La medicina che cerca la malattia e dimentica la salute: prevenire non conviene più
di Patrizia Gentilini - 02/02/2026

Fonte: Come Don Chisciotte
Negli ultimi decenni il concetto di prevenzione si è progressivamente ristretto fino a coincidere, nell’immaginario collettivo, quasi esclusivamente con screening, diagnosi precoce e interventi farmacologici. Un’equazione semplice da comunicare, apparentemente rassicurante, ma che in realtà rischia di oscurare una domanda fondamentale: prevenire cosa, e a quale prezzo?
L’intervista che segue a cura di Valentina Bennati, nasce dall’esigenza di rimettere al centro una riflessione più ampia e spesso rimossa sulla salute, sui suoi determinanti reali e sul significato stesso della prevenzione. Lo facciamo con la dottoressa Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo, che da anni invita a distinguere tra la prevenzione comunemente intesa e la prevenzione primaria, l’unica capace di agire davvero a monte delle malattie, intervenendo su ambiente, stili di vita, alimentazione e contesto sociale.
I temi affrontati sono complessi e delicati: dall’efficacia reale degli screening agli effetti della sovradiagnosi e della medicalizzazione dei soggetti sani; dal ruolo attribuito a vaccini e farmaci preventivi ai limiti delle valutazioni di sicurezza; fino all’impatto dell’inquinamento, dell’alimentazione e dei fattori epigenetici sulla salute individuale e collettiva.
Per questa ragione si è scelto di non sintetizzare né ridurre le risposte dell’intervistata, seppur articolate. Le argomentazioni sono accompagnate da riferimenti a studi scientifici e dati che riteniamo importante lasciare nella loro completezza, affinché il lettore possa valutare, approfondire e formarsi un’opinione informata.
È una lettura impegnativa, ma necessaria: un contributo di riflessione che invita a uscire dalle semplificazioni e a recuperare uno sguardo critico su decisioni importanti che riguardano tutti.
Fare scelte consapevoli sulla propria salute, e su quella delle persone care, richiede tempo, attenzione e conoscenza.
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Dottoressa, grazie per aver accettato questa intervista. Nel dibattito pubblico “prevenzione” viene quasi sempre identificata con screening e diagnosi precoce. Lei, invece, insiste sulla Prevenzione Primaria. Che cosa distingue realmente questi due approcci e perché questa differenza è diventata invisibile per la maggior parte delle persone?
“Sì, da tempo ormai purtroppo la ‘Prevenzione’ si identifica con l’esecuzione di esami che hanno lo scopo di ricercare patologie, in particolare tumori, prima che questi si siano manifestati clinicamente. Questa non è ‘prevenzione’, ma l’anticipazione diagnostica di una determinata patologia. Il significato del verbo prevenire è ovviamente quello di ‘evitare l’insorgenza’ e il vocabolario Treccani a tal proposito scrive: ‘Prendere tutte le precauzioni necessarie perché un evento negativo o dannoso non si verifichi: p. le difficoltà; p. il contagio; la profilassi tende a p. le malattie; la legge deve p. piuttosto che punire il delitto.’ La vera prevenzione presuppone, quindi, il ricercare – e rimuovere per quanto possibile – i fattori che sono all’origine della malattia.
Come oncologo, parlando di tumori, sono ben consapevole che si tratta di malattie multifattoriali in cui abitudini personali/stile di vita/genetica si intrecciano con l’esposizione già in utero ad inquinanti ambientali sia fisici che chimici: basti pensare alla crescente esposizione a radiofrequenze per le comunicazioni via etere o alla miriade di sostanze tossiche e persistenti (pesticidi, diossine, PFAS, PCB metalli pesanti etc…) presenti ormai a centinaia nei nostri stessi corpi e che passano dalla madre al feto durante il periodo più delicato della vita: quello in cui siamo nel grembo materno. Purtroppo, su questi aspetti mi sembra ci sia ben poca attenzione e vedo che grandi risorse sono destinate all’esecuzione di esami diagnostici, ma ben poco viene investito per una adeguata ‘educazione alla salute’ o per preservare la reale salubrità degli elementi essenziali per la vita a cominciare dal cibo, dal suolo, dall’aria, dall’acqua. Operare in questa ottica significherebbe promuovere finalmente la Vera Prevenzione, ovvero la Prevenzione Primaria. Come ebbe a dire Lorenzo Tomatis, grandissimo e ‘scomodo’ scienziato del secolo scorso nel campo della cancerogenesi in una intervista alla Stampa nel settembre 2005: ‘Quando si parla di prevenzione del cancro (o di altre malattie n.d.r.) tutti pensano alla cosiddetta diagnosi precoce, ma c’è una prevenzione che si può fare a monte, cercando non di limitare i danni della malattia diagnosticandola al più presto, quanto piuttosto di evitarne l’insorgenza impedendo l’esposizione alle sostanze che la provocano… La Prevenzione Primaria si occupa proprio di questo, si tratta di una strategia che protegge tutti, il ricco come il povero, ma non porta onori, fama o denari ed è purtroppo negletta ai governi ed alle Istituzioni’. Il concetto è drammaticamente chiaro: se agiamo sulle cause delle malattie e le persone (povere o ricche che siano) rimangono in salute sarebbero tutte indubbiamente più contente, ma…chi ci guadagnerebbe? Ovviamente nessuno!
Il ragionamento è tanto semplice quanto provocatorio e rifletterci sopra è importante perché consente di mettere a fuoco la deriva del concetto stesso di ‘Salute’. Al di là delle definizioni roboanti, la salute ha perso la sua accezione più profonda di benessere, equilibrio, sintonia con sé stessi e con ciò che ci circonda e la persona in buona salute sembra non avere più il diritto di sentirsi tale, in quanto potenzialmente portatrice di malattie che ancora non si sono manifestate, ma che diventa obbligatorio ricercare. Questa deriva non data certo da oggi, ma viene da lontano e fu lucidamente descritta nel 1976 da Ivan Ilich, grande pensatore/filosofo del secolo scorso, nel suo libro ‘Nemesi medica’ secondo cui siamo stati ‘espropriati’ della salute in quanto indotti ad affidarci sempre più agli ‘esperti’ di turno. Scriveva, infatti, Ilich: ‘durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è sviluppato senza freni usurpando la nostra libertà nei confronti del nostro corpo…. Oltre una certa intensità critica, la tutela istituzionale della salute, qualunque forma assuma, preventiva, curativa o ambientale, equivale ad una negazione sistematica della salute’.
