L’Italia del futuro prossimo
di Lucio Caracciolo - 13/02/2026

Fonte: La Repubblica
Il mondo volta pagina. Tempo di voltarla anche noi. Conviene smetterla di mentirci addosso. E confessarci per quel che siamo e potremmo diventare. La menzogna è l’illusione della sovranità. Persa nel 1943 e mai davvero recuperata. Maturata nella guerra fredda, mai davvero terminata. Per noi era meglio convivere nell’appartamento riservatoci dall’America nel suo impero europeo che azzardare neutralismi velleitari a rischio di scarrellare verso o sotto Mosca. La base della nostra costituzione materiale era e resta geopolitica. Fissata dal Trattato di pace del 1947, conseguenza della resa incondizionata spacciata per armistizio dell’8 settembre. Disastro accolto con segreta gioia. Finalmente potevamo appaltare a una potenza superiore, supposta benevola — a differenza del suo alleato inglese — la sovraintendenza di noi stessi, fieramente ingovernabili. Saremo ricordati nei secoli come il paese del vincolo esterno. Non subìto. Cercato. Dichiarazione di manifesta incapacità a reggere il nostro popolo, dopo aver preteso di reggere gli altrui. Se viltà, senso del ridicolo o entrambi decida il lettore. Ubi nihil vales, nihil velis, se non vali non volere dettavano gli occasionalisti. Molto di molto importante è da allora accaduto. Ma né il crollo del Muro di Berlino né il suicidio dell’Urss hanno rovesciato lo schema. È la confessione dell’America di non potere né volere più pagare il prezzo dell’egemonia globale a scatenare la rivoluzione in corso. Ne siamo obbligati a rivedere la nostra postura nella serra euroatlantica in subbuglio, lacerata da risse intestine che ne alzano la temperatura al limite della soffocazione. A meno di confessarci definitivamente incapaci di autogoverno, sopportando o addirittura agognando la morte della patria. L’alternativa è affermarci responsabili di noi stessi. Condizione della riconquista della democrazia, sovrana per autodefinizione, annunciata dall’articolo 1 della costituzione formale. Nostra bugia fondativa. Nel primo caso, non ci resta che pregare per la rapida guarigione dell’egemone. Nel secondo, ci tocca riscoprire la nazione. Non inventarla, perché contro la menzogna autoimposta l’Italia esiste. Con la sua storia, i suoi miti, le sue vergogne. Se non vogliamo finire stritolati dalla rivoluzione mondiale dobbiamo leggerla dal nostro punto di vista. Su tre scale: globale, regionale e nazionale. Scopriamo il nome segreto dell’Italia: Medioceania. Penisola adagiata lungo la linea che collega più direttamente l’America alla Cina, l’Emisfero Occidentale all’Oriente Estremo. Battezziamo Medioceano il tratto Gibilterra-Bab al-Mandab, minacciato dalle campagne della Guerra Grande, tra Mar Nero e Rosso, che ci apre al mondo. Il nostro vincolo oggi non è tanto l’America né la Germania vestita da Europa. È il mondo. E lo è perché siamo dove siamo. Al crocevia che lega America e Asia, Europa e Africa. Potenziali cogaranti di un decisivo passaggio oceanico, altro che guardiani di spiaggia. Medioceania si configura incrocio di tre T: maggiore fra Atlantico e Indo-Pacifico, a legare Nordamerica ed Estremo Oriente, Stati Uniti e Cina, centrata da noi sullo Stretto di Sicilia; intermedia, ossia eurafricana, fra Alpi e Libie; interna (t) fra Tirreno e Adriatico. Confortati dal parere dei grafologi, per cui barra alta sulla T indica forza di volontà e taglio alto della t esprime ambizione, disegniamo la cornice di un acquerello tutto da dipingere. La strategia italiana consiste quindi nell’elevare la geografia a geopolitica. Vasto ma non impossibile programma. Prevede di stabilire chi siamo, quindi chi vogliamo e possiamo diventare. Premessa e conclusione del percorso, dare corpo alla nostra anima. Stato alla nostra identità.

