasciando un sia pur minimo margine per evitare la rottura. La risposta del suo omologo statunitense, per quanto limitatamente felpata, è comunque chiara: siamo noi a menare le danze, siamo noi a stabilire le regole, siamo noi i più forti e non abbiamo timore di esserlo. Non c’è mediazione possibile, se non all’interno di questo quadro. In pratica, se si riconosce la supremazia americana, si può discutere, altrimenti no.

Se si osserva l’azione degli Stati Uniti durante lo scorso anno, al netto delle mirabolanti chiacchiere di Trump sulla sua vocazione di pacificatore e risolutore dei conflitti, la sostanza appare del tutto diversa. Anche a prescindere dai bombardamenti sparsi qua e là (Somalia, Nigeria, Siria, Iraq, Yemen…), Washington non ha mai smesso di essere parte attiva dei principali conflitti – Ucraina e Palestina – alimentando costantemente i suoi proxy. In particolare, mentre cercava di intessere un dialogo con Mosca, sia per risolvere il conflitto con Kiev sia per ristabilire relazioni reciproche, non solo ha mantenuto il supporto al regime nazi-corrotto ucraino (diplomatico, politico, militare e di intelligence), ma ha continuato a sviluppare azioni ostili contro la Federazione Russa. Niente affatto a caso, Zelensky ha potuto – e può tuttora – mantenere posizioni che ostacolano la conclusione di un accordo negoziale, ben sapendo che il supporto alla guerra da parte americana non verrà meno; l’unica differenza è che la parte economica è stata subappaltata ai vassalli europei.

Se in una prima fase della presidenza Trump si poteva attribuire agli Stati Uniti il desiderio di sganciarsi dal conflitto in Ucraina, principalmente per ragioni economiche e per evitare i contraccolpi politici di una sconfitta militare della NATO, è via via emerso come in effetti la strategia americana sia passata – da Biden a Trump – attraverso fasi diverse (conflitto, sganciamento, impaludamento del nemico attraverso la guerra, impaludamento attraverso il negoziato), ma sempre col medesimo obiettivo: logorare il principale competitor militare, limitarne la capacità di impegno e reazione su altri fronti, possibilmente isolarlo. Da questo punto di vista, la fase dello sganciamento ha preso avvio quando si è compresa l’impossibilità di battere la Russia attraverso l’azione congiunta sul campo di battaglia, sul campo diplomatico e su quello economico. Ma, al tempo stesso, l’azione di sganciamento è stata sin dall’inizio utilizzata anche per cercare di rallentare l’azione militare russa, e più in generale per imbrigliare la capacità operativa di Mosca nelle maglie di un negoziato. Non per niente Washington ha voluto mantenere unite le trattative per porre fine alla guerra e quelle per la riapertura delle relazioni bilaterali, nonostante Mosca avesse offerto la possibilità di separarle. In tal modo, infatti, è stato più facile invischiare i russi, e complicare il processo negoziale su entrambe le questioni.

Durante tutta quella fase – culminata nell’incontro di Anchorage, lo scorso ferragosto – Trump ha cercato di far breccia nella fermezza russa sulle questioni fondamentali che avevano determinato l’Operazione Speciale Militare, ottenendo in effetti alcune concessioni non facili. Ma in cambio ha sostanzialmente venduto fumo – da qui, l’irritazione di Lavrov. Anche se le operazioni militari non hanno mai conosciuto uno stop – come avrebbero voluto ucraini ed europei – di sicuro non c’è stata alcuna accelerazione da parte russa, che anzi ha dato alcuni segnali di buona volontà. Gli Stati Uniti, però, mentre mantenevano in piedi la sceneggiata delle discussioni con Zelensky ed i vassalli della NATO, hanno in effetti intensificato le azioni ostili. Le sanzioni sono state aumentate. Sanzioni secondarie sono state annunciate contro chi acquista petrolio russo (India). È stata aperta la stagione della pirateria, sequestrando petroliere accusate di trasportare greggio sanzionato. Gli aiuti militari e di intelligence a Kiev non sono mai venuti meno, se non nella misura in cui le scorte si sono assottigliate (l’UE ha appena annunciato che 15 miliardi di armi statunitensi, pagate dagli europei, saranno trasferite all’Ucraina nel 2026). E soprattutto, sono state messe in campo azioni apertamente ostili.

