L’Europa nell’era del policentrismo mondiale
di Tiberio Graziani - 16/07/2026

Fonte: Italicum
1) La UE è sorta sulle ceneri dell’eurocentrismo. Con la fine della Guerra fredda, la UE divenne parte integrante del nuovo ordine mondiale globalizzato come potenza economica, ma tuttavia politicamente irrilevante. Una UE, soggetta alla governance politica e strategica americana, non conteneva in sé stessa, sin dalla sua fondazione, i germi del suo fallimento, resosi evidente con il venir meno della Alleanza Atlantica?
La questione appare più complessa di quanto suggerisca la formulazione della domanda. Non è infatti scontato che l’Unione Europea sia sorta sulle ceneri dell’eurocentrismo, né che il suo eventuale indebolimento possa essere interpretato come il semplice dispiegarsi di un destino inscritto nella sua fondazione.
L’integrazione europea nacque nel secondo dopoguerra come risposta a una duplice crisi: da un lato la devastazione prodotta dai conflitti intraeuropei, dall’altro la perdita della centralità mondiale che il continente aveva esercitato per secoli. In questo senso, il processo di integrazione fu certamente il prodotto del tramonto dell’Europa come centro esclusivo del sistema internazionale, ma non necessariamente della fine dell’eurocentrismo come paradigma culturale e politico. Molti dei principi che hanno orientato la costruzione europea — dall’universalismo giuridico all’idea di progresso lineare, fino a una particolare concezione dei diritti e del mercato — appartengono infatti alla tradizione storica europea e ne rappresentano, per certi aspetti, una prosecuzione.
Occorre inoltre distinguere tra Europa e Unione Europea. L’Europa costituisce una realtà storica, culturale e geografica di lunga durata, i cui confini storici e culturali, peraltro, non coincidono necessariamente con quelli geografici comunemente adottati; l’Unione Europea rappresenta invece una specifica forma di organizzazione politico-istituzionale sviluppatasi nel contesto della Guerra fredda e successivamente adattatasi al nuovo quadro internazionale emerso dopo il 1991.
Parimenti, vale la pena inoltre ricordare che la tendenza alla costruzione di forme più ampie di organizzazione dello spazio europeo precede di molti secoli la nascita dell’Unione Europea. La storia del continente può essere letta anche come una successione di tentativi di ricomposizione politica, economica e culturale di territori inizialmente frammentati. Dalle reti commerciali delle città-stato alle leghe mercantili, dalle alleanze dinastiche alle grandi monarchie territoriali, fino alle diverse esperienze imperiali che hanno interessato lo spazio europeo e i suoi prolungamenti euro-afroasiatici, il continente è stato costantemente attraversato da spinte centripete e centrifughe. In questo senso, la pluralità culturale europea non rappresenta un ostacolo all’integrazione, bensì il prodotto storico di una lunga interazione tra popoli, tradizioni, lingue e civiltà differenti, alimentata anche da apporti provenienti da aree esterne all’Europa stessa.
Con la fine del confronto bipolare, l’Unione Europea acquisì un peso economico considerevole e divenne uno dei principali poli della globalizzazione. Tuttavia, l’espansione della dimensione economica non fu accompagnata da una corrispondente capacità politica e strategica. L’assenza di una sovranità europea effettivamente unitaria, la permanenza di interessi nazionali divergenti e il mantenimento del legame strategico con gli Stati Uniti limitarono significativamente la possibilità che l’Unione si affermasse come soggetto geopolitico autonomo.
Più che di una subordinazione assoluta a Washington, parlerei di una condizione di progressiva dipendenza strategica sviluppatasi nel quadro dell’alleanza atlantica. Per decenni tale assetto apparve funzionale sia agli interessi statunitensi sia a quelli europei. Il problema è emerso quando la struttura internazionale ha iniziato a trasformarsi e il sistema unipolare ha mostrato segni di progressiva erosione. In una fase caratterizzata dall’emersione di nuovi centri di potenza e dalla crescente competizione tra grandi attori continentali, l’Europa si è trovata priva degli strumenti necessari per definire una propria collocazione autonoma.
