I rapporti USA-Italia
di Mario Porrini - 16/07/2026

Fonte: Italicum
Il recente scontro, di natura soprattutto personale, sorto tra Donald Trump e Giorgia Meloni, ha riacceso i riflettori sul rapporto di sudditanza dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti. Negli ultimi due anni, facendo leva su quello che presumeva fosse un legame privilegiato con Trump, la Meloni aveva tentato di accreditarsi come anello di congiunzione, “un ponte”, secondo la definizione da lei stessa coniata, tra Europa ed USA. Fin dai primi giorni dall’elezione del presidente americano, aveva manifestato grande entusiasmo, professandosi subito sua grande estimatrice e questo atteggiamento aveva colpito il vanitoso Trump che l’aveva molto apprezzato, riempiendola a sua volta di complimenti. Fino a sei mesi fa, i rapporti tra i due sono stati ottimi, con la nostra presidente del consiglio, pronta ad assecondare tutti i capricci dell’inquilino della Casa Bianca. Con l’annuncio da parte di Trump, dell’istituzione di dazi commerciali sono cominciate ad emergere le prime crepe. L’entrata in vigore degli stessi, ha spiazzato la Meloni, convinta com’era di poterli, se non cancellare, almeno attenuare, grazie ai suoi rapporti personali. Successivamente, le dichiarazioni del presidente americano riguardo le mire di Washington sulla Groenlandia, hanno alzato ulteriormente il livello di tensione, essendo coinvolta la Danimarca membro dell’Ue oltreché della NATO ma il profilo basso tenuto dal nostro paese ha permesso di neutralizzare anche questo pericolo. Poi l’inquieto Donald ha ordinato l’attacco all’Iran e la Meloni, dopo alcune ore di silenzio, dichiarava, pilatescamente di “non condividere e non condannare” ma di fronte alle proteste dell’opinione pubblica si vedeva costretta ad uscire allo scoperto annunciando, attraverso un comunicato, che l’Italia aveva comunque negato l’autorizzazione agli aerei USA diretti in Iran a fare scalo nella base di Sigonella. Il ministro della Difesa Crosetto aveva in parte corretto ed attenuato la nota di Palazzo Chigi precisando come il diniego derivasse da una mancata richiesta preventiva, facendo riferimento ai trattati bilaterali tra i due paesi, salvo poi essere entrambi smentiti dal Segretario Generale della NATO, Rutte, che rivelava come fossero stati oltre 500 i voli militari americani diretti in Iran ad aver fatto scalo nelle basi italiane. Le dure parole di Trump contro Papa Leone XVI hanno fatto però divampare la polemica con Giorgia Meloni che dichiarava di giudicarle inaccettabili. La controreplica del presidente USA è stata durissima, affermando di essere scioccato dalle parole della premier italiana che riteneva fosse più coraggiosa ed ammettendo di essersi sbagliato nel giudicarla.
Il governo italiano ed il suo presidente del consiglio hanno cercato in tutti i modi di abbassare i toni e durante il vertice del G7 la Meloni ha fatto di tutto per avere un colloquio diretto, facendosi immortalare mentre sembrava catechizzare Trump, con tanto di indice puntato quasi a voler far intendere che fosse lei a dettare il tema della discussione, atteggiamento questo che, secondo alcune ricostruzioni, ha irritato ancor di più il suscettibile presidente americano che ha continuato a definirla ”inaffidabile”, riservandole parole non proprio carine. Da parte italiana, comunque nessuno strappo, certificato dalla folta delegazione governativa, senza Giorgia ma con Arianna Meloni ed il Presidente del Senato La Russa, tutti attavolati per ingozzarsi di hamburger a Villa Taverna, sede dell’Ambasciata USA a Roma il 4 luglio, in occasione della Festa dell’Indipendenza. In risposta a questo patetico tentativo di smorzare i toni, Trump ha fatto pubblicare un meme con una sua foto di fronte ad una Meloni che lo fissa con sguardo adorante, accompagnata da un commento ironico che sottintende un’azione di stalkeraggio di quest’ultima nei sui confronti.
Con questo ennesimo gesto volgare, il presidente americano ha passato il segno ed il gelido comportamento tenuto dalla permalosissima Giorgia Meloni al recente vertice NATO di Ankara, fanno pensare che difficilmente, nei prossimi mesi, la vedremo ancora scodinzolare davanti a Trump e ciò, se da una parte può farci piacere, dall’altra mette tristezza in quanto le decisioni in politica estera dovrebbero essere prese seguendo una chiara e lineare visione strategica e non frutto delle paturnie di una singola persona. Prendiamo comunque atto come grazie all’arroganza e maleducazione del presidente americano, l’Italia mostri un minimo di dignità.
