Un leader solitario non ci salverà
di Marcello Veneziani - 16/07/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Marine Le Pen, Nigel Farage, Alice Weidel, Santiago Abascal e da noi Roberto Vannacci (che per molti versi è Giorgia Meloni del ’22, antemarcia, prima del governo). Sono loro i sovranisti, i nazional-populisti che preoccupano l’establishment europeo e il mainstream che ci circonda. E altri leader in nazioni di minor peso, rispetto alla Francia, l’Inghilterra, la Germania, la Spagna e l’Italia, ne fanno il verso o sono già al governo delle loro nazioni. A tutti loro si contrappone non solo l’ostilità dei poteri e dei media, ma anche dei magistrati: prima o poi il fuoco di sbarramento giudiziario li toccherà tutti, come ha toccato già la Le Pen e Farage per azzopparli nella corsa al potere. Noi in Italia lo sappiamo bene.
L’allarme rimbalza periodicamente su tutta la stampa e i retrobottega del potere, è l’unica novità minacciosa in un quadro politico stagnante, privo di slanci e di iniziative, incartato sui temi delle guerre, del riarmo e del contrasto alla Russia, che ancora allinea l’Europa e da noi unisce pure la destra di governo e il Pd.
La domanda preliminare è: c’entrano qualcosa con Donald Trump, ne sono la versione europea? Direi di no, anche se sono sulla stessa onda. Sono antecedenti a Trump, provengono quasi tutti da storie diverse, hanno un vissuto politico e a volte ideale che non ha nulla a che vedere col Tycoon. Prima della rielezione di Trump li avremmo magari accomunati, oggi non più, Trump va per conto suo, è un Egocrate, risponde solo a sè stesso contro il resto del mondo. Ma indubbiamente, in questo momento, il ciclone Trump danneggia anziché giovare questi leader e i loro movimenti, è un esempio che scoraggia, allarma, induce alla prudenza verso fenomeni ritenuti analoghi.
Oltre questo tema di partenza, sorge una seconda questione: esprimendo ciascuno una sorta di fierezza nazionale, di orgoglio “patriottico” potranno a loro volta allearsi, converrà loro farlo, o tenderanno piuttosto a ignorarsi, ad andare ciascuno per conto proprio, col rischio però di essere più deboli perché più isolati? Già, il tema-ossimoro dell’internazionale delle patrie, o se vogliamo rendere ancora più stridente il contrasto, l’internazionale dei nazionalismi. Dovranno poi valutare poi se aprirsi all’ipotesi di allargare il loro fronte d’intesa anche ai moderati e a coloro che non condividono la linea anti-establishment, col rischio di annacquarsi.
Ma la questione centrale resta invece un’altra, su cui insistono non a torto i critici di questi leader nazionalpopulisti: una volta andati al governo saranno davvero al potere oppure no, cosa potranno realmente fare per dare il segno di una svolta, saranno cooptati e infine neutralizzati, o quanto potranno durare in posizione di rottura col potere euro-occidentale, inclusa la Nato? Riusciranno a mantenere la linea che attualmente hanno, stando all’opposizione, o dovranno allinearsi all’establishment come fa la Meloni? Migranti, sicurezza, identità nazionale, difesa della famiglia, natalità, cultura antiwoke, pericolo islamico… Che fine faranno questi cavalli di battaglia?
Qui si ripropone un tema che è il tallone d’Achille di queste leadership: sono incentrate sul capo, ma hanno scarse classi dirigenti, ranghi spesso inadeguati a governare, raccogliticci, o adatti a un partito d’opposizione e di piazza. Dovranno dunque giocoforza dar luogo a compagini improvvisate o abbondantemente infarcite di corpi estranei, di tecnici o di esperti capaci. Insomma, è forte la probabilità che quei leader non riusciranno ad essere all’altezza delle aspettative popolari e delle promesse precedenti, anche perché – come ben sappiamo – l’interdipendenza dei governi e il peso dei consessi internazionali, il raggio sempre più limitato di azione e di sovranità dei governi darà a loro poche possibilità di compiere svolte, cambiamenti, riforme. È quello che abbiamo sperimentato noi in Italia in questi quattro anni, come era del resto prevedibile. Classi dirigenti inadeguate, pressioni internazionali troppo forti, condizionamenti e direttive europee, Nato, atlantiche, compromessi, ricatti, interferenze; e dall’altra parte, in solitudine, il leader, il capo voluto dal popolo. Un capo senza coda, senza corpo, a volte senza una mente collettiva, senza braccia, ostaggio del potere di cui dovrebbe essere il sovrano, ridotto a icona mediatica o influencer…
Potremmo sbrigare la faccenda come fanno in tanti dicendo che questo è il limite vistoso dei movimenti nazionalisti e populisti, che cercano il Capo risolutore ma alla fine si rivelano velleitari. Certo, questa è la fotografia. Ma se facessimo poi la radiografia, l’ecografia del potere in relazione alla società, ci accorgeremmo di una cosa: in una situazione sociale così disgregata, non è più possibile coltivare progetti alternativi e scalate davvero il potere sul piano politico. Viviamo in una società dispersa, sfilacciata, dis-integrata, molecolare, atomizzata, dove è praticamente impossibile far nascere un movimento, un organismo sociale, un partito. Non ci sono più luoghi attivi di formazione, selezione e reclutamento. La solitudine globale, la frammentazione, taglia alle radici la possibilità che nasca “la politica”: solo piccole consorterie finalizzate alla carriera e al mutuo soccorso. Insiemi chiusi, fedeltà di tipo feudale e personale verso il signore.
In una società depoliticizzata come questa, costituita da masse di individui separati da ogni contesto sociale e comunitario, senza più una storia e una passione comune, è praticamente impossibile far nascere un vero corpo politico, motivato e coeso che si fa movimento o partito. Sono possibili solo opinion-leader più che veri capi politici; influencer, più che guide a capo di movimenti realmente diffusi e radicati nell’ambito civile e sociale (gli unici movimenti sono social). Leadership estemporanee e fluttuanti. Anche Marine Le Pen che proviene da una forza politica con più di 50 anni di storia, strutturata e ramificata in Francia da decenni, che ha resistito ad attacchi ed esclusioni di ogni tipo, oggi sta velocemente riconvertendo il suo movimento, non solo sul piano delle idee ma anche strutturale per tentare la scalata alla guida del Paese.
Insomma, la solitudine dei capi politici e la loro scarsa possibilità di incidere nella realtà non dipende dalla debolezza dei singoli leader e movimenti, o dalla velleitaria fragilità delle loro ideologie, ma è frutto di un assetto di sistema che impedisce a priori il formarsi di una struttura solida e plurale in grado di diventare forza politica, soggetto collettivo.
Lascio ai dietrologi il compito di dire se è frutto di un complotto ordito a tavolino, un disegno prestabilito oppure è una tendenza che nasce spontanea dalle nuove configurazioni sociali. A naso, e senza azzardarmi a indicare le percentuali, dirò che sono entrambi verosimili e magari si condizionano a vicenda. Ma intanto si può dire che chi aspetta il Salvatore, il Capo carismatico che capovolgerà la situazione, è un generoso ottimista che crede ancora alle favole e ai comizi nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e del selfie.
