L’Italia dimenticata: piccoli Comuni e piccole imprese. Il piccolo conta e per questo lo vogliono distruggere
di Patrizia Pisino e Francesca Picone - 09/03/2026

Fonte: Come Don Chisciotte
Quanti sono i piccoli paesi in Italia? Comuni dai mille ai tremila abitanti? Circa il 70% dei Comuni italiani, e circa il 17% della popolazione italiana li abitano – 1.
E quante le piccole imprese? Uno studio su campione dell’Istat rileva che più di tre quarti delle imprese italiane sono microimprese – 2.
Il piccolo conta, ma le “guide” di questo nostro Bel Paese, non ne tengono conto. Le progettazioni dei servizi e delle politiche di distribuzione tengono conto solo delle grandi imprese.
Da qui tanti disastri.
Non contano le piccole imprese nel calcolo di entrate e uscite della Centrale Idroelettrica di Presenzano (Caserta) per lo smistamento dell’energia lungo mezzo Stivale; le piccole imprese escluse dal conto sono tante e poi bisognerebbe mettere in conto quelle che si sono rese autonome col fotovoltaico, e così, o per aggiunta o per difetto i conti non tornano mai.
Da qui blackout a non finire.
Le piccole imprese non sono state messe nel conto neanche dalla Fornero, che nella trasmissione Presa Diretta dello scorso 22 febbraio, ammetteva di aver ricevuto dall’Inps conti errati in quanto del tutto carenti del conteggio delle piccole imprese. il suo golpe pensionistico lacrime e sangue del 2011 avrebbe interessato, dunque, molte, molte più persone di quanto preventivato.
La cosa strana è che questo si sa. In Italia l’economia derivante dalle piccole imprese è assolutamente rilevante. Ma non se ne tiene conto.
Come non si tiene conto del numero di residenti nei piccoli comuni. Quindi la politica dei trasporti è un disastro. È un disastro ogni scelta politica in tutti i settori. Di più: le analisi politiche sui risultati delle elezioni e sui trend non tengono conto del numero di votanti (o non votanti) dei piccoli Paesi, così che ogni analisi ne risulta cieca e sorda.
Le intenzioni di voto o non voto nei piccoli centri muovono da considerazioni e visioni cognitive diverse da quelle che muovono il voto nelle città.
Lo sguardo di un paesano di un piccolo paese di mille abitanti non è sempre lo stesso sguardo di un cittadino che ha intorno a sé un fiume di facce che non conosce.
Non solo quindi è rilevante rimettere nel conto il piccolo, ma è necessario recuperare una visione politica interessata anche alle sue qualità, al suo carattere.
Invece, di fatto, anche le diverse peculiarità che offrono i piccoli centri ancora abitati, sono spinte verso un’omologazione che è andata di pari passo con l’industrializzazione e il cosiddetto Progresso. Il pensiero unico della globalizzazione è arrivato a coprire anche le menti di questi piccoli centri. E se la faccenda omologazione interessa le città nel mondo globalizzato, nei piccoli Comuni questa omologazione è ancora più evidente dato che la diversità, quando trova il coraggio di esprimersi, spicca con maggiore stridore in un paese dove si conoscono tutti e il senso di appartenenza e di identità comune agisce in modo molto più stringente.
Bisogna tenere in considerazione che affrontare la questione dello spopolamento dei piccoli borghi senza tenere conto della ferita che l’Italia intera ha avuto nel corso della sua industrializzazione e del suo sviluppo economico è miope. I cosiddetti piccoli borghi non sono stati privati solo di residenti. Sono stati privati, prima ancora, del loro apporto culturale alla società intera che cresceva all’interno di una economia, che oggi non esiste più: antichi mulini, vecchie cartiere, vecchie miniere, artigianato, davano lavoro e vita a paesi interi. Sparivano al contempo tradizioni di comunità come quella di fare il pane al forno comune, per non dire quella di lavare i panni insieme che non è sempre scomparsa per via della nascita della lavatrice, ma a volte anche prima, per via dello sversamento di liquidi inquinati nei fiumi e nei torrenti.
