La repubblica degli idioti
di Pierluigi Fagan - 25/01/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
Nell’immagine la parte della mia ristretta biblioteca dedicata all’argomento “Democrazia”. Mancano tutti i filosofi politici, gli economisti, i testi e gli studiosi dei Greci antichi e i testi di storia specie antica che stanno da altre parti. Solo per dire che è un argomento complesso sebbene i più pensano di conoscerlo.
Appena terminata la lettura dell’ennesimo studio dell’argomento nel pensiero politico occidentale (P. Butti de Lima, Democrazia, Le Monnier Università, 2019, dalla scrittura non invitante), ho trovato riferite due posizioni già espresse in pensatori del passato che però mi permettono di commentare.
La prima è formale attiene cioè alla forma del voluminoso contributo di critiche e idee prodotto dalla lunga sequenza di filosofi politici che ne hanno parlato ed è di Machiavelli. Il fiorentino aveva simpatie per il governo popolare, forse poco note e nei Discorsi sentenzia che sino ad allora (ma vale anche per il dopo di allora) gli intellettuali si erano conformati al potere dominante per cui straparlavano contro il popolo tanto quanto erano cauti e servili quando parlavano dei dominanti.
In effetti, la casta intellettuale, spesso non solo è generalmente parte del potere in atto o risente dei suoi condizionamenti (anche gli intellettuali “tengono famiglia”), ma si diletta spesso a parlare di cose che neanche conosce e più spesso si riferisce a concetti astratti o l’uno fa polemica contro l’altro stante che entrambi parlano di cose appese per aria.
Va ricordato che la trasmissione romana e cristiano-medioevale ha visto bene di perdere tutti i testi politici antico-greci, tranne quelli contro la democrazia dall’Anonimo Oligarca a Platone. Quanto ad Aristotele la meritoria “Politica” torna in lettura solo nel ‘200-‘300 poiché ritrovata nelle biblioteche musulmane spagnole in seguito alla Reconquista. Niente Protagora, niente Anassagora, niente Democrito (o solo frammenti), Clistene o Efialte chi li ha visti? Di Pericle solo un discorsetto riferito da Tucidide che aveva simpatie oligarchiche. Un sistematico sterminio delle fonti.
Fino al 1880 quando per caso vennero rinvenuti antichi rotoli di pergamena in Egitto di quella che chiamiamo “La Costituzione degli Ateniesi” (erroneamente attribuita ad Aristotele), tutti i pensatori politici che hanno discettato sulla democrazia ateniese, non si sa di cosa stessero parlando ignorando la complessità delle sue forme procedurali e funzionali ben oltre l’istituto assembleare dell’ecclesia.
Tutti i Romani hanno scritto sotto il potere della forma imperiale. Per mille anni tutti i medioevali hanno scritto sotto la forma della doppia monarchia del re o del principe e della Chiesa con papa delegato da Dio. I moderni hanno scritto da dentro il dominio di élite determinate dalla ricchezza. Noi occidentali, non siamo mai stati “democratici”, né nei fatti, né nel pensiero.
Così, fatta parziale eccezione per un secondario Spinosa, Rousseau e alcuni minori, una stimabile cinquantina di filosofi, giuristi, studiosi dal V secolo a.C. all’altro ieri, ha fatto coro quasi unanime contro il concetto che pure si vuole identificare oggi come essenza della tradizione occidentale. Tale consenso semi-unanime ha fatto massa nella formazione del pensiero politico generale.
Tra questi, spiccano i liberali, con le loro lagne sulla “libertà” intenti a pervertire il significato proprio di democrazia svuotandone il nome e riempiendolo poi di lodi per il sistema rappresentativo-parlamentare-costituzionale che è un regime misto con un Uno determinato da Pochi, in qualche modo votati una volta ogni quattro anni da gente che non sa nulla della reale complessità dei fatti attinenti al proprio Stato e la cui delega è spesso priva di contenuto ed è non revocabile. Peggio ancora quando l’Uno è determinato direttamente dai Molti. Il sistema rappresentativo è oligarchico di sua definizione (viepiù se la delega è vaga, il voto dilatato e il tasso culturale della società basso e al posto dell’informazione c’è la propaganda) a volte repubblicano ma altre volte (vedi Inghilterra) neanche tale. Secondo i più accreditati “scienziati” politici, la delega politica è storicamente di origine aristocratica.
Di contro abbiamo i social-comunisti che parlano criticamente per lo più di forme economiche da un secolo e mezzo e non si capisce mai bene come pensano politicamente di cambiare lo stato di cose che criticano o costruire fattivamente, cioè politicamente, il mondo che vorrebbero. Baloccatisi a lungo con il concetto di “rivoluzione” (ed altre idee bizzarre come la “dittatura del proletariato” e l’estinzione dello Stato), tornati alla realtà, non sono andati oltre l’accettazione acritica del sistema liberal-pseudo democratico che democratico non è già nelle sue fondamenta e a parte la decennale deriva post-democratica recente.
