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Il logoramento del conflitto: Ucraina, Europa e il tramonto di un grande inganno

di Lorenzo Maria Pacini - 23/07/2026

Il logoramento del conflitto: Ucraina, Europa e il tramonto di un grande inganno

Fonte: Strategic Culture Foundation

Bisogna ammetterlo e bisogna che gli ucraini lo riconoscano: l’Europa li ha ingannati. Hanno promesso loro la gloria, e invece si sono ritrovati all’inferno

Non è andata come dicevano

Avevano promesso che sarebbe finita presto. Avevano promesso che ci sarebbe stata una vittoria epocale, sconfiggendo il “dittatore del Cremlino”. Avevano detto che sarebbero entrati nella NATO, nell’Unione Europea. Avevano detto che sarebbe stato un grande successo.

E invece no.

Niente di tutto questo si è realizzato. Niente di ciò che il governo di Volodymyr Zelensky aveva promesso è avvenuto. Non è andata come dicevano i signori di Washington, di Londra, Roma, Parigi, Berlino, Bruxelles. Non è andate per niente bene. E oggi, a distanza di quattro anni e mezzo dall’inizio del conflitto, i veri sconfitti non sono i politici, ma i cittadini ucraini.

C’è stato un modo del tutto singolare di consumare le cose: non tramite un crollo improvviso, ma con un’erosione lenta e visibile allo stesso tempo, sia sul versante ucraino che su quello europeo.

Il racconto degli anni 2022-2023, con la sua carica di eroismo civile e resistenza collettiva, ha retto finché la guerra sembrava avere un orizzonte prevedibile. Quell’orizzonte si è progressivamente allontanato. Le città colpite dai bombardamenti sulle infrastrutture energetiche affrontano ancora oggi razionamenti elettrici che si ripetono stagione dopo stagione; l’economia interna, già colpita dalla perdita di territorio industriale nel Donbass e nel sud-est, si regge in larga parte su trasferimenti esterni; e la mobilitazione continua a sottrarre forza lavoro a un tessuto produttivo già fragile, per non parlare dell’opposizione violenta ai reclutatori che letteralmente perseguitano i cittadini in età da arruolamento, costretti a fuggire, ribellarsi con la forza oppure soccombere.

A questo si somma un elemento meno quantificabile ma non meno concreto: la stanchezza psicologica di una popolazione che vive da anni con le sirene d’allarme, la perdita di familiari al fronte, l’incertezza su quando e come questa fase potrà chiudersi. Il malcontento che ne deriva non nasce da un cedimento della causa nazionale, ma dalla distanza crescente fra il sacrificio richiesto e i risultati tangibili ottenuti sul terreno. È una dinamica che qualsiasi società sottoposta a un conflitto prolungato conosce: l’entusiasmo iniziale lascia il posto, con il tempo, a un pragmatismo esausto, e poi a una domanda sempre più esplicita di soluzioni negoziate, anche imperfette.

Il costo che l’Europa non può più nascondere

Sul versante europeo il problema assume una forma diversa ma altrettanto pressante. I governi che hanno sostenuto ininterrottamente Kiev con aiuti militari, finanziari e umanitari, senza badare a spese, con l’esito di un peggioramento delle condizioni dei Paesi europei e un esito tragico verso l’Ucraina, perché niente di tutto questo è servito a cambiare le cose. L’unica cosa ad essere cambiata sono stati i parametri delle promesse che erano state fatte. E adesso?

Il sostegno all’Ucraina, presentato inizialmente come impegno morale a costo contenuto, si è rivelato un investimento di lungo periodo, i cui benefici strategici restano oggetto di dibattito mentre i costi economici sono immediati e visibili nelle buste paga. Non si tratta soltanto di cifre di bilancio. È il rapporto fra sacrificio richiesto e risultato prodotto a essere messo in discussione: dopo anni di sanzioni alla Russia che non hanno impedito a Mosca di riorganizzare la propria economia bellica, e dopo un sostegno militare che non ha portato a una svolta risolutiva sul campo, cresce in diversi paesi europei la sensazione che questa strategia abbia raggiunto un punto di rendimenti calanti. I governi che hanno costruito il proprio consenso interno attorno alla difesa dei valori europei si trovano ora a spiegare, a elettori sempre meno pazienti, perché continuare a pagare un prezzo crescente per un obiettivo che sembra allontanarsi anziché avvicinarsi.