Paesi inquinati e svuotati, non solo fisicamente, ma anche, possiamo dire, cognitivamente.
La mentalità obbediente alle logiche del successo e del Capitale, la conseguente superficialità, incapacità generale, ha contagiato anche i piccoli paesi. Non subito. A Letino, in cima al Matese, si rifugiarono i briganti, che altrove non trovarono accoglienza, per via di quel che si diceva di loro. Le voci giravano e i briganti facevano paura a tutti. Non agli abitanti di Letino. Non avevano la televisione, neanche in forma di pettegolezzo che viaggia sulle onde radio. Lassù in cima, una felice ignoranza dovette renderli liberi.
I piccoli paesi sanniti hanno una storia gloriosa. Gli unici ad aver dato filo da torcere a quegli antichi romani. Ma la storia dei Sanniti è stata quasi del tutto cancellata. Quasi. Nelle terre gli abitanti accorti ancora conservano oggetti trovati nel sottosuolo dell’antichità. E questa non è solo una ricchezza museale di cui non si tiene conto. Non si tiene conto del carattere che ogni piccolo paese per parte sua conserva nella sua storia, un carattere che, tuttavia, dal nuovo Progresso è stato cancellato, anche con l’obbedienza dei suoi abitanti.
Sarebbe ora che i piccoli paesi contassero, avessero una voce, e soprattutto che questa voce sia la loro, autentica, non quella adottata per imitazione anche venuta male. Se i piccoli paesi riprendessero l’orgoglio svenduto si sanerebbero anche quelle povertà relazionali di cui ciascuno è vittima e fautore al contempo.
Spariti i vecchi centri di aggregazione (la sede della DC e quella del PCI, i centri giovanili, il muretto, la piazza) oggi la relazione si gioca al bar.
Una relazione che non crea. Ma consuma. Intanto, molte scuole elementari restano vuote per mancanza di bambini. O per mancanza di professionalità e di istruzione vera delle maestre.
Associazioni e ProLoco si contendono i fondi. Ma nulla si crea. E tutto si distrugge. Crescono le contese fra le famiglie, che si alternano al potere negli uffici comunali e all’accesso ai lauti stipendi. Il tecnico del Comune invece è sempre lo stesso e l’abuso di potere è pane quotidiano.
Quanti sono i piccoli Paesi che vivono in queste condizioni?
Si parla di loro (vedi trend dell’albergo diffuso nei piccoli borghi, o case a 1 euro da ristrutturare solo per poter dare un residente e un pagatore di contributi a un comune quasi fantasma), ma non si parla con loro, o con la loro vera anima, o Genius Loci.
L’Italia dovrebbe e potrebbe risorgere cominciando a contarsi per bene. A riguardarsi. Dentro uno specchio limpido.
Chi sa, magari un giorno non solo i piccoli Comuni ma anche i piccoli partiti che oggi non fanno testo, messi insieme e ritrovata la loro autenticità come punto in comune, prenderanno le redini di questo Stivale.
Intanto, sorgono qua e là tentativi di valorizzazione di luoghi dimenticati dalla civiltà, come anche tentativi di formare rete fra le iniziative sociali tese a recuperare quella forza detta oggi “restanza”.
Andiamone ad incontrare uno da vicino: l’Amiata.
Coltivare comunità. L’Amiata tra declino, retorica del borgo e domande di ascolto.
L’Amiata: dalla centralità mineraria alla marginalità
“Capire il declino per progettare la rinascita”. È da questo assunto che dovrebbe partire ogni politica per le aree interne italiane. Si dovrebbe affrontare una più ampia e diffusa questione territoriale: quella che, soprattutto dal secondo dopoguerra, ha progressivamente separato città e campagne, pianure e montagne, coste ed entroterra – 3.
Il Monte Amiata rappresenta un caso emblematico di questa dinamica.