La completa sottomissione ai voleri di Washington imputata a Giorgia Meloni appare certamente indiscutibile ma non dobbiamo dimenticare come i governi italiani, dal dopoguerra ad oggi, si siano trovati tutti sostanzialmente nello stesso stato di soggezione. I vari presidenti del consiglio che si sono succeduti, da De Gasperi in poi, non hanno mai goduto di piena libertà soprattutto in politica estera. Dal 1946, la democrazia italiana è rimasta bloccata, con un solo partito, la Democrazia Cristiana che godeva della piena fiducia americana, rimasta al governo ininterrottamente per 50 anni. Dopo tangentopoli, gli esecutivi che si sono avvicendati, tanto quelli di centro- sinistra quanto quelli centro-destra e compresi governi tecnici, si tutti sono dimostrati rispettosi e obbedienti agli ordini provenienti da Oltreoceano. Le cosiddette missioni di pace decise solo ed esclusivamente da Washington, in funzione dei suoi interessi strategici, hanno trovato l’Italia sempre pronta a partecipare con contingenti militari pagando, peraltro, un pesantissimo tributo di sangue, con oltre 150 caduti. Alla Sinistra indignata per il presunto servilismo della Meloni verso Trump, dobbiamo ricordare l’attacco voluto dalla Casa Bianca alla Serbia nel 1999, con bombardamenti da parte della nostra Aeronautica Militare ordinati dall’allora presidente del consiglio, Massimo D’Alema che guidava un governo sostenuto dal PD e votato da molti parlamentari che oggi criticano Meloni. Occorre inoltre rilevare che l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era vice presidente del consiglio del governo D’Alema. Lo stesso Sergio Mattarella, ministro della Difesa dal 1999 al 2001, sostenne che l’Italia non era stata informata sull’uso di uranio impoverito nei Balcani da parte degli Alleati e sulle sue conseguenze. Fu però smentito dalla Nato, i cui comandi dichiararono che l’Italia sapeva dell’uso di quel particolare tipo di proiettili, non solo nella ex Jugoslavia, ma anche nei poligoni di addestramento della Sardegna.
Chi ha mostrato di non voler sottostare ai diktat provenienti da oltreoceano ha fatto una brutta fine. Craxi ma anche Andreotti, dopo Sigonella, sono stati spazzati via dalla vita politica. L’uno accusato di corruzione l’altro di collusioni mafiose. Ma anche Aldo Moro, il cui sequestro e la morte sono avvolti da un alone di mistero che nessun processo o commissione d’inchiesta è mai riuscita a chiarire, ha pagato, molto probabilmente, la sua azione politica volta a portare, nel pieno della Guerra fredda, il P.C.I. al governo. Henry Kissinger rivolse ad Aldo Moro un duro avvertimento: «Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Altrimenti la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere».
Con lo sbarco in Sicilia del luglio ‘43, gli americani sono arrivati in Italia e non se ne sono più andati. Nel nostro paese ci sono oltre 120 basi militari, che sono funzionali alla strategia di controllo del Mediterraneo da parte statunitense. Su questo giornale, abbiamo più volte ricordato come questo mare - il “Medioceano” secondo la moderna geopolitica- rappresenti la rotta obbligata delle navi dall’Estremo Oriente all’Oceano Atlantico e come il suo controllo sia strategicamente fondamentale. Le minacce di Trump di abbandonare l’Europa al proprio destino rappresentano perciò un vero e proprio bluff, almeno per quanto riguarda l’Italia. Per la sua posizione strategica al centro del “Medioceano”, mai e poi mai gli USA abbandoneranno di loro iniziativa il nostro paese.
La sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, si estende però, ben oltre l’aspetto militare che già di per sé rappresenta un fattore determinante. Gli USA hanno in mano un’altra formidabile arma di pressione rappresentata dalla Big Tech.Noi siamo una nazione a sovranità limitata, anzi limitatissima, dal punto di vista digitale e tecnologico. Il cosiddetto “kill switch” permetterebbe agli americani di spegnere con un interruttore tutti i servizi digitali, nostri e dell’Europa intera. Rappresenta una forma di pressione in ogni negoziato, alla stregua della bomba atomica, che non si utilizza ma chi tratta con Washington sa che c’è. Una dimostrazione concreta del potere del presidente americano risale allo scorso 12 giugno quando Anthropic ha disattivato in tutto il mondo, esclusi i cittadini statunitensi, l’Intelligenza artificiale dedicata alla cybersecurity, ovvero Mithos e Fable5 e questo senza preavviso, perché era giunto l’ordine dalla Casa Bianca. Il servizio è stato blindato al pari di un’arma sensibile per la sicurezza nazionale, dunque Trump ha vietato di esportarla all’estero. Un click, e il servizio è sparito per tutti i clienti non americani. Non è dato sapere se e quando l’accesso sarà ripristinato o autorizzato. Questa azione avrà come conseguenza che il differenziale di capacità tra Stati Uniti ed Europa si amplierà ulteriormente. Ma questo differenziale è già una voragine. Secondo il prof. Michele Colajanni, dell’Università di Bologna “Ci vorranno vent’anni almeno per colmare la distanza tecnologica che ci separa dagli States”, avvisa “ma il percorso verso la sovranità va intrapreso subito, necessariamente e senza esitazioni”. L’Europa ci sta provando, mentre l’Italia resta saldamente ancorata al dominio tecnologico made in Usa, senza mostrare l’ambizione di sganciarsi. Lo stop a Mithos, non era certamente indirizza contro Bruxelles in quanto il vero bersaglio è la Cina, primo rivale geopolitico per Donald Trump, tuttavia l’allarme è risuonato anche nel Vecchio Continente. Per i servizi cloud e di posta elettronica, l’intera Europa è soggetta a Microsoft, Google e Amazon. Ma anche Oracle del trumpiano Larry Ellison gioca la sua partita. In Italia il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per la posta elettronica. Per paradosso, nel nostro paese, la dipendenza cresce nei settori strategici: nel campo energetico quasi 9 aziende su 10 usano caselle di posta made in Usa; nei trasporti la soglia è al 76 per cento. Mentre in Europa il settore bancario è uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi,al contrario, in Italia è uno dei settori che lo è di più (73%)”.Pubbliche amministrazioni e aziende strategiche dipendono fortemente da Big Tech, non solo per le e mail ma anche per il cloud, dove archiviare dati sensibili e software. Il mercato europeo vale oggi circa 112 miliardi di euro, ma oltre il 65% è controllato da tre grandi provider statunitensi, Google, Microsoft e Amazon. Questo dominio comporta chiaramente oltre all’evidente dipendenza strutturale dell’Europa rispetto agli USA, anche un enorme squilibrio sul piano degli investimenti e dei capitali necessari per sviluppare le infrastrutture digitali. Gli europei faticano trovare fondi per ricerca e sviluppo con le briciole che le restano, con la loro quota di mercato che è scesa ad un misero 13 per percento. Come detto, l’Italia ha affidato a Big Tech la nuvola dove ospitare le informazioni riservate delle pubbliche amministrazioni ed ha trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale che però utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy. Sempre per il Prof. Michele Colajanni la scelta di legarsi a Big Tech, per la “nuvola” con le informazioni sensibili, è apparsa un paradosso: “Abbiamo fatto il cloud nazionale e sovrano che si basa sulla tecnologia americana, sembra quasi uno scherzo e una presa in giro”.
I rischi di affidarsi ad aziende con sede fuori dai confini Ue sono concreti. Di punto in bianco, queste aziende potrebbero decidere modifiche unilaterali delle condizioni dei servizi forniti, con variazioni significative degli stessi, dall’aumento dei costi di erogazione all’interruzione del servizio. La vulnerabilità tecnologica dell’Italia è ad ampio spettro: quanto ai dispositivi di rete al software, noi non abbiamo nulla, dunque ci affidiamo agli Usa e alla Cina. Lo stesso discorso vale per gli altri paesi europei e per questo Bruxelles sta provando ad invertire la rotta. Lo scorso 3 giugno la Commissione Ue ha adottato il pacchetto “Sovranità tecnologica”, con una lista di misure per rafforzare l’autonomia digitale dell’UE. La linea è quella di garantire una parte degli appalti pubblici alle aziende dell’Ue, per far nascere e crescere un’industria europea davvero sovrana. Autorità di Paesi come Francia e Paesi Bassi starebbero rimuovendo in modo discreto tecnologie statunitensi dai propri sistemi, adottando software open source europei e invitando i funzionari pubblici a non usare più Microsoft Teams o Office. I governi europei starebbero studiando dove conservare i dati, come processare i pagamenti in caso di nuove tensioni con Washington e verificare quanto le armi prodotte negli Stati Uniti possano funzionare senza autorizzazione americana.
L'obiettivo è ridurre la dipendenza da tecnologia, infrastrutture digitali e potenza militare statunitensi senza provocare una rottura aperta con Washington. L’Italia al momento appare ancora più indietro rispetto agli altri paesi del Vecchio Continente e malgrado le liti Meloni Trump, a breve e medio termine, non può fare a meno del Big Tech. Nei prossimi anni, ci saranno nuovi inquilini tanto alla Casa Bianca quanto a Palazzo Chigi ma indipendentemente dagli attori, se le cose non cambieranno radicalmente, lo strappo tra Italia ed USA sarà comunque impossibile. La strada che i paesi europei stanno timidamente intraprendendo rappresenta la sola possibilità di emanciparsi dal giogo statunitense oltre che da quello cinese, continuare a programmare investimenti, a medio e lungo termine, su ricerca e sviluppo soprattutto nei campi hi tech, comunicazioni, armamenti. I tempi si preannunciano lunghissimi, nell’ordine di decenni ma è la sola strada percorribile se vogliamo rendere finalmente liberi i nostri figli ed i nostri nipoti.