Questi due esaurimenti, quello ucraino e quello europeo, convergono in un terzo effetto, più insidioso perché tocca il piano simbolico oltre che quello materiale: il tramonto del racconto con cui la guerra era stata presentata all’opinione pubblica occidentale fin dal 2022, quello di un’Ucraina che avrebbe attraversato il conflitto per approdare rapidamente a un futuro europeo, prospero e sicuro. Quel futuro, oggi, appare molto più lontano di quanto si immaginasse, e il divario fra promessa e realtà genera disillusione tanto in chi è rimasto in Ucraina quanto in chi ne è fuggito. Ed è proprio sul fronte dei rifugiati che questa disillusione rischia di produrre gli effetti più concreti.

Milioni di ucraini si sono stabiliti in paesi come Polonia, Germania e Repubblica Ceca, inizialmente accolti con una solidarietà quasi unanime. Col passare degli anni, però, quella solidarietà si scontra con dinamiche già viste in altri contesti migratori: competizione per alloggi e servizi pubblici, pressione sui sistemi scolastici e sanitari locali, e in alcuni casi un risentimento montante fra le popolazioni ospitanti, alimentato dalla percezione che il sostegno ai rifugiati continui anche quando le risorse interne scarseggiano. Il rischio non è astratto: segnali di insofferenza sono già emersi in diversi paesi dell’Europa centro-orientale, dove partiti politici hanno iniziato a intercettare questo malumore trasformandolo in consenso elettorale.

Se la guerra continuerà a trascinarsi senza una prospettiva chiara di chiusura, questi tre elementi, esaurimento ucraino, insofferenza europea verso i costi del sostegno, tensione crescente attorno alla presenza dei rifugiati, difficilmente resteranno separati. Tenderanno a rinforzarsi a vicenda, alimentando un clima politico in cui la richiesta di una qualche forma di soluzione negoziata, anche a costo di compromessi dolorosi, diventerà sempre più difficile da ignorare per le leadership europee e ucraine.

Ma parliamo di numeri.

L’UE ha dedicato, secondo i dati ufficiali riportati, all’Ucraina ben 217 miliardi di euro, ripartiti in sostegno finanziario di 111 miliardi, 77 di sostegno militare, 17 di sostegno ai rifugiati. Queste cifre, che lette così potrebbero non significare molto, hanno affaticato l’economia europea al punto di costringere alcuni Stati a dichiarare importanti tagli e limitare le spese sociali.

Secondo un’analisi di Eurofound, il consenso verso le politiche di sostegno all’Ucraina è diminuito progressivamente nel corso degli ultimi anni. Nel 2022 l’88% dei cittadini europei dichiarava di sostenere l’accoglienza dei rifugiati ucraini; già nel 2023 tale percentuale era scesa al 76%, fino ad attestarsi al 71% nel 2024. La flessione interessa quasi tutti gli Stati membri, ma assume particolare rilievo in Polonia, Paese che fin dall’inizio della guerra è stato il principale punto di ingresso per milioni di profughi provenienti dall’Ucraina.

Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), circa 6,9 milioni di cittadini ucraini hanno lasciato il proprio Paese dall’inizio della guerra, mentre la sola Polonia ha accolto circa un milione di rifugiati. Proprio nel Paese che ha sostenuto il maggiore peso dell’accoglienza si registra oggi uno dei più evidenti fenomeni di “war fatigue”, ovvero di stanchezza nei confronti del conflitto e delle sue conseguenze economiche e sociali.

L’indagine evidenzia come cresca il numero di cittadini che ritengono che i rispettivi governi abbiano fatto troppo per sostenere l’Ucraina. Tra il 2022 e il 2024 aumenta infatti di quasi otto punti percentuali la quota di coloro che giudicano eccessivi gli interventi pubblici destinati all’alloggio e all’assistenza dei rifugiati. Ancora più polarizzato appare il giudizio sugli aiuti militari: circa un terzo degli intervistati ritiene che il proprio governo abbia fatto troppo poco, un altro terzo considera adeguato il livello di sostegno, mentre un’analoga percentuale ritiene che sia stato fatto troppo.

