L’Iran e il crollo dei doppi standard
di Francesco Sylos Labini - 07/04/2026

Fonte: Francesco Sylos Labini
La guerra in Ucraina è stata largamente interpretata, nella narrazione dominante dei media mainstream, come una guerra di aggressione imperialista: secondo questa lettura, Putin avrebbe deciso di negare l’indipendenza dell’Ucraina, puntando a riassorbirla nella Russia, in una logica spesso paragonata a quella della Germania nazista nel 1939. In questa prospettiva, negoziare con un aggressore equivale a un segnale di debolezza, destinato soltanto ad alimentarne l’espansionismo.
Ne consegue una conclusione apparentemente lineare: l’unico modo per fermare un aggressore è mostrare fermezza assoluta. La vittoria può arrivare solo sul campo di battaglia oppure attraverso una resa completa dell’avversario al tavolo negoziale. Qualsiasi compromesso viene escluso, sia per ragioni morali sia per l’idea che esso aggraverebbe ulteriormente la situazione.
Questo schema interpretativo si ritrova anche nel modo in cui vengono raccontati altri conflitti. Il tratto comune è la rimozione del contesto storico: le guerre sembrano iniziare “ieri”, ridotte a uno scontro tra buoni e cattivi. Tutto ciò che precede — dinamiche geopolitiche, tensioni accumulate, responsabilità condivise — viene considerato irrilevante o sospetto. Così, la guerra in Guerra in Ucraina viene fatta iniziare il 2022, e quella in Palestina il 7 ottobre 2023. Chi prova a inserire questi eventi in una prospettiva storica più ampia viene rapidamente etichettato: filo-Putin, filo-Hamas, antisemita, o comunque “quinta colonna”. È un modo primitivo di impostare il dibattito, che sostituisce l’argomentazione con la delegittimazione.
Nel caso ucraino, l’aggressione russa è stata costantemente definita “non provocata”, e chi tenta di analizzare le relazioni di causa ed effetto viene accusato di giustificare o legittimare. Dinamiche analoghe si osservano nel racconto mediatico della guerra in Palestina.
La rimozione del contesto è funzionale a una narrazione semplice e rassicurante: un mondo diviso tra buoni e cattivi, in cui i cattivi sono assimilati a Hitler e, di conseguenza, ogni mezzo diventa giustificabile. In questa logica, il bombardamento di Gaza viene presentato come una necessità tragica ma inevitabile, analogamente a quanto avvenuto con Dresda durante la Seconda guerra mondiale.
Il caso dell’Iran distrugge questo schema. La giustificazione basata sulla minaccia nucleare appare inconsistente, e la retorica si fa esplicita. A una domanda sul possibile carattere di crimine di guerra nel colpire infrastrutture civili come ponti e centrali elettriche, Donald Trump ha risposto: “They are animals.” Oltre alle infrastrutture, sono stati colpiti anche obiettivi civili e accademici: nell’attacco all’Università Sharif di Teheran sarebbero state utilizzate bombe perforanti.
Diventa così evidente una contraddizione: la guerra contro l’Iran appare, secondo gli stessi criteri utilizzati altrove, come un conflitto non provocato. E anche qualora si sostenesse il contrario, resterebbe comunque una palese violazione del diritto internazionale.
Diventa così evidente una contraddizione: la guerra contro l’Iran appare, secondo gli stessi criteri utilizzati altrove, come un conflitto non provocato. E anche qualora si sostenesse il contrario, resterebbe comunque una palese violazione del diritto internazionale.
Questo mette in luce un problema più generale: la selettività con cui vengono applicati principi morali e giuridici — i doppi standard. Non esiste una coerenza evidente nel modo in cui si giudicano attori e conflitti diversi. Se si invocano criteri etici universali, essi dovrebbero valere in modo simmetrico; altrimenti non si tratta di principi, ma di strumenti retorici.
Il nodo centrale, dunque, non riguarda soltanto i singoli conflitti, ma la credibilità stessa della narrazione che li accompagna. Quando il quadro interpretativo cambia a seconda dei casi, non siamo più di fronte a un’analisi, ma a una costruzione ideologica.
E qui emerge il punto cruciale: ogni costruzione ideologica richiede un minimo di coerenza per reggere nel tempo. Quando le contraddizioni diventano troppo evidenti, la narrazione perde forza e capacità di persuasione. Poiché la funzione della propaganda è quella di orientare e consolidare il consenso, il venir meno di questa coerenza non è un dettaglio secondario: è un problema politico. Senza un’adesione diffusa dell’opinione pubblica, anche le strategie più determinate perdono legittimità e sostenibilità.