Quindi, in estrema sintesi, da un lato si fa ben poco per contrastare inquinamento e scorretti stili di vita che sono i maggiori responsabili (molto più della predisposizione ‘genetica’) delle malattie che ci affliggono e, dall’altro, si ‘medicalizza’ sempre più ogni fase della vita, in modo che tutto ciò sia perfettamente funzionale ad un ‘sistema’ che trae profitto dalla malattia. Del resto, come dice un famoso aforisma, oggi attuale più che mai ‘il sano è colui che ancora non sa di essere malato’.”
Molti programmi di screening vengono presentati come strumenti che “salvano vite”. Eppure, diversi studi mostrano che non riducono la mortalità complessiva. Come si spiega questo scarto tra la percezione diffusa e i risultati reali della ricerca scientifica?
“Molto spesso nella letteratura scientifica le conclusioni sono contradditorie o comunque divergenti da ciò che dicono numeri e risultati, per questo i lavori scientifici vanno sempre letti per intero, senza limitarsi alle Conclusioni o all’ Abstract, ma sempre va presa visione di numeri, tabelle e anche dei ‘materiali supplementari’ dove spesso si nasconde ‘il baco’. Nel caso degli screening spesso si guarda solo l’esito correlato alla patologia oggetto dello studio, ad esempio la mortalità specifica, trascurando di indagare la mortalità complessiva. Questa è un’informazione cruciale che dovrebbe essere fornita perché, prima di sottoporsi ad una qualsiasi procedura, c’è il diritto di conoscerne pienamente rischi e benefici.
Ad esempio, per quanto riguarda gli screening per il cancro della mammella, una revisione Cochrane del 2001, poi aggiornata nel 2013, che ha preso in esame studi con adeguata randomizzazione, dopo 10 anni non ha evidenziato alcun beneficio sulla mortalità per cancro (incluso il cancro al seno), né, dopo 13 anni, sulla mortalità per tutte le cause nelle donne sottoposte a screening rispetto al braccio di controllo. Successivamente, sono stati pubblicati altri due ampi studi sullo screening per il cancro della mammella: uno condotto in Canada su quasi 90.000 donne fra 49 e 59 anni, di cui metà assegnata a mammografia periodica e metà a controllo clinico annuale ed uno condotto Inghilterra in cui si è valutata l’utilità dell’anticipazione a 40 anni della mammografia su 170.000 donne fra 39 e 41, randomizzate 1:2 fra mammografia annuale e nessuno screening. Questi lavori sono stato oggetto di una accurata revisione nel 2023 da parte di una Istituzione indipendente che ha confermato che lo screening mammografico non salva vite umane, a differenza di quanto affermato dal mantra ufficiale. Non si è infatti riscontrato alcun effetto sulla mortalità totale per cancro, incluso il cancro al seno ed anche la mortalità per tutte le cause è del tutto sovrapponibile fra i due gruppi. In compenso il numero di interventi (tumorectomie e mastectomie) era superiore rispettivamente del 30% e del 20% nei gruppi sottoposti a screening.
Identiche considerazioni si possono fare per lo screening del cancro alla prostata tramite controllo ematico del PSA: un recente lavoro condotto in sette paesi europei riporta, con 23 anni di follow up, una riduzione del 13% della mortalità per cancro alla prostata nel gruppo sottoposto a screening, ma nei materiali supplementari risulta che solo in due paesi (Olanda e Svizzera) vi è effettivamente un vantaggio, mentre negli altri cinque, Italia compresa, non vi è nessuna differenza significativa fra i due gruppi. Inoltre, nel gruppo sottoposto a screening della coorte italiana si sono registrati 3 decessi in più per cancro alla prostata e ben 64 in più per altre cause, ma tutto questo non viene in alcun modo messo in evidenza,
Vorrei, infine, fare una ultima (amara) riflessione, perché siamo portati a pensare che ciò che viene pubblicato sulle riviste scientifiche, sia in massima parte attendibile, ma, al contrario, come scriveva Marcia Angell oltre 10 anni fa, ‘semplicemente non è più possibile credere a gran parte della ricerca clinica, né affidarsi al giudizio di medici di fiducia o a linee guida mediche autorevoli. Non provo alcun piacere in questa conclusione, a cui sono giunto lentamente e con riluttanza nel corso dei miei vent’anni come direttore del New England Journal of Medicine’ e questo purtroppo succede perché, come denunciato in un articolo del 2013, «per servire i propri interessi, l’industria influenza magistralmente ogni tappa: produzione e sintesi delle prove, comprensione dei danni, valutazioni costi-benefici, stesura di linee guida, formazione professionale degli operatori…».”
Uno degli effetti meno discussi degli screening è la sovradiagnosi: l’individuazione di lesioni che non avrebbero mai dato sintomi. Quanto è esteso questo fenomeno e quali conseguenze ha sulla vita delle persone?
“Nello studio che ho prima citato sullo screening del cancro prostatico si è visto che nel gruppo sottoposto a screening vi è, rispetto al gruppo di controllo il 35% in più di casi di cancro di grado lieve e il 30% in più di casi di grado medio, mentre nessuna differenza si riscontra per casi ad alto grado o già avanzati. L’adenocarcinoma della prostata è indubbiamente il tumore con il maggior rischio di sovra-diagnosi e sovra-trattamento, in quanto focolai di degenerazione neoplastica sono di comune riscontro col crescere dell’età. In un lavoro condotto su oltre 6000 autopsie di maschi di età compresa tra 70 e 79 anni, deceduti per vari motivi, focolai tumorali sono stati riscontrati nel 36% dei caucasici e nel 51% degli afroamericani. Lo screening, quindi, rivela per la massima parte tumori che hanno un basso grado di malignità e che verosimilmente non avrebbero mai dato segno di sé. Anche nel caso dello screening per tumori mammari, data l’evoluzione tecnologica della diagnostica, vengono diagnosticati in massima parte forme estremamente precoci, spesso in situ, a bassissimo grado di evoluzione, viceversa tumori ad alto grado di malignità, in grado di insorgere nell’intervallo fra gli screening, possono essere sottovalutati dalla paziente che si sente ‘rassicurata’ dal fatto di sottoporsi a periodici controlli.
