Bolle di sapone
di Lorenzo Merlo - 15/02/2026

Fonte: Lorenzo Merlo
Escursione tra le bolle leggendarie in cui poniamo le nostre verità.
Nella silenziosa ma permanente e determinata ricerca della verità, costruiamo architetture d’ogni tipo che la sostenga. Ma forse è meglio chiamarle ragnatele con le quali catturare il nostro insetto, cibo per il sostentamento della propria biografia. In ogni caso, si tratta sempre di congetture autoreferenziali, scienza inclusa. Le servo-strutture più convincenti sono quelle razionalmente strutturate, logicamente stringenti, eloquentemente descritte e autorevolmente comunicate.
Più o meno tutti, quantomeno a rotazione, cerchiamo di rispettare tale modello che, in senso lato, si potrebbe definire scientifico. Infatti, appena cogliamo la contraddizione nell’altro, non esitiamo a screditarlo, nullificando il valore e la ragione del suo discorso verso la verità.
Tra gli elementi prima elencati – razionalità, logica, eloquenza, autorevolezza – strano a dirsi – il più necessario all’affermazione della verità è l’ultimo, l’autorevolezza.
A questo proposito è sostanzialmente esaustivo, tanto da fare scuola, il noto “l’ha detto il telegiornale”. Storico e innocente – ma psicologicamente universale – sostegno a sé stessi attraverso l’accredito conferito alla fonte. In esso, chi può permetterselo, ravvisa la vera natura della magia. Null’altro che correnti energetiche, la cui condensazione in nodi, gorghi, contrasti e flussi genera la realtà della storia.
L’aveva sostanzialmente già detto Marshall Mcluhan, ma pare non abbia fatto breccia nella cultura. Il suo “il medium è il messaggio” alludeva al potere magico della fonte, nei confronti di coloro che ne dipendono. Con l’accredito, infatti, l’oracolo è efficace e il miracolo è possibile. Per riconoscere in che termini lo siano, non è qui opportuno portare l’attenzione agli storpi che si alzano e camminano e neppure su Mino Damato – o altri come lui – che passeggia sulle braci. Lo è invece osservare come ogni nostro cambiamento avviene nel momento in cui ciò che avevamo respinto o mai incontrato entra in noi offrendoci prospettive prima sconosciute, modificando la struttura dell’io e generando bolle dedicate alle nuove verità vantate.
Ogni nuova consapevolezza ha la natura del miracolo. Viceversa, senza il tributo dell’accredito, le parole di un’affermazione, per erudita e scientificamente inappuntabile, passano via come il vento sulle orecchie.
Ma tutto ciò, oltre che la verità, riguarda la comunicazione. “La verità sta nel discorso” (Foucault) è una formula che contiene l’universo psicologico della costituzione delle idee – delle quali ci riteniamo i detentori dei diritti – la cui forza è di tipo mongolico, rispetto alle aste e ai cerchietti della prima elementare a disposizione della razionalità, sfacciato strumento che con la sua boriosa bolla ci ha incantati, tanto d’averci convinti che ci avrebbe condotti alla conoscenza.
Non è dunque un caso che, nonostante la supremazia che siamo soliti attribuire alla razionalità, questa vacilli e crolli sotto il peso di un potere ben più forte, sempre intelligentemente (sic) disprezzato. Mi riferisco alla devastante portata della nostra biografia. Un’entità per lo più tralasciata, quasi non avesse diritto di parola, né carico di pretese. Anch’essa è una struttura autoreferenziale sostenuta e picchettata con tutto quello che troviamo per il mondo, arbitrariamente raccolto se torna utile al suo sostentamento. Per alcuni di noi fino alla sua ipertrofia.
Ed eccoci al punto. Se la propria biografia, quella psico-cosmogonia magicamente contenuta nella parola io, regolarmente impiegata per costruire, a nostro e altrui servizio, l’immagine di noi stessi con cui presenziare nel mondo e riempirlo di realtà, ha natura autoreferenziale, come è possibile che tutte le sue espressioni non lo siano?
