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La rana americana

di Enrico Tomaselli - 02/08/2026

La rana americana

Fonte: Giubbe rosse

Come in ogni farsa che si rispetti, anche la comunicazione trumpiana del conflitto nel Golfo Persico ha le sue gag - solo che francamente sono fin troppo ricorrenti. Ripeterla una, due volte, magari tre - purché ben posizionate all’interno della narrazione - può ancora essere efficace, ma così diventa solo un cliché stancamente ripetuto. C’è chi ha tenuto il conto, dall’inizio della guerra - 28 febbraio 2026 - sono ormai 67 volte che Trump fa TACO (Trump Always Chicken Out). Sessantasette. E ormai i tempi sono sempre più ravvicinati, brucianti, perché se la gag non fa più effetto in sé bisogna puntare tutto sulla tempistica.
Quindi venerdì sera dici che scatenerai l’inferno, e domenica mattina hai già fatto completa marcia indietro.
E, ovviamente, ormai tutto questo non ha più alcun effetto sui mercati energetici, è decisamente troppo inflazionato il giochetto.
Ma il copione resta invariato, insensibile ai fischi che vengono dalla platea.
Mohammad Bin Salman ha telefonato al presidente Trump e gli ha chiesto di non attaccare l'Iran.
Trump: "l'Iran e altri paesi del Medio Oriente ci hanno appena chiesto di astenerci da qualsiasi attacco."
Teheran: "L'Iran non ha chiesto a Trump di non attaccare".
Che i paesi del Golfo ne abbiano le scatole piene (e le tasche vuote...) di tutto ciò è fin troppo chiaro, e di sicuro non hanno aspettato l’ultimo momento per farlo sapere a Washington. Appena ieri si registrava un appello disperato del sovrano del Bahrain all'Iran: "Per il bene del Profeta di Allah, non attaccateci!" A cui il Ministero degli Esteri iraniano ha risposto ricordando le responsabilità del regno e, quasi incidentalmente, che questo è nato da una secessione dal territorio iraniano...
Il problema è sempre e solo uno, e si chiama esaurimento. Delle munizioni d’attacco a lungo raggio (Tomahawk in primis), di quelle antimissile (Patriot e THAAD), nonché della Strategic Petroleum Reserve USA. Insomma, gli Stati Uniti sono alla canna del gas... Ed a scarseggiare è soprattutto la visione strategica - per non parlare del coraggio. Perché ovviamente ce ne vuole, e tanto, per riconoscere di aver trascinato (o di essersi fatto trascinare) il paese in una guerra clamorosamente persa, e di non sapere come uscirne.
Intanto, il New York Times ci fa sapere che gli alleati degli Stati Uniti ritengono che la guerra condotta dall'amministrazione Trump contro l'Iran stia andando incontro a una sconfitta strategica. E questa è chiaramente la percezione soprattutto dei paesi dell’area, che hanno perso molto e rischiano di perdere moltissimo (oltre al Bahrain, il Kuwait, a sua volta ex-provincia irachena).
Sarebbe però un errore clamoroso ricondurre tutte le responsabilità a Trump. A parte il fatto che ci sono esponenti - civili e militari - della sua amministrazione che continuano a voler continuare la guerra, non si registra alcuna vera iniziativa per uscire da questo loop; neanche il sempre citato J.D. Vance - a mio avviso decisamente sopravvalutato - riesce ad andare oltre piccole e temporanee smarcature. È lapalissiano che continuando ad andare avanti così la posizione statunitense sarà sempre più debole, e quella iraniana sempre più forte. Ergo, più tardi se ne esce, peggio sarà, perché Washington dovrà accettare condizioni più dure. E ormai a Teheran sono sin troppo consapevoli della inaffidabilità americana, quindi qualsiasi negoziato - quando arriverà il momento di quelli veri - richiederà passi concreti prima di avviarsi: stop alle sanzioni, restituzione dei fondi iraniani rubati, ritiri israeliani e fine della guerra su tutti i fronti.
Ma non si vede nessuno alla Casa Bianca, o nei suoi dintorni, che abbia il fegato di dire “okay, ora basta. Andare avanti così non serve a nulla, cerchiamo il miglior compromesso possibile e torniamo a casa”. E questa mancanza di coraggio sta facendo soltanto salire la temperatura dell’acqua, mentre la rana USA si fa bollire. E Teheran ringrazia.