Gli screening per la diagnosi precoce di alcuni tumori sono fra le pratiche più diffuse, in particolare quello per il carcinoma mammario che, come vedremo, non è esente da alcuni importanti limiti, innanzi tutto quello di sovra-diagnosi, Già nel 1987 era stato pubblicato un lavoro su 110 autopsie medico-legali consecutive di donne dai 20 ai 54 anni: in 22 (20%), fu riscontrata degenerazione neoplastica: in tre casi si trattava di carcinoma invasivo (un caso era già noto clinicamente), nel restante 18% erano presenti focolai di carcinoma in situ, sia di tipo intraduttale (14%) che lobulare (4%). Una più ampia revisione pubblicata nel 2017 che ha incluso 13 studi per un totale di 2.363 autopsie ha riscontrato 99 casi di cancro o lesioni precancerose. Anche questo studio confermava una prevalenza di forme in situ o di precursori del cancro analogo al precedente, in questo caso del 19.5%. Gli Autori concludono che una donna che si sottopone a screening dovrebbe essere informata del rischio di sovra-diagnosi e sovra-trattamento di tumori che non si sarebbero mai manifestati nel corso della vita. Per questo penso che andrebbe fatta una accurata valutazione dei rischi/benefici individuando i soggetti a maggior rischio per familiarità o altro e che possono realmente beneficiare dello screening periodico.”
Alla sovradiagnosi seguono spesso esami invasivi, interventi chirurgici, terapie pesanti e un carico psicologico significativo. Perché questi effetti avversi restano così marginali nella comunicazione istituzionale sulla prevenzione?
“La ‘sovra-diagnosi’ ha un costo assolutamente non trascurabile sia da un punto di vista strettamente economico per il sistema sanitario, che soprattutto in termini di sofferenza fisica e psicologica per chi si trova ad affrontare un percorso terapeutico che avrebbe potuto evitare.
Nel caso del cancro prostatico si pensi che, nonostante il comportamento benigno della maggior parte dei casi diagnosticati, oltre il 90% di questi tumori vengono comunque trattati con approcci aggressivi (radioterapia, interventi chirurgici), ciò comporta in circa il 15-20% dei pazienti conseguenze non trascurabili su funzione sessuale, apparato urinario e gastrointestinale, nonché il crescente rischio di sepsi in conseguenza delle ripetute biopsie. Nel caso del tumore della mammella, come prima riportato, nel gruppo sottoposto a screening interventi di tumorectomia e mastectomia hanno superato rispettivamente del 30% e del 20% quelli del gruppo di controllo, senza vantaggi nel tempo sulla mortalità specifica e generale.
Se davvero si vuole proseguire con gli screening credo che tutto questo andrebbe comunicato in modo trasparente e chiaro, in modo che ogni soggetto sia in grado di fare una scelta consapevole, evitando quindi di far apparire queste pratiche come ‘salva vita’ ed enfatizzando vantaggi e benefici tutt’altro che comprovati dai dati. Personalmente ritengo che sarebbe molto più utile ripensare l’intera strategia della ‘prevenzione’ come oggi intesa – che non mi pare dia grandi frutti – orientando maggiori risorse alla prevenzione primaria e alla tutela dei soggetti maggiormente disagiati. Se questi aspetti restano così marginali non posso che pensare che, evidentemente, ancora una volta si percorre la strada più funzionale ad un sistema che trae profitto dall’etichettarci come ‘malati’ anche quando non lo siamo e nel farci intraprendere dolorosi percorsi di ‘cura’.”
Lei parla di una medicina che tende a cercare costantemente la malattia anche in chi sta bene. In che modo questo approccio rischia di trasformare persone sane in pazienti cronici?
“Credo non ci sia dubbio alcuno che viviamo in un sistema in cui la medicalizzazione regna sovrana: l’aumento delle conoscenze e delle tecnologie biomediche ha fatto proliferare a dismisura la disponibilità di test, indagini, esami etc. sempre più sofisticati e dispendiosi, cui anche persone in buona salute sempre più si rivolgono, desiderose di essere ‘rassicurate’ sul proprio stato di salute, quasi che nessuno abbia il diritto di reputarsi ‘sano’ senza il benestare dell’esperto di turno. Ciò comporta che la ‘medicalizzazione’ scandisca ormai ogni fase della vita, non solo dall’infanzia alla vecchiaia, ma addirittura prima ancora di venire alla luce o di essere addirittura concepiti, con la diffusione, ad esempio, di test per l’analisi di centinaia e centinaia di geni associati ad altrettante malattie genetiche ereditarie. Sembra che il normale svolgersi della vita sia ormai un retaggio del passato e che, senza una costante, umana ‘supervisione’, la natura non sia più in grado di fare ciò che ha sempre fatto nel corso dell’intera evoluzione. In un sistema in cui il fine ultimo è il profitto non c’è da stupirsi che i ‘sani’ rappresentino una popolazione molto più ‘appetibile’ cui indirizzare procedure diagnostiche e/o terapeutiche, in quanto la popolazione dei ‘sani’ – almeno per ora – è ben più ampia rispetto a quella dei ‘malati’. Qualche voce critica si è comunque levata e, a proposito degli screening, la Dr. Iona Heath, già presidente del Royal College of General Practitioners, ha di recente dichiarato: «La Medicina dovrebbe probabilmente lasciare in pace chi sta bene, invece di cercare costantemente qualcosa di sbagliato in loro».
Anche per quanto riguarda i farmaci la musica non cambia: già nel lontano 1976, Henry Gadsen, allora direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». Del resto, se – come in precedenza ricordato – l’industria farmaceutica è ormai ‘infiltrata’ e condiziona ogni ambito riguardante la salute, va ricordato che parametri quali pressione arteriosa, colesterolo, glicemia sono stati progressivamente modificati – abbassandoli – non in base a rigorosi studi clinici, ma perché così facendo si è aumentata la popolazione che necessitava di farmaci per farli rientrare nei range individuati come ‘normali’.”
Vaccini e farmaci preventivi occupano oggi uno spazio centrale nel concetto di tutela della salute. Perché, secondo lei, non possono essere considerati il pilastro della prevenzione?
“Credo lei sappia che parlare di vaccini è addentrarsi in un campo minato… e non parlo dei v. COVID, ma anche di quelli ‘tradizionali’ che vengono sempre più promossi in ogni età della vita. Parlo di ‘campo minato’ perché la loro efficacia e sicurezza è data assolutamente per scontata, ‘credere’ nei vaccini è ormai diventato un dogma religioso e anche solo cercare di aprire un benché minimo dibattito sulla questione viene immediatamente etichettato come pericoloso ‘complottismo da novax’. Penso tutti ricordiamo la bufera che si è scatenato alcuni mesi or sono a seguito della nomina di due esperti quali il Prof. Bellavite ed il Dott. Eugenio Serravalle nel NITAG (National Immunization Technical Advisory Group) ovvero il Gruppo tecnico consultivo nazionale che dovrebbe fornire pareri scientifici al Ministero della Salute per formulare le politiche vaccinali. Bufera che ha indotto il Ministro Schillaci alla revoca di tutte le 22 nomine dei componenti il gruppo: possibile che la nomina di soli due esperti davvero indipendenti e liberi da conflitti di interesse su 22 abbia fatto tanta paura e sollevato tanto clamore? Se davvero si è certi della utilità delle pratiche vaccinali perché rifiutarsi di aprire il benché minimo dibattito-confronto?