Per secoli l’area amiatina è stata un territorio vitale, strutturato da economie agro-silvo-pastorali, da una fitta rete di frazioni e da comunità coese.
I paesi dell’Amiata grossetana — Arcidosso, Castel del Piano, Santa Fiora, Seggiano, Castell’Azzara, Roccalbegna — e quelli dell’Amiata senese — Abbadia San Salvatore, Piancastagnaio, Castiglione d’Orcia — non erano nuclei isolati, ma parti di un sistema territoriale complesso, con frazioni produttive, boschi, campi, pievi e infrastrutture religiose che organizzavano lo spazio.
Nel Novecento, con lo sviluppo delle miniere di mercurio, questo sistema conobbe una fase di modernizzazione industriale. Centri come Abbadia San Salvatore vissero una forte espansione demografica. Anche il versante grossetano partecipò a questa stagione: la frazione di Selvena, nel comune di Castell’Azzara, rappresenta uno degli esempi più significativi di insediamento minerario.
Selvena non era un semplice borgo rurale: era un paese industriale, cresciuto attorno agli impianti estrattivi, con abitazioni operaie, servizi, infrastrutture. La miniera non garantiva soltanto salario: produceva identità collettiva, mutualismo, coesione sociale. Era una forma di pianificazione economica implicita.
La chiusura delle miniere negli anni Settanta segnò una cesura profonda. Il declino industriale si intrecciò con le dinamiche più generali di spopolamento delle aree interne italiane.
Comuni come Santa Fiora, Castel del Piano e Piancastagnaio persero popolazione, soprattutto giovane. L’emigrazione verso la costa grossetana, verso Siena o verso le aree urbane toscane ridusse la densità demografica, indebolì il tessuto economico, rarefò servizi e opportunità.
Lo spopolamento non lasciò un “vuoto”, ma produsse una trasformazione silenziosa: invecchiamento della popolazione, case chiuse per gran parte dell’anno, perdita di attività commerciali storiche, difficoltà nel mantenere scuole, presidi sanitari e trasporti; ossia, la cosidetta “alluvione demografica” evocata da Lucio Gambi.
«A questo inaridimento dei bacini montani fa riscontro un’alluvione demografica nelle pianure, che per un verso sta soffocando in un disordine edilizio e infrastrutturale senza precedenti i più bei paesaggi agrari della nazione, e per l’altro sta creando concentrazioni umane le cui esigenze di spazio e di servizi sono sempre più difficili da soddisfare».
Quella “storia in discesa” richiamata da Italo Calvino per descrivere l’abbandono delle terre alte.
«C’è stata una storia in salita, nel secolo scorso: quella dei contadini che cercavano di farsi i campi spietrando e terrazzando la montagna; e c’è una storia in discesa in questo secolo: la montagna che si spopola, i campi che si sfasciano, la vallaia che diventa periferia della città costiera, il tempo che prende un altro ritmo e un altro senso».
Eppure, l’Amiata non è un territorio privo di risorse: boschi estesi, acqua abbondante, qualità ambientale, patrimonio storico diffuso, tradizioni culturali: l’Amiata vive.
Il problema non è l’assenza di valore, ma la mancanza di una strategia capace di attivarlo senza snaturarlo.
Negli ultimi anni, accanto al declino, si è affermata la retorica del “borgo”, spesso legata a politiche di attrattività turistica. Anche in Toscana, come nel resto d’Italia, molti piccoli centri sono stati oggetto di interventi di recupero a fini turistici.
Località come Bagno Vignoni, con la sua celebre piazza d’acqua, o Rocca d’Orcia, sono diventate mete di un turismo colto e internazionale. Anche Monticchiello, grazie a una forte iniziativa comunitaria come il Teatro Povero, ha saputo coniugare identità e attrattività. E centri termali come San Casciano dei Bagni hanno visto una rinnovata centralità turistica.
