L'Odissea dell'intrattenimento
di Matteo Luca Andriola - 12/07/2026

Fonte: Matteo Luca Andriola
Il problema secondo me, parlando di "The Odyssey" di Christopher Nolan, non è che un regista debba fare una copia filologica del passato. Il cinema è sempre interpretazione: il film di Mario Camerini del 1954 con Kirk Douglas, Silvana Mangano ed Anthony Queen o lo sceneggiato RAI del 1968 con Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas nel ruolo di Penelope, oggi probabilmente non sarebbero più proponibili così come sono, perché appartengono a un'altra epoca, a un altro linguaggio cinematografico e anche, soprattutto, a un'altra sensibilità culturale. Nessuno pretende che un adattamento moderno dell'Odissea debba sembrare un documentario archeologico.
Però c'è una differenza tra reinterpretare un'opera e modificare arbitrariamente l'identità storica e culturale dei personaggi. L'Odissea nasce in un mondo preciso: quello greco miceneo e arcaico, con una determinata ambientazione geografica, religiosa e antropologica. Un conto è attualizzare temi universali come il viaggio, la nostalgia, la guerra, il rapporto tra uomo e destino; un altro è sostituire elementi caratterizzanti del mondo rappresentato per aderire a criteri contemporanei di rappresentazione.
È lo stesso dibattito che si è visto con la Cleopatra di Netflix: il problema sollevato da molti storici non era che un'attrice nera non potesse interpretare un personaggio importante, ma che Cleopatra appartenesse a una dinastia tolemaica di origine macedone-greca e che una docuserie presentata come divulgazione storica dovrebbe tenere conto delle conoscenze disponibili. La libertà artistica è una cosa, la ricostruzione storica un'altra.
Lo stesso discorso vale per altri casi recenti di cinema e serie TV dove personaggi storici o immaginari sono stati modificati profondamente per ragioni di rappresentazione contemporanea. Il rischio è che si applichi un doppio criterio: quando un personaggio asiatico, africano o mediorientale viene interpretato da un attore europeo si parla giustamente di whitewashing, mentre quando avviene il contrario spesso viene definito automaticamente inclusione. In realtà, se si ragiona in termini di rispetto delle culture e delle ambientazioni, il principio dovrebbe essere lo stesso in entrambi i casi.
È double standard dettato, dal mio punto di vista, da un forte senso di colpa indotto verso il nostro passato colonialista. Il cosiddetto woke nasce da lì, dagli studi post-coloniali nelle università americane. E ci sta storicizzare quella fase storica, evidenziando i punti negativi, ma non deve far vivere l'occidente col perenne senso di colpa per errori dei suoi antenati.
Per capire il problema basta fare un esperimento mentale al contrario. Immaginiamo una grande produzione giapponese sui miti cosmogonici del Giappone antico — la nascita delle isole narrata nel Kojiki, il ruolo di Izanagi e Izanami, la dea solare Amaterasu, la discendenza divina dell'imperatore secondo la tradizione shintōista — interpretata però da attori caucasici, sudamericani o afroamericani: difficilmente verrebbe accolta come una semplice "scelta inclusiva", ma probabilmente come una perdita di coerenza culturale e una mancanza di rispetto verso quella tradizione. Lo stesso varrebbe per una serie dedicata ai grandi cicli mitologici africani: i miti yoruba di Odùduwà e Obatala sulla creazione del mondo, la figura di Nyame nella cosmologia akan, il dio creatore Mawu-Lisa nelle tradizioni fon e ewe, oppure il mito bantu di Bumba, il creatore primordiale. Se una produzione occidentale raccontasse queste tradizioni sostituendo sistematicamente i popoli che le hanno generate con attori estranei a quel contesto, molti lo considererebbero una forma di appropriazione o cancellazione culturale. Il principio dovrebbe essere lo stesso anche quando si raccontano le civiltà europee antiche: non perché esista un'idea di "purezza etnica", ma perché le culture hanno contesti storici, geografici e simbolici specifici che meritano di essere rappresentati con coerenza.
Quindi la critica non è "non si possono scegliere attori di certe origini", ma: se stai raccontando una civiltà storicamente identificabile, perché non cercare una rappresentazione coerente con quella civiltà? Un'Odissea ambientata nell'Egeo dell'età del Bronzo dovrebbe avere un aspetto compatibile con quel mondo, così come un film sul Giappone feudale, sull'India antica o sulla Cina imperiale difficilmente verrebbe considerato credibile se cancellasse completamente il contesto etnico e culturale originario.
E controbattere con frasi, lette sui social, tipo "Eh vabbè, l'Iliade e l'Odissea sono opere di finzione. Elena di Troia mica è esistita, così come Achille", indica una profonda ignoranza, che nasce dal confondere fantasy e mitologia...
Il mito nasce come racconto sacro e fondativo per spiegare il mondo, radicato nelle tradizioni di un popolo, mentre il fantasy è un'opera di finzione moderna concepita solo per intrattenere.
Alla fine la questione per me non è il colore della pelle degli attori in sé, ma il rapporto tra libertà artistica, coerenza narrativa e rispetto della storia. Il cinema può e deve assolutamente reinterpretare il passato, ci mancherebbe, ma quando lo fa dovrebbe essere chiaro se sta creando una versione alternativa oppure se pretende di raccontare quel passato.
