La perdita del sacro: chi si adegua al mondo è sconfitto
di Antonio Catalano - 18/04/2026

Fonte: Antonio Catalano
QUANDO LA CHIESA SI ADEGUA AL MONDO È LUI A VINCERE
Ho ripreso un libro che ho letto un paio di anni fa, “Eresia dell’informe, la liturgia romana e il suo nemico” di Martin Mosebach. Un libro che offre l’occasione di considerare i grandi cambiamenti che sono accaduti nella nostra civiltà cristiana di fede cattolica, attraverso la lente della liturgia, che, a partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965), subisce cambiamenti notevoli, più o meno creativi.
Un concilio che volle sfidare il mondo sul suo stesso terreno, in nome cioè del presupposto della necessità di svecchiarsi per accogliere il nuovo che avanza. La liturgia – l’insieme delle cerimonie del culto – subì profonde modificazioni: la sostituzione del latino con la lingua nazionale, l’introduzione dell’altare rivolto verso il popolo e non più “ad orientem”, il “coinvolgimento” dei fedeli nella messa…
Mosebach non nega il fatto che il rito si trasformi di continuo nei secoli, ma questo avviene senza rottura, senza che nessuno se ne accorga, e, soprattutto, senza che entri in gioco qualcosa di arbitrario. Trasformazioni e graduali mutamenti che comunque non sono mai “riforme”, dal momento che dietro di esse non agisce l’intenzione di fare qualcosa di meglio.
A proposito del coinvolgimento dei fedeli, Mosebach non ritiene che come partecipante alla messa si debba essere “attivi”. «Ho tutte le ragioni per non fidarmi di me stesso e dei miei impulsi spirituali e sensibili». «Abbiamo preso posto nei banchi di chiesa e ci siamo domandati: abbiamo assistito ad una santa Messa, o questa non è stata una Messa? Io entro in chiesa per vedere Dio, e ne esco trasformato in un critico teatrale».
Nel capitolo “La liturgia è arte”, a proposito di originalità, Mosebach scrive che nelle grandi epoche creative, gli artisti non si sono mai preoccupati del problema della originalità, essi hanno composto qualcosa di nuovo, qualcosa di mai sentito, e fino ad allora mai visto, nel momento in cui credevano di servire, con particolare attenzione e venerazione, una grande forma tradizionale. Il nuovo, ciò che è realmente nuovo, non è l’esperimento realizzato per passatempo, nasce in modo inconsapevole da un ravvivamento individuale dell’antico.
Mosebach sostiene che dopo il Concilio si è imposto il kitsch. Linguistico, musicale, in pittura e in architettura. Un kitsch che ha inondato completamente l’immagine esterna degli atti pubblici della Chiesa. Le chiese post conciliari, «queste hall di calcestruzzo, queste moquettes, questi grossolani mobili di legno di betulla, il sedile rivestito di cuoio presso l’altare, i radiatori puntiformi, tutta questa serietà degli architetti d’interni di una chiesa nuova e restaurata, nulla sa del fatto che lo spazio sacro – il luogo santo “terribilis” – deve essere tremendo, deve incutere rispetto e così deve anche apparire. La prima attività religiosa dell’uomo è consistita nella delimitazione dello spazio sacro, e nelle antiche chiese questo accade non solo attraverso i muri, che separano dal mondo esterno, ma anche di nuovo all’interno mediante una illustrazione sensibile di questo: delimitazioni del coro, balaustre per la Comunione, alte grate, tramezzi, iconostasi, creano lo spazio del Santissimo. Questa era la fede, fattasi edificio, della presenza corporea di Dio».
Una testimonianza della prospettiva estetica dopo il Concilio, secondo Mosebach si trova nella poesia di Gerhardt, che pur essendo assolutamente lontano dalla Chiesa, riesce a trasmettere nei versi di “St. Horten ad Ahaus” l’orrore di una chiesa che ha perso la sua anima. La poesia ha per oggetto la chiesa di Santa Maria Assunta ad Ahaus, costituita da un campanile del primo gotico e da una navata in calcestruzzo. Nelle foto si vede come era la chiesa prima e dopo l'ammodernamento. Val la pena riportarla per intero.
Ad Ahaus si trova una chiesa,
che gli abitanti chiamano St. Horten.
Dentro e davanti a tale luogo,
il forestiero si ferma esterrefatto
Questa cosa si erge e sta ferma,
la stupidità è concreta.
Per questa chiesa in Ahaus
ne è stata demolita una antica
ancora in piedi rimane il campanile,
tutto il resto è perduto:
Incombe minacciosa, completamente grigia e spoglia.
La stupidità è brutale.
Lo spettacolo della chiesa di Ahaus
fa allo stesso tempo piangere e ridere.
Squallido, ciò che essi osano,
ridicolo, ciò che qui si è fatto:
Ci si gloria della propria immondizia,
la stupidità è complessa.
La chiesa di St. Horten ad Ahaus
per mille anni ancora dirà
ai visitatori attoniti di fronte a tutto ciò
quanto siamo stati accondiscendenti.
Considerato il tormento della scelta,
la stupidità è stata totale.
A proposito di come si sia perso il senso del sacro nelle architetture delle nuove chiese, padre Maurizio Botta, nel suo “Nati guasti”, parla della cura e della dedizione con cui un tempo venivano costruite le chiese. «Anche a chi non piace il barocco è improponibile il paragone tra una chiesa romanica e un casermone di cemento moderno che solo a guardarlo ti mette angoscia. Questa chiesa [Santa Maria della Vallicella, Roma, di cui è parroco] ha tanti aspetti che non sono per nulla funzionali, ci hanno messo di più per farla bella, potevano metterci meno e farla brutta. Non c’erano scadenze né date di consegna stringenti. L’hanno fatta un pochino alla volta come si faceva un tempo per le chiese. Pensate a coloro che lavoravano una vita intera alla costruzione di una cattedrale e morivano senza che fosse finita. Il fatto è che, nella cultura di quei tempi, la cattedrale era il frutto di una civiltà, una comunità, un popolo, e non importava non vederla finita perché l’avrebbero goduta i propri figli o i nipoti. Pensate a quanto questa visione sia liberante: mi occupo per anni di quel capitello e solo Dio vedrà cosa c’è scolpito sopra. È una prospettiva che guarisce dall’egemonia e dal narcisismo e perette di essere uomini e donne in festa».