Non appare del tutto convincente l’idea secondo la quale l’Unione Europea contenesse, sin dalla propria origine, i germi del proprio inevitabile declino. Piuttosto, essa ha progressivamente mostrato i limiti di una costruzione politico-istituzionale concepita per una determinata fase storica e successivamente confrontata con una profonda trasformazione degli equilibri internazionali. La crisi attuale appare dunque meno come il risultato di una condanna originaria e più come la conseguenza della difficoltà di adattare il progetto europeo alle dinamiche della transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico.
Se vi è una questione realmente decisiva, essa riguarda la capacità dell’Europa di ridefinire la propria funzione storica nel nuovo contesto internazionale. In altri termini, il problema non è soltanto il futuro dell’Unione Europea, ma il ruolo che il continente europeo intende svolgere nel processo di ricomposizione dell’ordine mondiale.
L’Unione Europea costituisce dunque soltanto l’ultima manifestazione, in forme inedite e prevalentemente economico-istituzionali, di una più lunga dinamica storica che ha caratterizzato il continente. La questione centrale non è pertanto se l’Europa possa integrarsi, poiché la sua storia testimonia che forme diverse di integrazione e coordinamento sono esistite in epoche differenti. Il problema consiste piuttosto nell’individuare quale forma politica sia adeguata alle condizioni storiche della presente fase di transizione internazionale.
2) L’Europa della UE è estremamente differenziata. L’Europa scandinava e baltica è integrata nell’anglosfera. L’Europa centrale è focalizzata nell’asse franco – tedesco. L’Europa mediterranea riveste il ruolo geopolitico di ponte tra il Vecchio Continente, l’Africa e l’Asia. Ci si chiede come sia concepibile e/o auspicabile una integrazione tra aree europee culturalmente e geopoliticamente diverse ed incompatibili, se non conflittuali nei loro interessi economici e strategici.
La domanda pone correttamente l’accento sulla pluralità delle realtà che compongono l’Europa contemporanea, ma tende forse a sovrapporre differenza e incompatibilità.
La diversità culturale, storica e geopolitica delle diverse regioni europee non deve necessariamente essere interpretata come un ostacolo insormontabile alla costruzione di forme di cooperazione o di integrazione.
L’Europa non è mai stata uno spazio omogeneo. Al contrario, la sua storia è caratterizzata dalla compresenza di popoli, lingue, tradizioni religiose, sistemi politici ed economie differenti. La pluralità non rappresenta dunque un’anomalia della costruzione europea contemporanea, ma una delle caratteristiche costitutive della civiltà europea.
Anche la rappresentazione proposta dalla domanda richiede qualche precisazione. L’Europa scandinava e baltica manifesta certamente una forte convergenza politico-strategica con il mondo anglosassone; l’Europa centrale continua a gravitare intorno all’asse franco-tedesco; l’Europa mediterranea conserva una naturale vocazione verso il Mediterraneo allargato, l’Africa e il Vicino Oriente. Tuttavia, queste diverse proiezioni geopolitiche non sono necessariamente incompatibili. Esse riflettono piuttosto la posizione geografica delle differenti regioni europee e la stratificazione storica dei loro rapporti esterni.
Il vero problema emerge quando si tenta di ricondurre tale pluralità entro modelli eccessivamente uniformi. Una delle difficoltà che ha accompagnato il processo di integrazione europea consiste proprio nell’aver spesso privilegiato l’omogeneizzazione rispetto alla valorizzazione delle differenze. In altre parole, non sempre si è distinta adeguatamente l’unità dalla uniformità.