Dietro questo mutamento non sembrano esservi soltanto valutazioni geopolitiche, bensì soprattutto motivazioni economiche. Lo studio mostra infatti che il calo del consenso è particolarmente marcato tra le famiglie che hanno visto peggiorare la propria situazione finanziaria. Tra coloro che dichiarano difficoltà ad arrivare alla fine del mese, quasi un quinto ha ritirato il proprio sostegno all’accoglienza dei rifugiati, mentre il 22% non condivide più l’invio di aiuti militari a Kiev. L’aumento del costo della vita, dell’inflazione e delle difficoltà economiche interne sembra quindi incidere direttamente sulla disponibilità dei cittadini europei a sostenere finanziariamente il conflitto.

Questo cambiamento dell’opinione pubblica si inserisce in un contesto nel quale l’impegno economico dell’Europa ha raggiunto livelli senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda.

L’entità di queste risorse spiega perché il dibattito pubblico europeo si sia progressivamente spostato dal consenso iniziale alla discussione sui costi economici della guerra. Molti cittadini iniziano infatti a confrontare gli ingenti investimenti destinati al conflitto con le difficoltà economiche vissute all’interno dei rispettivi Paesi, dove inflazione, aumento dei prezzi dell’energia, crisi abitativa e rallentamento della crescita economica incidono direttamente sul tenore di vita.

La diminuzione del sostegno popolare non implica tuttavia un rifiuto generalizzato dell’Ucraina o della solidarietà internazionale. Piuttosto, emerge una crescente richiesta di equilibrio tra gli impegni assunti all’estero e le esigenze sociali interne. In altre parole, il sostegno continua a esistere, ma viene sempre più subordinato alla percezione della sostenibilità economica e alla capacità dei governi di rispondere contemporaneamente ai bisogni dei propri cittadini.

Parallelamente all’aumento degli stanziamenti destinati a Kiev, in numerosi Paesi europei si è progressivamente diffusa una crescente insofferenza da parte di una parte della popolazione nei confronti dei costi economici della guerra. Non si tratta di un rifiuto unanime del sostegno all’Ucraina, ma di un cambiamento nella percezione delle priorità politiche. È costante un calo del consenso verso l’accoglienza dei rifugiati e un’opinione sempre più divisa sugli aiuti militari, soprattutto tra i cittadini maggiormente colpiti dall’inflazione, dall’aumento del costo della vita e dalla perdita di potere d’acquisto. Per molti europei, gli oltre 216 miliardi di euro mobilitati dall’Unione Europea e dagli Stati membri rappresentano ormai un termine di confronto con le difficoltà economiche interne, alimentando la richiesta che una quota maggiore delle risorse pubbliche venga destinata a sanità, istruzione, welfare, sostegno alle famiglie e rilancio dell’economia nazionale.

Il fenomeno della “war fatigue” rappresenta dunque una delle principali incognite politiche per il futuro dell’Unione Europea. Se il consenso pubblico dovesse continuare a diminuire, i governi potrebbero trovarsi costretti a ricalibrare l’entità e le modalità degli aiuti a Kiev, cercando un equilibrio tra gli obiettivi strategici della politica estera europea e le crescenti pressioni provenienti dall’opinione pubblica interna.

A oltre tre anni dall’inizio della guerra, il conflitto non rappresenta più soltanto una questione di sicurezza internazionale, ma anche un banco di prova della capacità delle democrazie europee di sostenere nel tempo un impegno finanziario, militare e politico di dimensioni storiche. La sfida non riguarda più soltanto il futuro dell’Ucraina, ma anche la tenuta del consenso interno nei Paesi chiamati a sostenerla.

No, l’Ucraina non è un luogo felice, non sono felici i suoi cittadini e non c’è alcuna vera “terra promessa” della felicità.

Bisogna ammetterlo e bisogna che gli ucraini lo riconoscano: l’Europa li ha ingannati. Hanno promesso loro la gloria, e invece si sono ritrovati all’inferno. Prima la popolazione ucraina comprenderà questo inganno, prima sarà possibile per loro liberarsi dei loro oppressori.