Credo, viceversa, che più che mai sia giunto il momento di valutare in trasparenza, senza dogmi e senza giudizi precostituiti, anche le pratiche vaccinali proprio in nome di quella ‘scienza’ costantemente invocata, ma raramente onorata. Purtroppo, screening e vaccini sono ormai identificati come le fondamenta della salute e della prevenzione. Abbiamo già visto che gli screening permettono solo una anticipazione diagnostica, non riducono in alcun modo l’insorgenza della malattia, portano a sovradiagnosi e non salvano vite, come invece viene lasciato intendere. Parimenti la somministrazione di vaccini dalla più tenera età e in numero sempre maggiore richiede un’analisi approfondita quale quella recente della Commissione Medico Scientifica indipendente, perché la salute dei nostri bambini è troppo importante e non si può proseguire con coercizioni ed obblighi senza l’approfondita conoscenza di ciò che comporta la somministrazione di ogni singolo vaccino. Per fortuna, grazie indubbiamente alla presenza di R. Kennedy jr. come ministro della salute, almeno negli Stati Uniti molte cose stanno cambiando: nel settembre 2025, durante un’audizione al Senato sulla ‘corruzione delle scienza’ è emerso che il più ampio studio mai condotto per confrontare lo stato di salute dei bambini vaccinati con quello dei non vaccinati, non era mai stato pubblicato perché, come ebbe a dichiarare l’autore, il Dott. Marcus Zervos – uno dei maggiori infettivologi USA – nel corso di una conversazione registrata di nascosto: «se pubblicassi una cosa del genere, tanto vale che mi ritiri». Lo stato di salute dei bambini vaccinati risultò, infatti, molto peggiore di quello dei non vaccinati: a distanza di 10 anni nei primi la probabilità di malattie croniche era del 57%, contro il 17% dei secondi. Nello specifico, nei vaccinati vi era una probabilità più che quadrupla di soffrire di asma, tripla di atopia, oltre cinque volte di alterazione dello sviluppo neurologico e quasi sei volte il rischio di malattie autoimmuni e infezioni all’orecchio.
La questione poi delle vaccinazioni infantili in relazione ai disturbi dello spettro autistico (ADS) è particolarmente cruciale. Tale relazione è stata per decenni categoricamente negata e smentita dalla scienza ‘ufficiale’, ma attualmente – grazie ancora una volta alla presenza di R. Kennedy ai vertici della Sanità USA – viene almeno presa in considerazione. Di recente, infatti, il CDC (l’agenzia federale per il controllo e la prevenzione delle malattie) ha dichiarato che l’affermazione secondo cui ‘i vaccini non causano l’autismo’, non è supportata da prove e che gli studi in tal senso sono stati ignorati dalle autorità sanitarie. Si tratta di affermazioni clamorose cui ha fatto seguito non solo la decisione di condurre adeguate ricerche ad ampio raggio sui fattori causali dell’autismo, ma anche quella del 30 dicembre 2025 dei Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS) di non remunerare più i medici in base alle performance delle vaccinazioni pediatriche, pratica ampiamente vigente anche nel nostro paese.
Inoltre, negli Stati Uniti si è deciso di non vaccinare più contro l’epatite B i neonati nel primo giorno di vita e rivedere l’intero calendario vaccinale. Del resto, le dimensioni del problema ADS non possono essere ignorate: attualmente negli USA la prevalenza di bambini con disturbi dello spettro autistico è di un caso ogni 31 ed in Italia si stima sia di uno ogni 70, si tratta di numeri impressionanti se si pensa che negli anni ’90 la malattia interessava un bambino ogni mille e quando mi sono laureata io negli anni ’70 era una malattia assolutamente rara. Una recente review inquadra, con una visione olistica radicalmente nuova, i disturbi dello spettro autistico non come risultanti di alterazioni genetiche – su cui si è indirizzata senza successo la ricerca di questi ultimi decenni – ma come espressione di una ‘crisi biologica’ dell’intero organismo: dal sistema immunitario, al sistema nervoso, al microbioma, crisi che compare a seguito della complessa interazione, anche già in utero, fra fattori esogeni (ambientali, farmacologici, psicologici, infiammatori…) e solo in minima parte genetici. I disturbi del neurosviluppo nel loro complesso, dalle difficoltà relazionali alla diminuzione del quoziente intellettivo, sono a mio avviso la maggior emergenza sanitaria e sociale del nostro tempo. Già nel 2006 un articolo su Lancet affermava che a livello globale, a seguito dell’esposizione a sostanze chimiche, in primis pesticidi, era in atto una ‘Pandemia Sileziosa’, ovvero una diffusione planetaria di disturbi del neurosviluppo, che si palesano solo nel tempo in modo subdolo e progressivo, appunto in modo ‘silenzioso’. Addirittura, secondo gli Autori, a livello globale “Un bambino su sei presenterebbe danni documentabili al sistema nervoso e problemi funzionali e comportamentali, che vanno dal deficit intellettivo, alla sindrome da iperattività, all’autismo”. Uno degli autori, Philippe Grandjean affermava in proposito: “ i cervelli dei nostri bambini sono la nostra più importante risorsa economica e noi non abbiamo capito quanto essi siano vulnerabili, noi dobbiamo fare della protezione dei giovani cervelli il più grande obiettivo di salute pubblica”.
Se i rischi ambientali connessi all’inquinamento sono stati quelli cui ho indirizzato la massima attenzione da oltre 20 anni, trascurando il potenziale ruolo causale dei vaccini, devo ammettere che questo non può più essere ignorato ed auspico che vengano condotti al riguardo studi rigorosi e indipendenti. Il dubbio è parte integrante del progresso scientifico ed escludere a priori campi di ricerca va contro una ‘buona’ scienza. Le confesso che uno dei pensieri che più mi angoscia è la consapevolezza che stiamo togliendo alle nuove generazioni le risorse intellettive per risolvere i problemi che noi stessi abbiamo creato, penso alla perdita di biodiversità, alla desertificazione del suolo, alla presenza di sostanze tossiche e persistenti nella catena alimentare, nell’aria, nell’acqua … e mi fermo qui.