La storia europea offre invece numerosi esempi di costruzioni politiche capaci di tenere insieme realtà differenti. Lo stesso Sacro Romano Impero, come pure altre esperienze imperiali sviluppatesi nello spazio europeo, non si fondavano sull’eliminazione delle diversità, bensì sulla loro organizzazione all’interno di un quadro politico più ampio. In questo senso, la pluralità può essere considerata non un limite, ma una risorsa.
Da un punto di vista geopolitico, occorre inoltre ricordare che l’Europa occupa una posizione singolare all’interno della massa continentale eurasiatica. Le sue diverse regioni costituiscono altrettante aperture verso differenti spazi strategici: l’Atlantico, l’Artico, il Baltico, il Mediterraneo, il Mar Nero, il Vicino Oriente e l’Asia interna. La varietà delle proiezioni geopolitiche europee deriva anche da questa particolare collocazione geografica.
La questione decisiva non è dunque se le diverse Europe siano compatibili tra loro. La storia dimostra che esse hanno saputo convivere e cooperare in molteplici forme nel corso dei secoli. Il problema consiste piuttosto nell’individuare un principio ordinatore capace di armonizzare interessi differenti senza annullarli. Una costruzione europea destinata a durare difficilmente potrà fondarsi sull’uniformità; dovrà piuttosto riconoscere la natura policentrica del continente e valorizzarne le differenti vocazioni geopolitiche.
In tale prospettiva, l’Europa potrebbe essere concepita non come uno spazio rigidamente omogeneo, ma come una comunità di popoli e di regioni storiche capaci di cooperare pur mantenendo specificità, interessi e sensibilità differenti. Del resto, è proprio questa tensione tra unità e pluralità ad aver accompagnato l’intera vicenda storica europea e a costituirne uno dei tratti più originali.
3) La fine della Nato non contempla necessariamente anche il ritiro della presenza militare USA in Europa. Non ritieni improbabile l’abbandono delle basi da parte degli USA, data la loro importanza strategica, quali piattaforme predisposte per gli interventi americani nell’est europeo e nel Medio Oriente?
La fine, o il ridimensionamento, della NATO non comporterebbe automaticamente il ritiro della presenza militare statunitense dall’Europa. Sarebbe ingenuo pensare che gli Stati Uniti abbandonino spontaneamente un sistema di basi, infrastrutture, comandi e dispositivi logistici che costituisce da decenni uno degli strumenti principali della loro proiezione strategica.
Tuttavia, il punto decisivo non è stabilire se gli Stati Uniti resteranno o se se ne andranno, ma comprendere in quale forma cercheranno di conservare la propria presenza. In una fase di progressiva contrazione della capacità egemonica statunitense, Washington tende infatti a riorganizzare la propria postura internazionale secondo criteri di maggiore selettività. Non potendo più sostenere ovunque, con la stessa intensità, il peso dell’ordine globale costruito dopo il 1945 e dilatato dopo il 1991, gli Stati Uniti sono indotti a scegliere con maggiore attenzione alleanze, priorità geografiche e obiettivi strategici.
Più che una scomparsa della NATO, appare più plausibile una sua progressiva riconfigurazione. La storia della politica estera statunitense mostra una costante attenzione alla preservazione della libertà d’azione. Se nel XVIII secolo ciò si traduceva nella diffidenza verso le alleanze permanenti, nel secondo dopoguerra si è tradotto nella costruzione di una rete di alleanze funzionale alla proiezione globale della potenza americana. Oggi, in una fase di crescente competizione sistemica e di risorse relativamente più limitate, Washington sembra orientarsi verso una gestione più selettiva delle proprie priorità strategiche, senza per questo rinunciare alle infrastrutture e alle relazioni che le consentono di mantenere influenza nei teatri considerati rilevanti.
Da questo punto di vista, le basi presenti in Europa non vanno considerate soltanto come strumenti di difesa del continente europeo. Esse svolgono una funzione più ampia: sono piattaforme di proiezione verso l’Europa orientale, il Mar Nero, il Mediterraneo, il Vicino Oriente, l’Africa settentrionale e, indirettamente, l’intero spazio eurasiatico. Per questa ragione è improbabile che gli Stati Uniti rinuncino facilmente a tale dispositivo.