La seconda nota interessante ed anche più fondamentale nel discorso sulla democrazia è di un giurista tedesco post-weberiano degli anni ‘20, tale Richard Toma, il quale nota che la questione davvero fondamentale in termini di logica politica non va oltre quanto già scritto da Erodoto due millenni e mezzo fa ovvero rispondere alla domanda “chi decide?”. Chi decide delle tante cose che danno forma e sostanza alla vita politica di una comunità? Uno? Pochi? Molti?
In tal senso, per il Toma, democrazia è solo: “comunità di tutti i cittadini adulti che governa sé stessa”. Cittadini (ovvero connazionali diremmo oggi) di opinioni politiche e ideologiche del tutto diverse, possono e dovrebbero essere tutti ugualmente democratici. Oppure pensate sia meglio che le decisioni politiche siano riservate ai migliori (aristocrazia variamente determinata), i potenti (oligarchia variamente determinata), i ricchi (plutocrazia) ovvero un qualche forma di élite di cui vi fidate facendovi loro servi volontari? O preferite un uomo (o una donna secondo altri contemporanei annebbiati), forte che “sa come si fa” e vi guida come un buon padre (o madre) di famiglia come foste bimbi smarriti? E che garanzie avete che costoro quando eserciteranno il potere concreto effettivamente corrisponderanno alle vostre necessità e opinioni?
Dovremmo iniziare dalla forma preliminare della decisione politica. Solo dopo ci saranno gli amanti dell’uguaglianza o del merito asimmetrico, della libertà individuale o delle opportunità (libertà da o libertà di), del socialismo o del libero mercato, del progressismo o del conservatorismo, dell’individualismo o del comunitarismo, tutte opinioni legittime che nella democrazia si disputeranno la preminenza di maggioranza, semplice, qualificata o persa nell’estenuante ricerca dell’improbabile unanimità.
Ne conseguono molte e diverse cose. Ma la più importante è il tasso di acculturazione generale e viepiù politica (sociale, economica, geopolitica, logistica, educativo-culturale etc. etc.) del gruppo umano che si vuol dare un modo democratico di prendere le decisioni. È chiaro che ci deve essere una formazione potente, costante e variegata, una informazione davvero plurale, una distribuzione della conoscenza se non perfettamente egalitaria almeno tendente a…, ampie e continue possibilità di scambiarsi informazioni, idee e giudizi in forma di dibattito. Tutte cose che richiedono tempo personale e sociale da erodere al tempo di lavoro e al tempo di cura di sé e delle proprie incombenze materiali. Come altro decidere se non sai di cosa devi decidere? Decidere della forma associata è capire che logica strutturale reale ha e sopra poggiarci la propria opinione, occorre avere responsabilità civica e culturale per un impegno del genere.
Quello che spesso non capiamo è che la democrazia è “solo” un regolamento dell’intenzione sociale che dipende dal tasso culturale della società. Dove una società diventa adulta e decide di sé da sé. Il problema solo in un secondo tempo è nelle sue forme, materia da giuristi o economisti o teorici politici o nei vari contenuti del menù politico comunque poi da decidere assieme, in primis dipende dallo spessore e dalla vivacità culturale del gruppo sociale. Come ogni agricoltore sa, il problema non è la pianta ma l’irrigazione, la concimazione, la salinità del suolo, i parassiti, il clima ovvero nelle condizioni di possibilità intorno alla pianta.
Nella nostra immagine di mondo, quella ateniese fu la prima democrazia quando invece fu più o meno l’ultima. La nostra forma di regolamento politico è detta “democrazia” ma non lo è né nei principi, né nei fatti. Siamo convinti sia storicamente una prerogativa occidentale cosa del tutto falsa. Non c’è “una” democrazia, ma molte forme, ha poi le sue possibili patologie (demagogia) che vanno curate, ma non sono inevitabili mali intrinseci alla forma. Non c’è alcuna dicotomia tra “diretta” e “rappresentativa” quando oggi non si potrebbe far diversamente che avere forme complementari tanto dell’una, che dell’altra. Non c’è alcuna tempesta ideologica da alimentare per dire che dovrebbe esser così o colà, sarà come la comunità di cittadini deciderà con metodo democratico sarà. Tutto sta a come metterli nelle condizioni di possibilità di farlo.
Viviamo in società che ti ossessionano con la necessità di formarsi ed assumere competenze personali, tenersi in forma e salute, vestirsi e apparire così o colà, occuparti di te, ma che parimenti ti invita a non occuparti del fatto che ognuno di noi è socio naturale della società in cui vive. C’era una parola greca antica che indicava un cittadino privato, disinteressato agli affari pubblici e alla politica, concentrato solo sui propri affari personali: Idiotes (ἰδιώτης). L’idiotismo politico è coltivato intenzionalmente da cinquanta anni in accordo a quanto diceva il marchese d’Argenson: Laissez faire cioè “lasciateci fare”.
Le nostre repubbliche (res publica, la cosa pubblica) sono in mano ad un coltivato branco di idioti dediti alla servitù volontaria, altro che democrazie.