A parte il problema dei vaccini infantili, dubbi consistenti emergono anche a proposito di vaccinazioni ampiamente promosse. Ad esempio, per quanto riguarda la vaccinazione antinfluenzale, da una recente metanalisi che ha valutato il rischio cardiovascolare è emerso che il vantaggio vi è solo per soggetti che hanno avuto un infarto cardiaco o una angina instabile nei 12 mesi precedenti, in tutti gli altri casi l’antinfluenzale non ha dato alcuna riduzione di eventi cardiovascolari, ma si è anzi associata a un aumento non statisticamente significativo (+ 45%), ma sicuramente inquietante di mortalità cardiovascolare.
Ancor più preoccupanti i risultati di una vasta indagine, di tipo caso-controllo, nel Regno Unito che si è protratta per 20 anni su oltre 13 milioni di soggetti sani con età media di 70 anni. È emersa, contrariamente alle attese dei ricercatori, una associazione tra incidenza di demenza e vaccinazioni eseguite in età avanzata, quali antitetanica, antidifterica, antipneumococcica e soprattutto antinfluenzale. L’effetto è risultato crescente all’aumentare delle inoculazioni ed il rischio, statisticamente significativo, è risultato del +38% rispetto a nessun vaccino. Per l’Alzheimer i risultati sono stati ancora peggiori: con un follow-up di 20 anni il rischio, sempre statisticamente significativo, è risultato aumentato addirittura dell’80%. Tutto questo dovrebbe fare riflettere, tanto più ora che il ‘vaccinismo’ imperante coinvolge anche fasi della vita in cui la prudenza (primum non nocere) dovrebbe essere massima: antinfluenzale e antipertosse vengono raccomandate a bambini e donne in gravidanza, unitamente a quella anti COVID19. Personalmente trovo a dir poco ‘sconcertante’ quanto raccomandato dalle linee guida di neonatologia secondo cui “i pretermine devono essere immunizzati in accordo alla sola età anagrafica, negli stessi tempi e modi dei nati a termine e, nel caso si sia verificato un episodio cardio-respiratorio dopo la prima dose vaccinale, la seconda dose dovrebbe essere somministrata in ambiente protetto”.
Anche per il trattamento dopo la nascita con anticorpo monoclonale per il virus anti-sinciziale i dubbi sono più che legittimi, visto che è stato ignorato il rischio (statisticamente significativo) di convulsioni quasi quadruplo, che emerge mettendo insieme i risultati di tutti gli studi condotti. Il nostro sistema immunitario si sviluppa progressivamente nel tempo e probabilmente sollecitazioni precoci e ripetute non aiutano la sua fisiologica maturazione, ma inducono evidentemente squilibri che possono spiegare il preoccupante aumento di patologie croniche e autoimmuni emerso dallo studio di Marcus Zervos in precedenza citato. Una conferma delle alterazioni indotte sul sistema immunitario viene da un recente studio che ha dimostrato che ripetute somministrazioni vaccinali inducono un aumento nella produzione di IgG4, anticorpi che rendono ‘tolleranti’ verso l’antigene e questo potrebbe spiegare la recrudescenza di malattie infettive che si registrano anche con coperture vaccinali elevate.
Per questo credo che il nostro sforzo dovrebbe essere piuttosto quello di salvaguadare al massimo il nostro Sistema Immunitario, utilizzando la mole di conoscenze che sono ormai disponibili sulle sue connessioni col microbiota e con lo stile di vita, piuttosto che sollecitarlo in modo artificioso.”
Nel momento in cui questi interventi vengono proposti a popolazioni sane, quanto sono adeguati i sistemi di valutazione della sicurezza, soprattutto per quanto riguarda gli effetti cumulativi, a lungo termine e le differenze individuali?
“Questo è un altro capitolo molto dolente perché le lacune riguardanti gli esiti a medio-lungo termine dei vaccini o le registrazioni degli eventi avversi sono molto spesso clamorosamente fallaci. Ad esempio, l’azienda Merck, produttrice del vaccino contro l’epatite B somministrato sistematicamente in USA fino a poche settimane fa nel primo giorno di vita a tutti i neonati, ha monitorato gli effetti avversi solo per i primi cinque giorni dall’inoculo. Inoltre, nel settembre scorso, durante un’audizione al Senato USA è emerso che nessuno degli oltre 600 studi condotti per valutare sicurezza ed efficacia dei normali vaccini infantili è mai stato condotto con un gruppo di confronto a cui venisse somministrato un vero placebo, al cui posto era usato il medesimo preparato del vaccino privato dell’antigene – quindi con tutti gli adiuvanti, conservanti, metalli etc. cui va iscritta gran parte della tossicità – o addirittura con altro vaccino.
Ora, se pensiamo che in USA la prevalenza di autismo è di un bambino ogni 31 e tenendo conto di quanto detto in precedenza circa l’aumento dell’autismo e che questa vera e propria ‘epidemia’ di autismo è scoppiata negli ultimi decenni, diventa mandatorio ricercarne le cause. Grandi risorse sono state rivolte, senza successo, ad individuare fattori genetici responsabili della malattia, ma il genoma umano non cambia così velocemente da indurre epidemie. Numerosi studi hanno dimostrato il ruolo causale nella genesi dell’autismo di inquinanti ambientali, pesticidi, sostanze chimiche persistenti, ma in nessuno di questi studi si è preso in considerazione lo stato vaccinale, che quindi andrebbe riconsiderato. Inoltre, in nessuno dei ventidue studi che affermano che i vaccini non causano l’autismo, i gruppi di controllo erano completamente non vaccinati. Sono queste le principali motivazioni che hanno indotto in U.S.A. ad un cambio di passo e da parte del CDC ad ammettere che la frase “i vaccini non causano l’autismo” non poggia su prove solide.”
La prevenzione primaria agisce “a monte” intervenendo su ambiente, alimentazione, stili di vita e condizioni sociali. Perché strategie che proteggerebbero tutti, indipendentemente dal reddito o dall’accesso alle cure, restano ai margini delle politiche sanitarie?
“Perché vorrebbe dire ribaltare completamente il paradigma vigente nella società attuale che trae profitto dai guai che il sistema stesso crea. Se fossimo tutti più sani, meno bisognosi di farmaci, esami etc., se fin da piccoli venissimo resi maggiormente responsabili verso la nostra salute, se aria, acqua, cibo, gli elementi che ogni giorno entrano nel nostro corpo, fossero meno contaminati da sostanze estranee, tossiche e pericolose, saremmo tutti indubbiamente più sani e felici, ma chi ci guadagnerebbe se non noi stessi e le finanze pubbliche?
