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La politica dell’indignazione. Perché il potere ci invita all’atteggiamento morale

di Antonio Martone - 04/08/2026

La politica dell’indignazione. Perché il potere ci invita all’atteggiamento morale

Fonte: La Fionda

Esiste un dispositivo politico che caratterizza le democrazie occidentali contemporanee raramente riconosciuto come tale. Esso consiste nello spostare sistematicamente l’attenzione morale dei cittadini verso ciò che accade altrove, trasformando la coscienza politica in un’etica dell’indignazione.
Ogni giorno, siamo chiamati a giudicare Putin, Xi Jinping, Khamenei, Maduro, Kim Jong-un. Naturalmente nessuno di questi governi può essere assunto come modello democratico. La questione decisiva però non è questa. La domanda è un’altra: quale rapporto esiste tra la nostra indignazione e la responsabilità politica?
Qui emerge il paradosso della democrazia contemporanea. Siamo continuamente sollecitati a esprimere giudizi morali su governi che non eleggiamo, sui quali non esercitiamo alcuna influenza e rispetto ai quali la nostra opinione non produce alcun effetto politico. Al tempo stesso, dedichiamo sempre meno attenzione alle decisioni prese dai governi che parlano in nostro nome, impiegano le nostre risorse, firmano accordi internazionali, inviano armi, finanziano guerre e ridefiniscono gli equilibri geopolitici.
L’indignazione sostituisce la responsabilità. Quando un cittadino italiano trascorre ore a discutere della natura autoritaria della Russia o dell’Iran ma ignora completamente le decisioni assunte dal proprio governo in materia di spesa militare, basi NATO, missioni internazionali o forniture di armamenti, la sua coscienza politica è già stata colonizzata
perché gli è stato suggerito l’oggetto sbagliato della propria responsabilità.

La politica non coincide con la morale. La morale giudica universalmente. Deve condannare ogni tortura, ogni repressione, ogni impiccagione, ogni massacro, indipendentemente da chi li compia. La politica, invece, nasce sempre da una responsabilità situata. Io non posso impedire a Teheran di impiccare un dissidente. Posso però contestare il mio governo quando decide di partecipare a una guerra, di finanziare un conflitto o di sostenere strategie che considero disastrose. La differenza è enorme.
Il potere contemporaneo tende invece a cancellarla. Nasce così una nuova figura antropologica: il cittadino moralmente indignato e politicamente impotente.
Egli conosce perfettamente le violazioni dei diritti umani commesse dai nemici dell’Occidente ma ignora quasi tutto delle decisioni prese nei consigli dei ministri del proprio Paese, nei vertici della NATO, nelle istituzioni europee o nei grandi organismi finanziari. Il suo orizzonte morale è planetario. La sua capacità politica è nulla.
Le guerre cessano così di apparire come scelte politiche discutibili e diventano necessità morali. Se il nemico rappresenta il Male assoluto, ogni intervento contro di lui appare automaticamente giustificato. La geopolitica viene assorbita dalla teologia. Non esistono più interessi, strategie, equilibri, errori. Esiste soltanto la lotta tra il Bene e il Male.
È precisamente questa trasformazione ad aver accompagnato le grandi guerre degli ultimi decenni. L’Afghanistan doveva essere liberato. L’Iraq doveva essere democratizzato.
La Libia doveva essere salvata. La Siria doveva essere ricostruita. L’Ucraina deve essere difesa. Ogni guerra viene raccontata come una missione etica. Ogni critica diventa sospetta. Il dubbio viene assimilato alla complicità con il nemico.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La guerra non costituisce più un’eccezione ma diventa
l’ambiente permanente della politica globale. La distruzione di Gaza rappresenta forse il punto più alto di questa mutazione. Non soltanto per la quantità della violenza ma perché essa convive perfettamente con la normalità delle nostre società. I mondiali di calcio continuano. Le vacanze continuano. I festival continuano. I mercati finanziari continuano. Perfino l’orrore viene amministrato secondo la logica dello spettacolo.
Qualcuno, dopo Auschwitz, scrisse che non sarebbe più stato possibile fare poesia. E noi infatti non ne produciamo più: preferiamo parlare dei film di cassetta.
È questa la vera vittoria del tecnocapitalismo oligarchico!