Per comprendere la funzione delle basi americane in Europa occorre inoltre considerare che il sistema atlantico non si è sviluppato come un insieme di relazioni perfettamente reciproche. Come avviene in molti ordini egemonici, la cooperazione tra alleati si è accompagnata a una distribuzione differenziata delle prerogative strategiche. Gli Stati Uniti hanno potuto utilizzare il territorio europeo come componente della propria profondità strategica, mentre difficilmente si potrebbe immaginare una situazione speculare. Ciò non implica necessariamente coercizione o imposizione diretta, ma evidenzia il carattere asimmetrico dell’architettura atlantica.
Ridurre la questione alla sola permanenza delle basi rischia tuttavia di essere fuorviante. Le installazioni militari statunitensi in Europa non rappresentano soltanto infrastrutture operative. Esse costituiscono parte di una più ampia infrastruttura dell’ordine euro-atlantico attraverso cui Washington ha organizzato, nel corso dei decenni, la propria presenza strategica lungo l’arco che collega l’Europa, il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Il problema, pertanto, non riguarda soltanto la loro eventuale permanenza, ma la funzione geopolitica che esse svolgono all’interno dell’assetto strategico euro-atlantico. In tale quadro, le basi non sono semplicemente luoghi di stazionamento delle forze armate, ma componenti di una struttura più vasta che consente agli Stati Uniti di preservare libertà di manovra, capacità di comando e profondità strategica ben oltre i propri confini nazionali.
Ciò non significa, però, che la presenza americana in Europa debba restare immutata. Più verosimilmente, essa potrebbe conoscere una trasformazione: meno impegno diretto e generalizzato, maggiore delega agli alleati, rafforzamento di alcune aree ritenute strategiche, riduzione dell’attenzione verso altre, uso più selettivo delle infrastrutture militari e crescente richiesta agli europei di sostenere i costi politici, economici e militari della sicurezza continentale.
In questo senso, il problema europeo non è soltanto la permanenza delle basi statunitensi. Il problema è la funzione politica che esse esercitano. Finché l’Europa resterà priva di una propria capacità decisionale autonoma, tali basi continueranno a rappresentare non solo un dispositivo militare, ma anche un vincolo strategico. Esse contribuiranno a definire lo spazio europeo come retrovia avanzata della potenza statunitense, più che come soggetto geopolitico dotato di una propria volontà.
La crisi della NATO, se dovesse effettivamente maturare, non aprirebbe dunque automaticamente uno spazio di autonomia europea. Potrebbe anche produrre una diversa articolazione della presenza americana: meno istituzionalizzata sul piano multilaterale, ma non necessariamente meno efficace sul piano operativo. Gli Stati Uniti potrebbero preferire rapporti bilaterali, accordi differenziati, coalizioni variabili e intese selettive con gli Stati europei maggiormente funzionali ai loro interessi.
La questione decisiva, pertanto, non riguarda soltanto la NATO come organizzazione formale, ma la struttura complessiva della dipendenza strategica europea. Un’Europa realmente autonoma non dovrebbe limitarsi a discutere della sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica, ma dovrebbe interrogarsi sulla propria capacità di definire interessi, minacce, priorità e spazi di proiezione secondo una logica propria.
In assenza di questa capacità, anche un eventuale mutamento della NATO rischierebbe di non modificare la sostanza del problema. La forma dell’alleanza potrebbe cambiare, ma il rapporto di dipendenza resterebbe. Ed è proprio qui che si misura la difficoltà europea: non nella presenza statunitense in sé, ma nell’incapacità del continente di pensarsi e organizzarsi come soggetto strategico autonomo nella nuova fase policentrica dell’ordine mondiale.