Ovviamente nessuno! E proprio per questo la Prevenzione Primaria è rimasta la ‘cenerentola’ delle politiche sanitarie; del resto, come ho già avuto modo di ricordare, già oltre 20 anni fa Lorenzo Tomatis nell’intervista a La Stampa sopra citata affermava: “la Prevenzione Primaria … protegge tutti, il ricco come il povero, ma non porta onori, fama o denari ed è purtroppo negletta ai governi ed alle Istituzioni”. Come oncologo mi sono molto occupata dei rischi dell’inquinamento ambientale ed è con grande amarezza che constato che ben poco è cambiato e non c’è nessun interesse nel rendere maggiormente consapevoli le persone dei rischi che l’inquinamento ambientale comporta, specie nelle fasi più precoci della vita. Per non parlare delle difficoltà – spesso vere corse ad ostacoli – che si incontrano nel riconoscere la pericolosità di una certa sostanza. Valga per tutti la recente notizia che sono serviti ben 25 anni per ritrattare lo studio che assolveva il glifosato – il pesticida più usato al mondo – dal sospetto di essere cancerogeno. Tutto questo grazie alla tenacia di due ricercatori indipendenti che hanno denunciato la parzialità degli studi attestanti l’assenza di cancerogenicità (tutti di Monsanto e non pubblicati), nonché dubbi relativi alla paternità (fantasma) degli Autori e ai loro potenziali conflitti di interesse. Il lavoro ha avuto un ruolo cruciale nel facilitare gli iter autorizzativi dell’erbicida ed era stato ampiamente utilizzato dall’azienda produttrice (Monsanto) per influenzare le agenzie regolatorie e permetterne la commercializzazione. Purtroppo, nonostante l’impegno della società civile per la messa al bando di questa sostanza, l’UE ha riapprovato l’erbicida per altri 10 anni, fino al 2033, nonostante siano in corso in USA cause milionarie per l’insorgenza di linfomi e altre patologie in soggetti esposti. Comunque, ancora una volta niente di nuovo sotto il sole: Devra Davis nel suo libro ‘La storia segreta della guerra al cancro’ ripercorre decenni di inganni delle lobby chimiche e farmaceutiche nel manipolare la ricerca medica e scientifica in tutti i modi, deviando l’attenzione dalla prevenzione alla cura.”
Le ricerche sull’epigenetica mostrano che ambiente e stili di vita possono modificare l’espressione genica e influenzare anche le generazioni future. In che modo questa consapevolezza dovrebbe cambiare il nostro modo di pensare la salute pubblica?
“Da diversi decenni ormai l’Epigenetica ha completamente rivoluzionato la visione riduzionista e meccanicistica secondo cui la nostra salute sarebbe diretta espressione del nostro genoma per cui il nostro destino di salute/malattia sarebbe quindi rigidamente predeterminato. L’Epigenetica, come vedremo, ha aperto scenari completamente nuovi, ma purtroppo le conoscenze derivate da questa disciplina stentano a produrre concreti cambiamenti nel nostro rapporto col mondo che ci circonda.
È opportuno andare con ordine e ricordare, innanzi tutto, che il termine ‘epigenetica’ fu coniato nel 1942 da Conrad Hal Waddington, uno scienziato e filosofo inglese che unì il termine genetica, ovvero la branca che studia i geni e l’ereditarietà, con epigenesi, lo studio delle modalità con cui l’organismo si sviluppa nel corso dell’embriogenesi e definì l’epigenetica “la branca della biologia che studia le interazioni causali fra i geni e il loro prodotto, e pone in essere il fenotipo”.
Il significato del termine mutò poi nel tempo e poiché il prefisso epi- (dal greco ἐπί) significa ‘sopra’, si volle indicare qualcosa che va oltre la genetica. Fu in particolare negli anni ’80, grazie soprattutto ai biologi Barry Commoner e Bruce Lipton che la teoria geno-centrica, nata nel 1953 con la scoperta da parte di Watson e Crick della doppia elica del DNA, cominciò a vacillare. La visione del DNA come ‘manuale di istruzione’ della vita lasciò spazio all’ipotesi che il vero ‘manovratore’ del nostro fenotipo (ovvero delle nostre sembianze) risiedesse in realtà in modificazioni epigenetiche risultanti dell’interazione fra genoma e ambiente. Con il termine epigenetica si fa quindi riferimento allo studio dei processi molecolari che sovraintendono e modulano l’espressione dei geni a seguito degli stimoli di qualunque natura (fisica, chimica, biologica, ma anche psicologica, emotiva, relazionale) che su di essi agiscono, ma senza che si alteri la sequenza nucleotidica. Il genoma non sarebbe quindi una struttura rigida, in cui ogni gene sovraintende la sintesi di una singola proteina, ma una entità ‘fluida’ che continuamente si modula e si adatta agli stimoli – positivi o negativi – con cui entra in contatto. Le modificazioni epigenetiche, sia benefiche che non, sono reversibili e, qualora interessino le cellule germinali, ereditabili e quindi condizionano il nostro stato di salute/malattia già prima del concepimento e ovviamente dalla vita intrauterina. Non solo quindi il destino di salute/malattia del singolo soggetto dipende dalle esposizioni presenti nel corso della vita, ma anche da ciò cui sono stati esposti i propri progenitori e, allo stesso modo, anche la sua discendenza ne sarà condizionata.
Un classico esempio di modificazione epigenetica è quello dell’ape regina: tutte le api hanno il medesimo patrimonio genetico, ma diventa ape regina, acquisendo caratteristiche fenotipiche peculiari, capacità riproduttiva e durata della vita enormemente più lunga rispetto alle altre api, solo quella che viene alimentata con pappa reale. Ad identico genoma corrisponde quindi un diverso fenotipo grazie ad uno stimolo esterno, in questo caso la diversa nutrizione. Grazie a questa nuova visione è quindi radicalmente cambiato il nostro approccio con ciò che ci circonda e, giustamente, si è parlato di “Rivoluzione Epigenetica” perché è chiaro che se è l’ambiente, in senso lato – comprese le nostre scelte individuali – la chiave di volta del nostro benessere e della nostra salute, tutto il nostro impegno dovrebbe essere rivolto alla sua massima tutela.
