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La guerra porta male

di Marcello Veneziani - 08/06/2026

La guerra porta male

Fonte: Marcello Veneziani

 La guerra porta male, soprattutto a chi la scatena. La guerra porta male non è una banalissima petizione di principio, ad alto valore morale ma a bassa incidenza reale, come dire che è un evento funesto, sparge vittime e dunque nuoce all’umanità. La guerra porta male non è nemmeno un mantra superstizioso, nel senso che porta iella, come vuole il nesso tra iattura e iettatura. La guerra porta male è oggi una precisa considerazione nata dall’osservazione della realtà e degli ultimi conflitti ancora aperti, a Est, in Medio Oriente, e un po’ ovunque. La novità non è assoluta perché ci sono molti precedenti storici che lo insegnano, ma è comunque un esito finora non valutato nei conflitti in corso: la guerra porta male soprattutto alle potenze, ai soggetti più forti che s’imbarcano nel conflitto. Prendete gli Stati Uniti e la Russia, e poi Israele e perfino l’Europa e vi accorgete di una cosa: indipendentemente se ciascuno avesse ragione o torto, se la loro guerra avesse motivazioni migliori rispetto ai paesi con cui sono entrati in conflitto, ma la situazione attuale è la seguente: la Russia di Putin ha avuto finora più danni che vantaggi dal conflitto in Ucraina, ha raccolto più vittime che territori, ha suscitato più inimicizie nel mondo e più conseguenze letali alla propria economia che riconoscimenti di ruolo e di status mondiale.

Non ho mai pensato che quella russa fosse un’aggressione immotivata e a freddo nei confronti dell’Ucraina, ho anzi da subito riconosciuto che c’erano torti e ragioni pregresse e non considerate, da parte dell’Ucraina e dell’Occidente, ferite storiche precedenti e serie minacce future che hanno spinto la Russia a invadere l’Ucraina. Però, indipendentemente dalle cause e dalle ragioni che hanno spinto Putin all’impresa, resta oggettivo che la Russia da questo conflitto ci sta solo perdendo, o quantomeno quel che guadagna non vale quel che perde, sacrifica o mette in gioco. Probabilmente Putin ha perso il kairos, il momento propizio in cui accettare la pace: fu subito dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, quando era relativamente vincente in Ucraina e aveva una sponda occidentale a lui non ostile. Avrebbe potuto negoziare la pace in una condizione di forza; ma ha voluto spingersi ancora più avanti, ottenere di più e si è incartato. Ora la situazione è stata rimessa su un piano di parità o comunque di minore squilibrio in suo favore. E con un maggiore isolamento internazionale e una maggiore debolezza e dipendenza anche nei confronti della Cina.

Ma nello stesso impasse è Trump con la sua guerra all’Iran, che è stata obiettivamente un errore. Anche in questo caso lascio da parte le motivazioni addotte, reali o fittizie, o le ragioni inconfessate che ne stavano sotto, le pressioni e i ricatti subiti da Trump. Mi limito a considerare con assoluto realismo gli effetti. Non ha piegato l’Iran, non ha risolto la situazione in poco tempo, il favore fatto a Israele si è ritorto contro di lui, al punto che si profila l’ipotesi che Trump voglia scaricare sulla follia aggressiva di Netanyahu la responsabilità del conflitto o quantomeno del suo perdurare e allargarsi al Libano. Ma quella situazione lo sta logorando, indebolisce gli Usa, li espone sul piano internazionale, li isola anche dal resto dell’Occidente e mette in grave difficoltà interna l’Amministrazione Trump. Ha creato una crisi, soprattutto energetica, a livello internazionale.

Tutti gli atteggiamenti aggressivi, minacciosi, “imperialistici” di Trump che aveva vinto le elezioni proprio perché si mostrava al contrario propenso a non caricare sugli Stati Uniti ll compito di gendarme del mondo e interventista “umanitario” su tutti i fronti, stanno indebolendo la sua leadership e isolandola dal resto del mondo.