4) La prospettiva del riarmo europeo non appare del tutto velleitaria, tenuto conto dell’estrema difficoltà (se non dell’impossibilità), di riconversione della manifattura europea in industria bellica, della carenza di risorse economiche adeguate (il cui reperimento comporterebbe un indebitamento degli stati insostenibile), e dell’assenza di una sovranità politica europea unitaria?
Anche in questo caso la domanda contiene alcuni presupposti che meritano di essere precisati. La questione centrale non riguarda tanto la possibilità materiale di un riarmo europeo quanto il significato politico e strategico che tale riarmo assumerebbe nel contesto della trasformazione dell’ordine internazionale. L’Europa dispone ancora di una rilevante base industriale, di elevate capacità tecnologiche e di risorse economiche considerevoli.
La storia dimostra che gli Stati e le grandi aggregazioni politiche sono in grado di mobilitare risorse significative quando percepiscono l’esistenza di una necessità strategica. Da questo punto di vista, le difficoltà industriali o finanziarie non rappresentano, di per sé, necessariamente, ostacoli insormontabili. Più problematica appare invece l’assenza di una chiara finalità politica condivisa.
Occorre infatti distinguere tra potenza militare e autonomia strategica. L’accrescimento delle capacità militari non produce automaticamente una maggiore autonomia decisionale. Una collettività politica può disporre di strumenti militari rilevanti e continuare tuttavia a dipendere da orientamenti strategici definiti altrove.
Una collettività politica può, in sostanza, aumentare le proprie capacità operative e, al tempo stesso, permanere in una condizione di eteronomia strategica. Con questa espressione intendo una situazione nella quale gli strumenti materiali della potenza non sono accompagnati da una corrispondente capacità di definire autonomamente interessi, priorità e finalità geopolitiche. In tali circostanze, le risorse militari possono risultare pienamente efficienti sul piano tecnico, pur rimanendo inserite all’interno di orientamenti strategici elaborati in altri centri decisionali.
In altre parole, il rafforzamento degli apparati militari non coincide necessariamente con l’acquisizione di una piena soggettività geopolitica.
Da questo punto di vista, il problema europeo appare anzitutto politico. L’Unione Europea non dispone oggi di una sovranità unitaria, né di una visione condivisa delle principali minacce, dei propri interessi permanenti o delle priorità strategiche da perseguire. Persistono sensibilità differenti tra le diverse regioni del continente, come differenti sono le percezioni relative alla Russia, al Mediterraneo, al Vicino Oriente, all’Africa e ai rapporti con le altre grandi potenze emergenti.
In assenza di un quadro politico comune, il rischio è che il riarmo si traduca in una semplice sommatoria di programmi nazionali o, alternativamente, nel rafforzamento di strutture destinate a operare all’interno di un quadro strategico sostanzialmente eteronomo. In tale circostanza, l’incremento delle spese militari non coinciderebbe necessariamente con un aumento dell’autonomia europea.
Più che domandarsi se il riarmo sia velleitario, sarebbe dunque opportuno interrogarsi su quale progetto politico esso dovrebbe servire. La questione decisiva non riguarda soltanto la produzione di armamenti, ma la definizione degli obiettivi strategici che tali strumenti dovrebbero perseguire.
Come insegna la storia, gli strumenti militari rappresentano sempre una conseguenza di una determinata visione politica dell’ordine internazionale e non il suo presupposto. Senza una riflessione preventiva sul ruolo che l’Europa intende svolgere nella fase di transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico, il dibattito sul riarmo rischia di rimanere confinato alla dimensione tecnica e finanziaria, trascurando il nodo fondamentale della questione: la definizione di una autonoma volontà strategica europea.
5) L’identità culturale dell’Europa è senza dubbio eurasiatica, peraltro non assimilabile all’anglosfera. L’Europa tuttavia non è solo una propaggine occidentale dell’Eurasia. Non è quindi più realistico idealizzare una nuova Europa autonoma, crocevia ineludibile nella dialettica dei rapporti tra Oriente e Occidente, con l’imprescindibile proiezione verso il bacino mediterraneo? A tal riguardo, non sarebbe necessario riportare alla luce il progetto dell’Eurafrica?