Purtroppo, invece, ben poco facciamo per educare realmente a corretti stili di vita ed ancor meno operiamo per tutelare davvero il nostro ambiente di vita, riducendo ad esempio produzione ed esposizione a sostanze chimiche quali metalli pesanti, pesticidi, farmaci, Policlorobifenili (PCB), idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, ritardanti di fiamma, coloranti, composti perfluoroalchilici ( PFAS), particolato, farmaci, bisfenolo A, interferenti endocrini, solo per citarne alcuni, ma anche ad agenti fisici quali campi elettromagnetici che hanno raggiunto livelli a cui mai prima d’ora la specie umana era stata esposta. Di pari passo sono progredite anche le conoscenze circa le straordinarie interconnessioni esistenti fra l’Epigenetica e microbiota. Virus, batteri, microrganismi, di norma dipinti come agenti pericolosi da combattere ad ogni costo, sono viceversa i nostri ‘invisibili amici’, fondamentali non solo per mantenere l’equilibrio dei vari ecosistemi e dell’intera biosfera, ma indispensabili per la nostra stessa salute. Ad esempio, i batteri del microbiota intestinale metabolizzano fibre e altri nutrienti producendo molecole essenziali per la salute quali butirrato, propionato, acetato etc. che agiscono direttamente sull’epigenoma dell’ospite, influenzando, immunità, metabolismo, stato infiammatorio, ma anche attività cerebrale grazie all’asse microbiota-intestino-cervello. Sappiamo ormai con certezza che il segreto della nostra salute risiede nella ricchezza, varietà e diversità del microbiota e specifiche disbiosi, ovvero alterazioni nell’equilibro fra le diverse specie microbiche, sono all’origine delle principali patologie cronico degenerative del nostro tempo: quali obesità, cancro, diabete, patologie cardiovascolari, malattie immunomediate, ma anche autismo, Alzheimer, Parkinson, depressione.
Non bisogna dimenticare che il nostro microbiota, non solo è direttamente influenzato dal nostro stile di vita – dall’alimentazione, all’esercizio fisico, allo stress – ma che è in stretta connessione con quelli presenti a livello aereo, marino e terrestre. Esiste, cioè, un flusso continuo di informazioni e scambi fra questi mondi invisibili, una silenziosa e viva comunicazione perfezionatasi nel corso dell’evoluzione, che oggi però appare gravemente compromessa non solo per i nostri errati comportamenti, ma anche per i livelli di inquinamento e la perdita di biodiversità che caratterizza i vari ecosistemi. Termini come biodiversità, co-evoluzione, convivenza, che dovrebbero quindi declinare il nostro vivere, sono purtroppo completamente ignorati ed invece di “copiare” e valorizzare le soluzioni che la natura ha messo a punto nel corso dell’evoluzione, abbiamo imboccato la strada di tecnologie sempre più invasive ed ‘agguerrite’, che vede, ad esempio, la soluzione dei problemi attinenti agricoltura, alimentazione, salute, in biotecnologie che prevedono la manipolazione del genoma. Tutto ciò, almeno per una parte della comunità scientifica, ma anche per comuni cittadini, è fonte di grande preoccupazione perché non possono essere ignorati i rischi derivanti dalla manipolazione del patrimonio genetico di forme viventi, siano essi piante od animali, fino alla possibilità di creare addirittura nuove forme viventi, tanto che è stato coniato il termine di “biologia sintetica”. La presunzione di voler ‘insegnare’ alla natura o addirittura volersi sostituire ad essa, penso sia espressione di una presunzione che pagheremo a caro prezzo.”
Se dovesse indicare ai cittadini da dove partire, concretamente, per fare vera prevenzione ogni giorno, quali sarebbero le priorità fondamentali per ridurre davvero il carico di malattia senza medicalizzare la vita?
“I dati che di seguito riporto provengono per la massima parte da una ampia indagine (PASSI) prodotta dall’ISS e disponibile a questo link. Le principali azioni, immediatamente fattibili e che, anche come oncologo, mi sento assolutamente di consigliare sono:
- Evitare assolutamente il FUMO, compreso le sigarette elettroniche.
Il tabagismo secondo l’OMS è responsabile di 8 milioni di decessi/anno ed è il principale fattore di rischio per: -
- Cancro polmone, cavo orale, gola, esofago, pancreas, colon, vescica, prostata, rene, seno, ovaie e ad alcuni tipi di leucemie,
- Malattie respiratorie (BPCO broncopneumopatia cronico ostruttiva)
- Malattie Cardiovascolari (Ipertensione, Ictus e Infarto).
- Sistema Riproduttivo: calo della fertilità, prematurità, basso peso alla nascita, abortività spontanea.
- Ridurre il più possibile l’ALCOL dato che non esiste una soglia sotto la quale sia innocuo. Secondo gli ultimi dati dell’ISS attualmente in Italia il 58% degli italiani di età > 11 anni consuma alcolici ed oltre il 17% in quantità che pongono a rischio la salute.
Si calcola che l’alcol sia responsabile del 5% di tutti i tumori mammari e che in Italia sarebbero evitabili 2800 casi/anno di cancro alla mammella riducendo il consumo di alcol nelle donne.
Evitare assolutamente il consumo di alcol in caso di malattie epatiche, gravidanza, allattamento, giovane età. - Adottare una ALIMENTAZIONE corretta: si calcola che con diete sane che prevedono la riduzione del 50% di carni rosse, lavorate, cibi ultraprocessati, e il raddoppio del consumo di vegetali freschi, legumi, semi oleosi, fibre si potrebbe evitare, a livello globale, dal 19% al 23% di tutti i decessi pari a 11 milioni/anno.
- Previlegiare il consumo di FRUTTA e VERDURE il più possibile prive di residui di pesticidi perché, anche se “nei limiti di legge”, l’esposizione a tali sostanze, specie già in utero, rappresenta un fattore di rischio non trascurabile. Massima attenzione andrebbe quindi rivolta alle donne in gravidanza. Il consumo di frutta e verdure fresche è molto importante perché tali alimenti sono ricchi di sostanze quali vitamine, minerali, salicilati, fitosteroli, glucosinolati, polifenoli, fitoestrogeni, solfuri, lectine, β-caroteni, flavonoidi, quercitina dotate di azione antiossidante, in grado di contrastare l’attivazione di molti agenti cancerogeni, inibire mutazioni spontanee, proteggere le strutture cellulari e il genoma dal danno ossidativo generato dal metabolismo o dall’esposizione ad agenti tossici. Si è calcolato che con più elevato consumo di agrumi si potrebbe ridurre del 10% l’incidenza del cancro alla mammella e con diete sane grandi vantaggi vi sono anche per cancro a prostata e intestino. Numerosi studi hanno ormai dimostrato che gli alimenti biologici o comunque coltivati secondo metodi che non prevedono pesticidi o uso della chimica, non solo non contengono (o solo in minima parte) pesticidi, metalli pesanti, contaminanti di vario tipo, ma sono anche molto più ricchi di quelle sostanze benefiche sopra citate. Diversi studi epidemiologici attestano come un aumentato consumo di alimenti biologici si associ con la ridotta incidenza di infertilità, malformazioni, allergie, otite media, pre-eclampsia, sindrome metabolica, elevato indice massa corporea, ma anche linfomi e tumori alla mammella.