In sostanza, da qualunque punto dell’architettura o della ragnatela traguardiamo il mondo, è come se ci muovessimo entro bolle di sapone – bolle, cioè sfere, cioè perfezione – certi che tutto il loro contenuto abbia a che vedere con la verità. Ma cosa ancor più interessante, non vediamo le bolle di sapone dentro le quali alloggiano gli altri e, comunque, quando questo accade non siamo disponibili alla pari dignità, ma del tutto inclini a, se necessario, sguainare la spada, lo spillo con cui far scoppiare le bolle altrui, “certamente” – ci diciamo – “inferiori alla nostra”. E anche la bugia, pompa per gonfiare la bolla, torna utile al proprio sostegno, alla propria vanità. E tutto ciò senza lo spunto per osservare quelle in cui siamo entrati e usciti, per poi improvvisamente ricordarcene, lasciandoci attoniti a chiederci come avevamo potuto pensare e fare in quel modo ora rinnegato; senza il necessario per mutuare l’indulgenza che abbiamo applicato a noi stessi, nei confronti delle bolle per noi inaccettabili in cui soggiorna il prossimo.
Siamo fatti della stessa mescolanza in percentuali variabili di sentimenti, emozioni, bisogni, esigenze, morali, gradienti di doti, difetti e sensibilità varie.
Una macedonia che ci fa diversi e identici – ma vale anche per culture ed epoche – secondo il frullatore delle circostanze di breve e lunga durata. Ciò dovrebbe indurci ad una politica di reciprocità, nella quale cessare di credersi padroni di noi stessi, di impiegare il giudizio, che separa dal prossimo e impone reazioni meccaniche, obbligandoci a restare prigionieri della nostra ragnatela, di constatare che siamo tutti assassini e santi, anarchici e magistrati, vittime e carnefici, solo in funzione della mescolanza accaduta in noi.
Ogni giudizio, ovvero ogni descrizione del mondo che abbiamo in osservazione, richiede la bolla che ne permetta/imponga l’esistenza.
Ogni bolla rappresenta la necessità dell’osservatore e la descrizione dell’osservato, e quindi, anche la verità che osservato e osservatore sono la diade di un solo corpo. Verità peraltro invisa dalle pretese della scienza analitico-materialista – quella dell’osservazione oggettiva del mondo – tutta esistente e contenuta a sua volta, solo e soltanto, nella sua propria bolla parziale e autoreferenziale.
Al di fuori di essa si può incontrare quella della fisica quantistica, una specie di allegoria delle relazioni umane o dei campi aperti, nei quali, ogni bolla, affermazione, scelta, eccetera, è rappresentabile dal collasso della funzione d’onda, in cui l’energia (onda) decanta in realtà materiale, concreta, sensibile.
In pratica, ogni struttura di idee, convinzioni, abitudini, criteri, governi, politiche, filosofie e saperi poggia su una base totalmente autoreferenziale, che diviene verità condivisibile ogni qualvolta si cade nel potere magico del discorso che le esprime.
Prendi l’origine della vita o dell’evoluzione darwiniana delle specie per esempio o anche quella della dimensione dell’universo o del suo incomincio. Tutte fandonie autoreferenziali, pretese a carico dell’idea illuminista che si possa conoscere la verità a mezzo della dimensione logico-razionale.
Pretese soddisfate, a dire il vero, in due occasioni: la prima, se l’unità di tempo con le quali le prendiamo in considerazione è quanto più ristretta, ma del tutto fasulle quando la dilatiamo oltre il momento, oltre la vita individuale, oltre l’epoca storica, oltre l’antopocentrismo; la seconda quando la verità riguarda un campo chiuso, un contesto limitato e condiviso da chi lo osserva.