Anche Israele che appariva come “l’utilizzatore finale” di questo scenario di guerra in Medio Oriente, rischia di ritrovarsi ancora più isolato e odiato nel mondo per il suo bellicismo permanente, le sopraffazioni dei suoi coloni, le sue violazioni di ogni tregua e ogni negoziato, la pretesa di Netanyau di mantenere il potere e l’impunità internazionale mantenendo in tensione permanente tutta l’area circostante e di riflesso tutto il mondo. Insieme agli Usa rischiano di innescare e moltiplicare la minaccia di terrorismo islamico in Occidente.

E per finire anche l’Europa che si sta svenando per sostenere Zelenskij e per riarmarsi in funzione antirussa, leggendo con rovinoso masochismo il conflitto russo-ucraino come una guerra di Putin contro l’Unione Europea, si trova oggi in grande difficoltà, non riesce a uscire da questo pantano, e recita un ruolo grottesco e improprio, per un soggetto internazionale che vantava come suo primo, e forse unico merito, i suoi ottant’anni di pace interna, che rischiano di essere lacerati da questi scenari di guerra e da questa sconsiderata corsa alle armi. E la rottura russo-tedesca, unita al riarmo tedesco, è un segnale inquietante per l’Europa e per il mondo.

Quali sono, invece, le potenze che oggi hanno acquisito maggiore forza e credibilità internazionale? Proprio quelle che si sono tenute lontane dalla guerra, almeno finora. Nonostante il loro impianto di autocrazie se non dittature. A partire dalla Cina, che resta vigile, silente e sorniona con XiJinping, e si muove con saggezza; e anche verso Taiwan procede con i piedi di piombo. Ma pure la Turchia di Erdogan è oggi un grande fattore di equilibrio e di mediazione internazionale. E poi l’India e le altre potenze che si tengono lontane dalle zone calde del conflitto (anche se poi ai loro confini devono vedersela col Pakistan).

Quale lezione trarre da questo scenario? Per una volta possiamo dire che la realtà è migliore delle intenzioni dei suoi protagonisti; e ci porta a concludere che la guerra oggi porti male a chi la usa come strumento di dominio, affermazione di ruolo o risoluzione delle vertenze internazionali. I danni che procura superano i vantaggi, La guerra non conviene. E non sono solo i virtuosi, inascoltati, sermoni dei profeti disarmati, come il Papa, a dire che la guerra è male, ma è proprio l’osservazione realistica del mondo e dei rapporti di forze. Aggiungo che per una legge naturale di polarizzazione, accade sempre più spesso che il confliggente minore – non dirò nemmeno il Paese aggredito, diciamo il paese più piccolo – trovi alleanze e sostegni nel resto del mondo per bilanciare il conflitto; e non per ragioni umanitarie ma per lo stesso realismo geopolitico di prima. Accade in Ucraina, accade in Iran e forse in Libano, accade ovunque. C’è una tendenza multilaterale che scaturisce dai fatti e dagli assetti prima che dai disegni dei potenti della Terra. E un’ulteriore follia per gli States sarebbe imbarcarsi nell’impresa di occupare Cuba, dopo averla ridotta alla fame con le sanzioni e i boicottaggi, e non solo a causa di un regime fallimentare.

Insomma, per una volta, c’è una nota confortevole di fiducia che proviene dalla nuda realtà: alla fine chi usa la forza non vince, o vince male, se non addirittura alla lunga è perdente. E comunque paga costi esorbitanti per aver voluto risolvere i problemi a suon di bombe e cannoni. Più della guerra e del riarmo, conviene a tutti, anche alle potenze più forti, scegliere la via del negoziato e della pace. La guerra conviene solo all’industria bellica e ai suoi attori di scena. Non c’è bisogno di essere pacifisti o disfattisti per dirlo, basta essere realisti. Si vis pacem, para pacem. Siamo felici di concludere che a conti fatti, la pace conviene. Pace è bene, con l’accento sulla e.