- Fare ATTIVITA’ FISICA è assolutamente importante per la salute in quanto si stima che la mobilità attiva comporti la riduzione di:
- mortalità complessiva del 20-35%
- coronaropatia e ictus dal 20% al 35%
- cancro mammella del 20%, cancro al colon 30% – 50%
- diabete di tipo 2 del 35-50%.
- depressione del 20-30%, ma anche ansia, stress, solitudine, fratture
È valutato in 100.000 morti premature risparmiate ogni anno in UE se ogni adulto andasse a piedi o in bicicletta per 15’ in più al giorno. Il movimento fisico è considerato utile per la salute anche se praticato per sessioni molto brevi e l’obiettivo è contrastare la completa sedentarietà che purtroppo nel nostro paese interessa il 30% della popolazione fra 18-64 anni e il 42.4% dei soggetti, in grado di deambulare, oltre i 64 anni.
- Vivere il più possibile a CONTATTO CON LA NATURA, magari facendo semplicemente l’orto o qualunque altra pratica che ci riconnetta con il suolo e la terra. Esiste ormai una ampia letteratura che attesta come il semplice camminare in un bosco abbia effetti benefici e misurabili sulla salute, a partire dal microbiota, in particolare migliorando le funzioni cerebrali, cardiovascolari, endocrine, immunitarie.
Frequentare ambienti naturali comporta infatti diminuzione della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, del cortisolo salivare, della glicemia, nonché miglioramento di ansia, depressione, insonnia ed anche aumento della funzionalità del sistema immunitario.
Infine, vorrei aggiungere che è parimenti importante MANTENERE BUONE RELAZIONI SOCIALI, coltivando rapporti personali sempre più osteggiati in una società che fa di tutto per farci vivere come monadi solitarie, connesse in via virtuale, ma isolate concretamente dagli altri.
Così pure credo sia importante cercare fonti autorevoli, libere da conflitti di interesse su cui documentarci nei temi riguardanti la salute, senza prendere come verità assolute i ‘mantra’ che in maniera ossessiva ci ripetono. Credo dobbiamo sviluppare in questo senso utili ‘anticorpi’, che ci facciano drizzare le antenne e rifuggire da chi non ha dubbi e non ammette il confronto, di qualunque ambito si tratti.
Così, pure, credo sia molto importante salvaguardare la nostra ‘umanità’, conoscerci in profondità e ritrovare fiducia in noi stessi, in un mondo che viceversa ci vuole sempre più insicuri, non padroni della nostra vita, ma dipendenti dall’esperto di turno. A questo fine, almeno per me, è utile ritagliarci spazi di silenzio e riflessione, coltivando una dimensione spirituale, sia che siamo o no credenti.
I tempi che stiamo vivendo sono, a mio avviso, tempi di ‘resistenza’, in cui dobbiamo, da un lato riappropriarci della nostra dimensione umana più profonda, dall’altro operare per recuperare diritti sociali in tema di tutela della salute, difesa dell’ambiente, libertà di espressione, valori che con troppa disinvoltura abbiamo ritenuto acquisiti una volta per sempre, ma che invece vediamo sistematicamente disattesi.
Tutto cui questo non è né semplice né facile, ma cambiare direzione è possibile e soprattutto urgente se pensiamo alle condizioni in cui, viceversa, condanneremmo a vivere i nostri figli e nipoti.
Mi permetta, infine una considerazione che mi riguarda direttamente perché un radicale cambio di direzione anche nell’ambito della medicina è oltremodo auspicabile. L’esperienza del COVID ha eroso, in buona parte della popolazione, e in modo forse irrimediabile, la fiducia spesso già scarsa nella classe medica, categoria che in questa occasione ha dato, a mio avviso, pessima prova di sé, asservendosi a diktat insensati e tradendo i più basilari principi della deontologia medica. Del resto, già nel 2022 in un articolo scientifico si affermava: “La pandemia di COVID-19 è uno degli eventi di malattie infettive più manipolati della storia, caratterizzato da bugie ufficiali in un flusso infinito guidato da burocrazie governative, associazioni mediche, commissioni mediche, media e agenzie internazionali”. Si è trattato di un ‘evento epocale’ uno scandalo senza precedenti, in cui ogni voce critica, anche se proveniente da ricercatori e scienziati di indiscusso valore, è stata soffocata. Si è impedito qualunque confronto e si sono prese decisioni affrettate, che hanno riguardato miliardi di individui in assenza di prove adeguate, calpestando non solo i più elementari diritti naturali e costituzionali, ma gli stessi fondamenti scientifici, etici, morali che dovrebbero guidare le scelte in tema di salute pubblica. Mai come in quel periodo abbiamo sentito parlare di scienza, ma mai la scienza è stata più calpestata ed asservita ad interessi economici e politici.
Se già oltre un decennio fa si affermava che esisteva: “un urgente bisogno di ridefinire la missione della medicina verso una direzione più obiettiva e utile per i pazienti, la popolazione e la società, libera da conflitti di interesse” , oggi tale esigenza è ancor più pressante e, per quanto ardua, non può che passare, a mio avviso, da una profonda riflessione, dal riconoscimento degli errori commessi e – come diceva Lorenzo Tomatis – dal: “dovere di informare, impedendo l’occultamento di informazioni su possibili rischi … evitando che si consideri l’intera specie umana come un insieme di cavie sulle quali sperimentare tutto quanto è in grado di inventare il progresso tecnologico …” .
Grazie, quindi, per questa occasione che mi è stata fornita per affrontare i temi che mi sono più cari”.
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PATRIZIA GENTILINI è medico oncologo ed ematologo, già in servizio presso l’Ospedale di Forlì. Da oltre 20 anni si interessa della relazione ambiente-salute, in particolare dei rischi legati alla agricoltura industriale, alla combustione di rifiuti, ai campi elettromagnetici. Promuove la tutela della salute attraverso la Prevenzione Primaria e si adopera per la difesa degli ecosistemi, della biodiversità e della integrità dei genomi. Fa parte della Commissione Medico Scientifica indipendente e del Comitato Scientifico della Fondazione Allineare Sanità e Salute.