Se ad ogni bolla corrisponde una verità, che può vivere al suo interno, si deve giungere ad una bolla entro cui la domanda centrale non è vera o no, ma in che termini lo è, in che termini quella bolla, affermazione, scelta, posizione, idea, convinzione, fede, eccetera ha potuto assurgere all’esistenza? Così facendo la conoscenza degli uomini si amplierebbe e, con essa, il rischio di pacifiche relazioni. Per quanto frequente, c’è soltanto una categoria di contesti in cui il criterio della bolla giusta e/o sbagliata può sussistere. Si tratta di situazioni cosiddette chiuse, ovvero delimitate da regole, linguaggio e sue accezioni note e condivise da coloro che si trovano al suo interno. Chi è alla guida di un mezzo, necessariamente ha conoscenza e ha sottoscritto le regole del codice della strada. Per qualsivoglia (bolla sbagliata in cui ci troviamo), compiamo un’infrazione, sappiamo che la bolla giusta del regolamento ci comporterà un provvedimento. L’aritmetica, qualunque gioco, dagli scacchi, al ping pong, al lancio di un missile sono esempi di contesti chiusi in cui la bolla del criterio del vero del falso hanno ragione d’essere.
Abusi razionalisti di potere in pericoloso equilibrio, in quanto obbligati a vivere sul filo della necessità di meccanizzazione dell’uomo, del mondo, della realtà, del sapere, di tutto. Un fatto eclatante, che normalmente passa sotto silenzio, al positivistico fine di mantenere in vita l’autobiografica convinzione del perseguimento della conoscenza. Nient’altro che una leggenda nella quale ci accomodiamo e prendiamo posto accondiscendendo – sebbene inconsapevolmente – al rispetto del regolamento vigente al suo interno, che crediamo essere il solo, l’unico, il tutto. “È un attimo farsi abbagliare dall’ultima invenzione, scambiando una subdola prigione dell’essere per un orizzonte di eternità”. (1)
Qualunque sapere cognitivo ha tali caratteristiche. Per acquisirlo e vederne la verità che afferma, basta imparare l’alfabeto con cui è stato scritto e raccontato. Una serie di segni la cui semantica diviene esplicita solo dopo averne acquisito e condiviso il significato. Più autoreferenziale di così!
E allora? Ci buttiamo dalla finestra? Ci tuffiamo nel nichilismo prima che questo ci divori da dentro? No! L’antidoto alla destabilizzazione dovuta alla presa di coscienza di tali arroganze di conoscenza umana – origine di tutti i conflitti, abusi e soprusi – è duplice. Da un lato consiste nella consapevolezza delle fragili, cangianti, replicanti e volatili bolle di sapone entro cui creiamo e custodiamo il nostro avido e pidocchioso sapere, dall’altro che soltanto a mezzo di successive consapevolezze possiamo spogliarci dall’architettura che ci siamo costruiti intorno e constatare che la conoscenza è già in noi, che l’io e un parassita idrovoro delle energie, che viviamo sotto la cappa logico-razionale nella quale comprimiamo l’infinito che siamo, mortificando così la nostra creatività fino a ridurla ad aste e cerchietti.
È così che avviene l’impensato. La lucidità che distingue l’artefatto, lo storico, l’imbroglio, dal perenne, dall’universale, dalla Verità. È così che possiamo trovare la strada del benessere, dell’armonia, della salute, del sé e lasciare quella sulla quale ci ha spinti la scuola dei saperi specializzati, della scienza analitica, la cultura razionalista, la logica della competizione, lo strapotere della mercificazione di tutto, anche di noi stessi.
Una via con un cuore lungo la quale, tutti saperi divengono semplici strumenti di vita al pari di un rastrello, necessario per radunare il fieno in covoni, che ha il suo diritto d’essere verità, solo dopo lo sfalcio del pascolo, per poi essere posato e divenire inutile. Su quella via si ridimensionano le bolle e i saperi e si trova tutta la conoscenza, che sta in una sola parola. Che non è scienza, che non è cognitiva né etica, ma estetica. Amore.
Note
(1) https://www.ereticamente.net/tra-archetipi-e-algoritmi-il-mito-delleterno-ritorno-rita-remagnino/