L’identità europea si è formata attraverso l’interazione di differenti direttrici storiche e geopolitiche; per tale ragione, essa non può essere ridotta né alla sola dimensione eurasiatica né a quella atlantica che ha caratterizzato una parte della sua evoluzione più recente.
La dimensione continentale eurasiatica, quella mediterranea e quella atlantica hanno contribuito, in epoche diverse, alla formazione della sua identità culturale e politica. La stessa civiltà europea si è sviluppata attraverso continui scambi con il Vicino Oriente, il Mediterraneo meridionale, il mondo islamico e le grandi civiltà asiatiche. Per questa ragione, l’Europa non può essere interpretata come una realtà isolata o autosufficiente, ma come uno spazio storicamente aperto alle interazioni tra differenti aree di civiltà.
Condivido invece l’idea secondo cui l’Europa non dovrebbe essere concepita come una semplice periferia dell’anglosfera né come una mera appendice occidentale dell’Eurasia. Più che un ponte tra Oriente e Occidente, definizione che rischia di attribuirle una funzione passiva, l’Europa potrebbe essere concepita come una cerniera geopolitica euro-mediterranea ed eurasiatica, vale a dire come uno spazio di articolazione tra differenti sistemi regionali e differenti tradizioni di civiltà, capace, pertanto, di sviluppare relazioni autonome con i diversi centri della vita internazionale.
Tuttavia, una simile prospettiva presuppone il superamento della condizione di eteronomia strategica che abbiamo richiamato nelle risposte precedenti. Nessuna funzione geopolitica autonoma può infatti svilupparsi in assenza della capacità di definire interessi, priorità e obiettivi propri. Prima ancora di interrogarsi sul ruolo dell’Europa tra Oriente e Occidente, occorre dunque domandarsi quale volontà politica sia in grado di sostenere tale ruolo.
In questa riflessione il Mediterraneo assume una rilevanza particolare. Esso non costituisce la semplice proiezione meridionale dell’Europa, né una sua periferia. Al contrario, rappresenta uno spazio storico autonomo che ha contribuito in maniera decisiva alla formazione della stessa civiltà europea. Le vicende dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente risultano infatti intrecciate da millenni attraverso relazioni commerciali, culturali, religiose e politiche che hanno contribuito a modellare l’intero spazio mediterraneo.
Quanto al progetto dell’Eurafrica, è necessario affrontarlo con prudenza e senso storico. Nelle sue formulazioni originarie esso risentiva inevitabilmente delle condizioni politiche e culturali dell’epoca in cui venne elaborato e conservava, seppure in misura diversa a seconda degli autori, una prospettiva prevalentemente eurocentrica. Anche quando alcuni studiosi tentarono di differenziarsi dalle tradizionali concezioni coloniali britanniche e francesi, il continente africano continuava spesso a essere considerato in funzione delle esigenze strategiche europee.
Nel secondo dopoguerra il concetto di Eurafrica fu riproposto in ambienti politici differenti, compresi alcuni settori del nazionalismo europeo.
Tuttavia, molte di queste elaborazioni non compresero pienamente la portata storica dei processi di decolonizzazione e delle guerre di liberazione nazionale che stavano trasformando l’Africa e l’Asia.
Da questo punto di vista, la riflessione di Jean Thiriart presenta elementi di maggiore interesse. È noto che il suo pensiero si sia articolato in diverse fasi, talvolta fortemente contraddittorie — dal giovanile sostegno all’OAS in chiave coloniale al successivo progetto di un’Europa terza forza, fino alla provocatoria promozione di un “euro-sovietismo”. Tuttavia, pur muovendo da presupposti differenti rispetto a quelli odierni, egli ebbe il merito di comprendere progressivamente che i movimenti di liberazione nazionale e l’emergere di nuovi soggetti politici in Africa e in Asia rappresentavano trasformazioni storiche irreversibili. Per tale ragione, la sua riflessione si discostò dalle tradizionali impostazioni coloniali e tentò di ricollocare il problema europeo all’interno di una più ampia ricomposizione degli equilibri mondiali su scala continentale, fuori dall’orbita dell’anglosfera.
