L’Europa (sovrana): necessaria ma improbabile per Alain de Benoist
di Leonardo Giordano - 07/08/2026

Fonte: Barbadillo
È da poco uscita, per i tipi de “La Vela”, la traduzione italiana di un nuovo saggio di Alain De Benoist sull’Europa unita, dal titolo Sovranità nazionale e Sovranità popolare. In attesa che giunga alle librerie e che si possa leggerlo, lasciamoci ad alcune considerazioni e riflessioni espunte dalla recensione e dalle citazioni testuali di Adriano Scianca su “La Verità” del 4 agosto.
In questo saggio De Benoist ovviamente non può che ammettere il fallimento dell’Unione Europea, almeno per come si è realizzata e palesata da Maastricht in poi. Il paradosso di questa fallimentare unione dell’Europa è che mentre ha sottratto sovranità agli stati nazionali, d’altro canto non ha saputo indirizzare queste quote di sovranità nazionale tolte ai singoli stati verso concrete politiche che tendessero al bene comune dell’intera Unione. Afferma l’intellettuale francese: «È un punto cruciale: non è la delega delle funzioni e dei poteri a essere di per sé criticabile, quanto la difficoltà di Bruxelles nel mostrare che tali poteri e tali funzioni vadano realmente a finire da qualche parte. Gli Stati diventano più deboli senza che l’Ue diventi più forte».
De Benoist ammette che una certa simpatia per il sovranismo di tipo nazionale è comprensibile ma che, nella situazione geopolitica attuale, risulterebbe assai improduttivo perché nessun stato nazionale avrebbe la forza e la potenza per poter incidere nel confronto con le grandi potenze globali. Di qui la necessità di perseguire un disegno unitario per una proficua e virtuosa unione europea. Chiosa Scianca nella sua recensione: «De Benoist ritiene che lo Stato nazione sia ormai impotente nella gabbia d’acciaio della mondializzazione e degli imperi extra europei sempre più esuberanti».
De Benoist ritiene inoltre che il patrimonio delle singole identità nazionali non debba essere disperso e sprecato per cui sarebbe opportuno, se non necessario, pensare ad una statualità federale dell’Europa rifuggendo dalle sirene (che pure sono appartenute a certe destre, ma non a Julius Evola però) dell’Europa-Nazione secondo il modello giacobino delle stato nazionale. «Il che equivale a dire che la sovranità perduta a livello nazionale deve potersi ritrovare a livello europeo, e che deve essere ripartita a tutti i livelli decisionali, dalla base al vertice […] l’Europa deve unirsi secondo il principio della decisione al vertice e della più grande diversità possibile alla base».
De Benoist, già nel 1995, aveva scritto un saggio sull’idea di impero in cui si prodigava di far uscire questo termine dalla stratificazione denigratoria, che si è andata affermando da decenni, per farle assumere la dimensione di una «concreta proposta politologica, logicamente declinata in senso democratico e federale. L’impero come organismo politico garante della differenza al suo interno e della potenza al suo esterno».
Questa idea, invero, non è nuova. De Benoist ci arriva parecchio tempo dopo un grande storico cattolico dell’Europa: lo svizzero Gonzague De Reynold che raccolse una serie di conferenze tenute tra il 1930 e il 1952 in un saggio dall’emblematico titolo La Casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità (pubblicata in Italia con prefazione di Giovanni Cantoni da D’Ettoris Editori nel 2015). In questo saggio De Reynold si sofferma lungamente sulle cause spirituali, ideali e culturali che hanno generato il declino dell’Europa, ridotta a “bersaglio” principale della Rivoluzione, vale a dire il lungo processo sovversivo che parte dal Rinascimento e dalla Riforma protestante per giungere, attraversando diverse fasi, al declino attuale della “Quinta Rivoluzione”: quella antropologica. Proprio questo declino però impone la necessità di perseguire un’unità efficace nell’era in cui si è chiusa la fase eurocentrica e si è aperta una fase mondiale, globale.
Afferma lo storico svizzero: «Questa unità federativa si impone tanto più che l’Europa ha giusto le dimensioni e le capacità di un grande paese. In questa Europa del 1950 non vi potrà essere posto per nazionalismi, sebbene ci sia sempre posto per patriottismi. Ciò significa che la federazione europea esigerà da ogni Stato, se vuole conservare la sua indipendenza e le sue libertà, i sacrifici della sovranità a garanzia della difesa comune». Gonzague De Reynold però pone un altro problema che, a leggere la recensione di Scianca, de Benoist sembrerebbe evitare: il collante di questa idea di Europa, una in pluribus, deve essere solo la statualità federale? Non occorre che ci sia anche una sorta di investitura dall’alto? Il riferimento ad un patrimonio valoriale trascendente? Una città di Dio a cui ispirare la città europea degli uomini? De Reynold individua questo collante nel retaggio di Gerusalemme, della Grecia, di Roma e del Cristianesimo indicando anche una fase concreta della storia europea in cui ha funzionato: l’Europa medioevale del Sacro Romano Impero cui, secondo il nostro parere, va aggiunto anche l’Impero Europeo di Carlo V.
Ma su De Reynold e sulla sua idea di Europa torneremo più approfonditamente.
