L'impero senza cultura
di Francesco Petrone - 04/11/2026
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Fonte: Francesco Petrone
Dal 2004 una storiografia americana rivaluta Gengis Khan perché l'America ci si riflette. Il suo esponente è Jack Weatherford, antropologo del Minnesota, già consigliere di Washington, autore del bestseller "Genghis Khan and the Making of the Modern World", letto da tutti i CEO della Silicon Valley.
La tesi: Gengis non è un barbaro, è il primo globalizzatore. Ha ripulito e unificato la Via della Seta, creando la prima zona di libero commercio globale. Prima erano sentieri pericolosi, dopo di lui si andava da Pechino al Caspio in sicurezza. Per questo parla di "nucleo di una cultura universale e di un sistema mondiale". I mongoli, scrive, "non erano predoni barbari ma costruttori di imperi visionari" che hanno chiuso il Medioevo portando in Europa polvere da sparo, bussola e carta. Il Washington Post lo ha nominato per questo "Uomo del Millennio" nel 1996.
Si elogia la libertà di commercio dimenticando che fu stabilita dopo aver ucciso tra i 40 e i 60 milioni di persone. Come scrivono gli stessi revisionisti: "Gengis Khan killed somewhere between 40 and 60 million people". È la classe dirigente che celebra se stessa: guarda il flusso delle merci, non i corpi per terra.
Messi in colonna, Impero Mongolo e Impero Globale americano funzionano con la stessa teologia: la distruzione come precondizione del libero commercio.
I mongoli radono al suolo Baghdad, Merv, Nishapur, città di mezzo milione di abitanti scomparse in una settimana, poi proclamano: ora qui si commercia liberamente. L'Impero Globale rade al suolo Belgrado, di nuovo Baghdad, Tripoli, Damasco, poi proclama: ora qui c'è libero mercato e democrazia. In entrambi i casi il massacro non è un incidente, è il prezzo per creare lo spazio liscio dove le merci scorrono.
Il mongolo affermava che liberava dai re corrotti e dai dazi. L'americano dice: vi libero dal dittatore e dal protezionismo. Entrambi chiedono gratitudine per la distruzione.
Con una differenza. Il mongolo creava qualcosa dopo: legge, la Yassa, posta, protezione per i mercanti. Era feroce ma era forma, voleva durare. Il globale spesso non crea nulla. Distrugge la forma precedente - Stato, scuola, famiglia, cultura egemone - e non ne mette una nuova. Lascia mercato, non legge. Lascia contenuto, non cultura. Il mongolo distruggeva per inglobare nell'impero. Il globale distrugge per rendere inglobabile nel mercato. Il primo ha prodotto alla fine una sintesi. Il secondo produce solo desertificazione.
Il mongolo è l'unico conquistatore che vince tutto e non ha nulla da imporre. Non ha città, non ha architettura, non ha lingua scritta all'inizio - fa adattare l'alfabeto uiguro. Non ha religione da esportare, è sciamanico, tollera tutto perché non crede in nulla di abbastanza forte da imporre. Non ha diritto urbano, ha un codice di steppa.
Per questo non può fare come Roma. Roma ingloba perché ha forma forte e dice: diventa romano. Il mongolo non ha forma, quindi prende: consiglieri cinesi, ingegneri persiani, mercanti uiguri, medici arabi. Karakorum non è una città che genera cultura, è un magazzino di culture prese in prestito.
L'impero americano dopo il 1989 è identico. Non ha più cultura propria. Quella che resta è manageriale, contabile, astratta. Non ha lingua letteraria, ha globish da consulenza. Non ha religione civile da esportare, ha diritti umani astratti che tollerano tutto perché non credono in nulla. Quando conquista non porta forma, porta vuoto. Al posto della scuola irachena, dell'amministrazione libica, dell'industria jugoslava, mette McDonald's, Netflix, elezioni, mercato. Contenuto, non forma.
È la differenza tra impero egemone e impero parassitario. L'egemone dice: impara la mia lingua, diventa cittadino. Il parassitario dice: smetti di essere ciò che sei, così posso trafficare. E quando incontra una cultura forte che non vuole dissolversi, non potendo inglobare, può solo distruggere. Vedi meno