Rocchette di Fazio è un esempio significativo: borgo medievale recuperato con grande attenzione estetica, meta di turismo lento e culturale. Analogamente Bagno Vignoni e Monticchiello mostrano come la valorizzazione del patrimonio possa generare attrattività.
Ma qui emerge la distinzione decisiva: un conto è restaurare un borgo come contenitore scenografico; altra cosa è rigenerare un paese come comunità vivente.
Il “borgo” è spesso ridotto al recupero delle facciate, ad un arredo urbano curato, a strutture ricettive di qualità, eventi culturali stagionali. Il borgo diventa solo un contenitore.
Il “paese”, invece, è si basa su una scuola aperta tutto l’anno, la bottega di prossimità, relazioni di vicinato, rapporti anche conflittuali , solidarietà, servizi garantiti. Il paese si basa sulla continuità e la relazione. Quando la rigenerazione si limita alla dimensione turistica, si rischia di produrre spazi perfetti ma intermittenti: vivi in estate, morti in inverno. Luoghi di consumo più che di appartenenza.
Ma mentre alcuni “borghi” si trasformano in scenari attrattivi, altre frazioni — come Montegiovi — vivono la fatica quotidiana di mantenere servizi e funzioni di base. Qui la questione non è l’estetica urbana, ma la continuità della vita comunitaria.
I pochi paesani che tenacemente restano cercano di mettere in atto iniziative per farsi ascoltare. – Video
Nell’estate del 2025, un piccolo centro dell’Amiata ha dato forma concreta a questa domanda di relazione e ascolto.
Da Montegiovi, frazione di Castel del Piano, sette abitanti sono partiti a piedi verso Roma.
Hanno percorso oltre 200 chilometri, accompagnati da due asinelli — Bianca e Rocco — che trasportavano la statua di Santa Caterina da Siena, compatrona d’Europa. L’obiettivo era chiedere un’udienza al Papa e sensibilizzare le autorità sul rischio di crollo della canonica del paese, edificio storico in stato di abbandono per il quale non erano arrivati aiuti istituzionali.
La statua, portata a spalla, era accompagnata da una borsa destinata a raccogliere lettere e richieste dei cittadini incontrati lungo il cammino.
Il pellegrinaggio è diventato così un gesto collettivo: non solo la difesa di un edificio, ma la richiesta di attenzione per un territorio che teme di essere dimenticato.
È stata una sorta di “Davide contro Golia” paesano. Un atto simbolico e concreto insieme: la lentezza dell’asino contro la distanza delle istituzioni; il cammino contro l’immobilità; la comunità contro l’abbandono.
Non si trattava di folklore. Si trattava di una domanda di diritti: preservare un patrimonio religioso e storico significa preservare un pezzo di identità comunitaria
Il nostro miracolo sarà il titolo del film su questa iniziativa: documenta la preparazione, il cammino, gli incontri lungo il percorso e le reazioni delle istituzioni, restituendo il ritmo lento e determinato dell’iniziativa.
Il rischio dell’eccellenza isolata
Anche le politiche nazionali, come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR Borghi), hanno puntato molto sull’“attrattività dei borghi”. Ma concentrare risorse su pochi progetti pilota non significa ridurre gli squilibri. Un borgo restaurato ma privo di servizi e comunità resta scenario turistico. La pianificazione deve invece integrare economia, socialità e funzioni: scuole, mobilità, sanità di prossimità, spazi di incontro.
Nel contesto amiatino la questione è strutturale: servizi sanitari di prossimità, trasporti efficienti, sostegno alle economie locali, equilibrio tra investimenti e spesa corrente, partecipazione reale delle comunità. Senza questo, anche il restauro più accurato rischia di diventare involucro.
Il Patrimonio come Progetto: Abitare la Montagna oltre lo Spopolamento
In questa prospettiva, la Convenzione di Faro (ratificata con la L. 133/2020) non è solo un atto legislativo, ma un manifesto per la rinascita montana. La sua forza risiede nel trasformare l’eredità culturale in un bene comune vivo e partecipato. La sua forza risiede nel superamento della visione del patrimonio come “monumento isolato” da contemplare, trasformandolo in un bene comune vivo e partecipato.