Tra la fine di dicembre ed i primi di gennaio, e non certo casualmente, sono state effettuate tre operazioni di alto livello, tutte certamente autorizzate dai vertici politici, ed almeno due delle quali hanno sicuramente richiesto una lunga pianificazione.
Il 28 dicembre, Trump telefona a Putin, prima di incontrare Zelensky a Mar-a-Lago, e poco dopo la telefonata, 91 droni ucraini tentano di attaccare la residenza presidenziale russa a Valdai, venendo tutti abbattuti. La telefonata ha consentito alla CIA di localizzare Putin, e quindi – come hanno poi dimostrato i russi, consegnando i resti di uno dei droni usati per l’attacco – di impostare la rotta dei vettori ucraini. Probabilmente l’idea non era quella di ucciderlo, sapevano che il sito sarebbe stato ben difeso e comunque non avrebbero usato dei droni, ma di sicuro volevano inviare un messaggio.
Sempre il 28 dicembre cominciano le manifestazioni in Iran, causate da un repentino crollo del rial,  provocato da una manina statunitense come confermerà poi Bessent. Le proteste partono però più in sordina del previsto, cosicché il passaggio alla fase degli scontri comincerà più lentamente, soltanto a partire del 7 gennaio.
Il 3 gennaio, l’attacco statunitense al Venezuela. Successivamente, il generale Dan Caine, a capo dell’operazione, informerà che era stata rinviata a causa di condizioni meteo non ottimali, ma era prevista per quattro giorni prima, cioè il 31 dicembre.
Nello spazio di tre giorni, gli Stati Uniti mettono in atto (direttamente o indirettamente) tre operazioni militari, in tre teatri diversi, che hanno come obiettivo i vertici russi e due paesi stretti partner di Mosca.

 

Le due operazioni più ambiziose, contro Caracas e Teheran, essendosi rivelato impossibile l’auspicato regime change, si sono concluse – per ora – con il rapimento del presidente venezuelano e l’imposizione de facto di un protettorato sul petrolio del Venezuela, e con la minaccia perdurante di un attacco militare contro l’Iran. E, giusto come aggiornamento, in questi giorni il vice-presidente Vance si è recato in Armenia ed Azerbaijan, due paesi cerniera tra Russia ed Iran, che gli USA stanno cercando di attrarre nella propria orbita. L’offensiva ostile contro la Russia è di una evidenza palmare. E rende evidente la continuità tra la linea strategica dell’era Biden e quella attuale, assicurata – come si diceva all’inizio – dal sopravvento dei neocon all’interno dell’amministrazione USA. L’avversario strategico resta la Cina, ma la Russia deve essere in qualche modo annichilita o paralizzata, prima di arrivare allo scontro con Pechino. Sia per privare i cinesi del supporto energetico e militare russo, sia per – nei limiti del possibile – mettere le mani su una parte delle risorse russe. Del resto, Venezuela, Iran e Russia rappresentano la triade energetica fondamentale per la Cina, e quindi controllare in un modo o in un altro questi flussi significa tenere Pechino per la gola.

Questo è anche l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono cercare di limitare lo sviluppo della potenza cinese, poiché una corsa competitiva è chiaramente persa in partenza. Mettere fuori gioco la Russia, quindi, è funzionale al disegno strategico egemonico esplicitato da Rubio. Assumere in un modo o nell’altro il controllo del petrolio iraniano. Disarticolare i BRICS. Contrastare la penetrazione russa e cinese prioritariamente in America Latina (ma anche in Africa, e nell’Artico). Riorganizzare l’Europa come un’armata coloniale per premere sul fronte occidentale della Federazione Russa. E soprattutto, acquisire il maggior controllo possibile sulle risorse energetiche, poiché sono la chiave – o quanto meno l’unica chiave a portata di mano – per cercare di impedire il sorpasso cinese prima della ripresa statunitense (ed ecco perché le forze USA sbarcano in Nigeria).
Sono tutti passaggi estremamente ambiziosi, ed estremamente difficili. Tra questi e lo spaventoso gravame del debito pubblico statunitense, la via si fa stretta per la leadership americana. E ovviamente, anche per consolidata tradizione nazionale, la tentazione di tagliare con la spada il nodo di Gordio si fa sempre più forte.

La sfida lanciata da Rubio, quindi, è in effetti una dichiarazione di guerra al mondo intero, perché il messaggio è sottomettersi o combattere. Non ci sarà spazio per la neutralità – e questo vale soprattutto per noi europei. E poiché evidentemente né Mosca né Pechino, né tantomeno Teheran o Pyongyang, sono disposte a sottomettersi, la famosa guerra mondiale a pezzi sta per passare ad una fase successiva, in cui i vari pezzi cominciano a saldarsi. Il prossimo quinquennio ci riporterà indietro nel tempo, quando la guerra era la norma e la pace un eccezione. Del resto, tutto in fondo promana da un gruppo di fanatici imperialisti, che da decenni cerca di affermare la supremazia globale degli Stati Uniti, e che oggi è a sua volta come tornato indietro nel tempo, ed immagina un paese che semplicemente non esiste più.
Per il momento, la palla è stata lanciata nel campo della Russia, e quindi spetta a Mosca la rimessa. Che però gioca una partita diversa, che non prevede l’eliminazione o l’assoggettamento del nemico; i russi sanno che occorre uno sguardo lungo, veramente strategico, e quindi non si preoccupano solo della guerra, ma anche del dopoguerra. E per questo, per definirlo, servono anche gli Stati Uniti. Ricondotti alla ragione, in un modo o in un altro, ma di sicuro non destabilizzati. Quindi, dopo l’avvertimento di Lavrov, non seguirà alcuna rottura. Non alimenteranno a loro volta lo scontro frontale. È una partita di scacchi, bisogna immaginare 5 o 6 mosse avanti, almeno, per comprendere lo schema. Al Cremlino, ora potrebbero scegliere una mossa del cavallo.