Il contesto contemporaneo è tuttavia profondamente diverso da quello nel quale tali concezioni furono elaborate. L’Africa non è più il terreno di proiezione delle strategie europee, ma uno spazio composto da Stati, organizzazioni regionali e soggetti politici che rivendicano una propria autonomia e una propria capacità di iniziativa nel sistema internazionale.
L’emergere dell’Area Continentale Africana di Libero Scambio (AfCFTA), i progetti delineati nell’Agenda 2063 dell’Unione Africana e il crescente protagonismo delle organizzazioni regionali africane testimoniano come il continente stia progressivamente elaborando proprie strategie di integrazione, sviluppo e cooperazione. Si tratta di processi che confermano la crescente capacità dei soggetti africani di intervenire autonomamente nella definizione delle proprie priorità economiche e geopolitiche.
Qualunque iniziativa europea dovrebbe inoltre confrontarsi con una realtà geopolitica già profondamente trasformata. L’Africa contemporanea non costituisce uno spazio privo di relazioni strategiche, ma uno dei principali teatri nei quali si manifesta la crescente pluralità dei centri di potenza che caratterizza la fase attuale della transizione internazionale. Cina, Turchia, Russia, Stati Uniti e altri attori regionali ed extra-regionali partecipano infatti, secondo modalità differenti, ai processi di trasformazione economica, infrastrutturale e tecnologica del continente. Qualsiasi prospettiva di cooperazione euro-africana dovrà pertanto misurarsi con tale realtà e collocarsi all’interno di un contesto caratterizzato dalla progressiva ricomposizione policentrica dell’ordine internazionale.
Per questa ragione, più che recuperare il progetto dell’Eurafrica nei termini in cui venne formulato nel Novecento, si rende necessario immaginare nuove forme di cooperazione tra Europa, Africa e spazio mediterraneo fondate sul riconoscimento della piena soggettività politica dei rispettivi attori. Una tale cooperazione potrebbe svilupparsi in ambiti strategici quali le infrastrutture, l’energia, la logistica, la ricerca, la formazione e lo sviluppo industriale, secondo modalità coerenti con le esigenze e le priorità definite dai diversi soggetti coinvolti.
Vi è tuttavia una questione preliminare che non può essere elusa. Una cooperazione euro-africana fondata sulla reciprocità presuppone che anche l’Europa acquisisca una più compiuta capacità di definizione autonoma dei propri interessi strategici. Finché il continente europeo rimarrà inserito in una condizione di significativa eteronomia strategica, difficilmente potrà proporsi come interlocutore pienamente autonomo nei confronti degli altri grandi spazi geopolitici.
La fase di transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico non richiede la ricostruzione di gerarchie continentali, ma la costruzione di rapporti fondati sulla reciprocità, sulla complementarità e sul rispetto delle differenti identità storiche e di civiltà.
Se l’Europa intende svolgere una funzione autonoma nel mondo che emerge, essa dovrà probabilmente riscoprire la propria vocazione mediterranea e la propria collocazione geopolitica all’interno della più ampia massa continentale eurasiatica. Ma tale prospettiva potrà svilupparsi soltanto attraverso relazioni paritarie con gli altri attori regionali e non attraverso la riproposizione, sia pure in forme aggiornate, di schemi elaborati in un contesto storico ormai definitivamente superato.
Intervista a cura di Luigi Tedeschi
Tiberio Graziani è Presidente di Vision & Global Trends. International Institute for Global Analyses (www.vision-gt.eu), direttore di Geopolitica. Journal of Geopolitics and Related Matters (www.geopoliticarivista.it).