Alberto Magnaghi – 4, vede nella Convenzione lo strumento per attivare processi di autogoverno comunitario. Il patrimonio — saperi, paesaggi agrari, architetture — diventa così la base per una nuova economia locale fondata sulla cura e sulla riabitazione consapevole. Per il fondatore della scuola territorialista, lo spopolamento si combatte invertendo la “deterritorializzazione”.
Antonio De Rossi – 5, declina questi principi nelle alte quote, sottolineando che la rigenerazione non passa per grandi opere calate dall’alto, ma per la capacità di vecchi e nuovi abitanti di riconoscersi come comunità di eredità.
Il paesaggio montano smette di essere sfondo estetico per tornare a essere spazio di vita, lavoro e innovazione sociale.
Insieme, questi approcci suggeriscono che per contrastare lo spopolamento occorra passare dalla semplice “protezione” alla produzione di nuovo territorio, dove il patrimonio è il legame identitario che restituisce dignità al vivere in quota.
La Lezione di Montegiovi
Il pellegrinaggio partito da Montegiovi ne è la prova tangibile: la rinascita delle aree interne non si esaurisce nei finanziamenti o nel marketing territoriale, ma si alimenta della riattivazione di legami e della difesa condivisa del patrimonio.
Coltivare comunità significa riconoscere che il territorio non è soltanto uno spazio da valorizzare, ma una relazione da custodire e ricostruire. Solo così la strada perduta delle aree interne potrà tornare a essere una strada di futuro.
Come ricordano studiosi come Alberto Magnaghi e Antonio De Rossi, il territorio è un organismo vivente, non una cartolina. E come scriveva Cesare Pavese “Un paese ci vuole”.
Di Patrizia Pisino e Francesca Picone per ComeDonChisciotte.org
09.03.2026
FONTI
Su Alberto Magnaghi e il Progetto di Territorio:
Magnaghi, A. (2020). Il principio territoriale. Bollati Boringhieri, Torino. (Opera fondamentale per comprendere il concetto di “ritorno al territorio” e il patrimonio come bene comune).
Magnaghi, A. (2012). Il progetto territoriale. La sapienza dei luoghi. Franco Angeli, Milano.
Magnaghi, A. (a cura di) (2014). La partecipazione progettuale. Le comunità del patrimonio per l’autogoverno locale. Altralinea, Firenze. (Testo che anticipa e analizza i temi della Convenzione di Faro).
Su Antonio De Rossi e la Nuova Montagna:
De Rossi, A. (2018). La costruzione delle Alpi. Immagini e scenari del moderno. Donzelli, Roma. (Un’analisi su come l’architettura e la cultura hanno plasmato il paesaggio montano).
De Rossi, A. (a cura di) (2016). Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste. Donzelli, Roma. (Saggio cardine per il tema dello spopolamento e delle strategie di ritorno).
De Rossi, A. & Masini, L. (2022). La montagna che rinasce. Nuovi abitanti e forme del vivere. In: “Rapporto sulla montagna”, varie edizioni.
Sulla Convenzione di Faro e Normativa:
Consiglio d’Europa (2005). Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società (Convenzione di Faro). Faro, 27 ottobre 2005.
Legge 1 ottobre 2020, n. 133. Ratifica ed esecuzione della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
Pavese, C. (1950). La luna e i falò. Einaudi, Torino. (Contiene la celebre riflessione “Un paese ci vuole…”).
Italo Calvino Il sentiero dei nidi di ragno (contiene la frase “storia in discesa” nella Prefazione del 1964 al suo primo romanzo),
Lucio Gambi, I valori storici dei quadri ambientali, in Storia d’Italia, Vol. I: I caratteri originali, a cura di R. Romano e C. Vivanti, Einaudi, Torino 1972, p. 71.

