L'Italia ha sede a Washington
di Gianni Petrosillo - 19/02/2026

Fonte: Gianni Petrosillo
Ogni serio discorso sulla politica estera dell’Italia dovrebbe cominciare con una sincera ammissione. L’Italia, sconfitta nella Seconda guerra mondiale dalle forze alleate, in pratica dagli statunitensi, non ha più una piena e libera sovranità, e questo ce lo ricordano le numerose basi americane e della NATO sparse sul nostro territorio. Queste basi non stanno lì a proteggerci da fantomatici nemici, i servi non hanno nemici, ma a tutela dell’ordine internazionale americano o, eventualmente, a ricordarci chi comanda davvero. Anche se qualcuno avverte un sincero affratellamento verso l’America, dopo tanti anni di condizionamento culturale, la sostanza non cambia di un millimetro.
Solo un osservatore onesto, che non fosse un politico farabutto dei nostri tempi, più o meno corrotto o in attesa di esserlo dagli statunitensi o dai loro addentellati variamente nominati, anche quando si chiamano europei o europeisti, per garantirsi una scintillante carriera parlamentare o un posto in qualche mirabile organismo dove si scalda la poltrona incassando fior di quattrini, potrebbe eludere questo punto che è l’unico vero argomento, soprattutto in fasi storiche di ribollimento che generano qualche preoccupazione nel nostro dominatore.
Si dirà che c’è stato un tempo, anche relativamente recente, in cui l’Italia ha potuto proiettarsi verso l'Est, l’Africa, il mondo arabo o quello persiano con un’azione strategica abbastanza autonoma. È vero, ma solo fino a un certo punto e con limiti ben precisi. L’Italia di allora, con una classe politica di tutt’altra tempra uscita dalla guerra, seppe sfruttare le pieghe della geopolitica dei blocchi contrapposti, muovendosi in quella terra di nessuno, in quei pochi spazi dove Stati Uniti e Urss non si spingevano per non entrare direttamente in contatto, preferendo confrontarsi per interposte nazioni o lasciando che se ne occupassero altri, intervenendo solo quando strettamente necessario.
Questo consentì anche al nostro Paese di ritagliarsi una minima area di interesse attraverso cooperazione e scambio. Con l'attenzione dei nostri servizii, pochi soldati e molto commercio ci siamo ricavati, se non un posto al sole, almeno qualche oasi in cui la nostra presenza risultava persino gradita, più di quella degli elefanti mondiali predominanti in quel momento.
Poi l’Urss è implosa e gli americani non hanno più lasciato quei margini, ma solo spazi sempre più ridotti, che ci hanno estromesso anche da situazioni che in un’altra epoca avevamo saputo sfruttare con abilità. Persino quella classe governante che aveva saputo muoversi in quella configurazione sistemica è stata fatta fuori, con le buone o con le cattive, per consegnarci agli attuali incapaci di alzare il capo e pronti solo ad allungare la lingua.
Oggi siamo ridotti alla suola dello stivale e riusciamo a vedere il mondo muovendoci rasoterra, strisciando le scarpe, consumandoci in passi a vuoto. L’Italia non ha più nemmeno una politica estera degna di questo nome, né le sue tradizionali sponde oltremare.
Quando un politico inizia un discorso evocando il pericoloso russo, sappiamo di avere di fronte un piccolo volatile sgraziato che gioca a fare l’aquila politica, ma resta una gallina. Tutti i Paesi politicamente insignificanti, inseriti in una sfera egemonica ben precisa e con una posizione geografica se non strategica almeno rilevante, sono attraversati dai venti stranieri, diventano crocevia di incontri e scontri di apparati di intelligence, ma restano pesi piuma internazionali. E qui tornano le galline starnazzanti di cui dicevo che vedono russi e cinesi come un pericolo costante, mentre in realtà a parlare è la loro malafede unità alla subordinazione al vero padrone, che definiscono persino alleato o amico perché altrimenti non saprebbero come giustificarsi.
Devo dunque dare ragione ad Alessandro Orsini che ieri su Il Fatto Quotidiano scriveva' “Uno Stato satellite si definisce come uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. Sotto il profilo formale la Repubblica italiana è libera e indipendente. Sotto il profilo sostanziale è controllata dalla Casa Bianca”. Ergo, i nostri sedicenti governanti “non possono prendere nessuna decisione invisa alla Casa Bianca” ed “ecco perché l’Italia ha assoluto bisogno di un sistema dell’informazione sulla politica internazionale stracorrotto”.
Altrimenti, come potrebbero convincere gli italiani che, da quando governa il centrodestra, l’Italia è tornata protagonista sulla scena mondiale? La prossima volta ci diranno che col centrosinistra saremo ancora più protagonisti, sempre che tutti facciano come dice l’America, altrimenti si va a casa o si fa la fine di Mattei o di Moro. Questo è lo schema a cui siamo sottoposti e ce lo ripetono così tante volte che Goebbels scansati. Con una differenza, Goebbels non prendeva ordini da nessun Paese straniero. Noi invece, appena calpestiamo i piedi a qualcuno di più grosso, veniamo risospinti a cuccia, e questo non cambia qualunque sia il governo in Italia.
Certamente, in generale, gli affari esterni, come diceva Bernard Mandeville, devono essere condotti con prudenza, il ministero di ogni nazione deve disporre di un buon numero di spie e di informatori all’estero ed essere a conoscenza degli atti pubblici di tutti i Paesi che, per vicinanza, forza o interessi, possono arrecare vantaggio o danno, per poter prendere le misure necessarie, ostacolando alcuni e favorendo altri secondo che la politica o l’equilibrio delle forze richiedono, queste sono le arti che conducono alla grandezza terrena.
Se invece noi ci siamo rimpiccioliti da tempo, occorre che ci domandiamo perché e per chi. Se appena ci muoviamo ci fanno secchi, vuol dire che il nostro problema non sono i russi, che finora si erano dimostrati, almeno sul piano economico, un vantaggio. Da quando abbiamo rotto con loro, nemmeno quella dimensione va più come dovrebbe. Mentre ai cinesi non gli abbiamo dato nemmeno il tempo di provarci che abbiamo rinnegato gli accordi siglati. Come si dice in questi casi dagli amici mi guardi Dio perché non me ne so guardare io.

