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La tradizione indoeuropea presso i Celti

di Jean Haudry - 31/10/2026

La tradizione indoeuropea presso i Celti

Fonte: GRECE Italia

Con i Celti entriamo a pieno titolo, senza alcuna ricostruzione preliminare, negli ultimi due periodi della tradizione indoeuropea: la società basata sui lignaggi, caratterizzata dai quattro cerchi e dalle tre funzioni, che è quella dei regni celtici del periodo storico, e la società eroica, che è quella dei fíanna. Tutto ciò che, nel mondo greco-romano, appartiene a un passato mitico è ancora vivo.

1. La società dei quattro cerchi e delle tre funzioni

L’antica società irlandese, così come emerge dai testi in medio-irlandese, si fonda sulla tribù túath (*tewtā) governata da un re, rí (*rēg-s). La formula del giuramento degli eroi irlandesi «giuro il giuramento che giura la mia tribù» illustra l’importanza di questa cerchia di appartenenza. L’evoluzione della società ha portato alla creazione di unità superiori e, di conseguenza, a una gerarchia dei re: vi sono gli «alti re», i «re degli alti re» e, al di sopra di essi, il re d’Irlanda. A ogni livello è collegata un’assemblea. Al di sotto della tribù si trova la famiglia di quattro generazioni, derb-fhine «famiglia certa», che succede sia al villaggio clanico sia alla famiglia della società precedente; il lignaggio propriamente detto, fine, qui come altrove, è riservato alle famiglie nobili.

La società è composta da tre caste: quella dei druidi, quella dei nobili e quella degli uomini liberi. Questa istituzionalizzazione della triade delle funzioni, che si riscontra solo nel mondo indo-iraniano, può essere considerata sia come una conservazione comune e quindi un arcaismo, sia come un’evoluzione parallela e, data la distanza geografica, indipendente. Come nel mondo indo-iraniano, gli schiavi, che sono solitamente prigionieri di guerra, non fanno parte della società. È noto che questa organizzazione è servita da modello per la società dei tre ordini del Medioevo occidentale: la società germanica da cui essa derivava non prevedeva una casta sacerdotale e non poteva quindi fare spazio al clero cristiano. La società medievale irlandese è quindi più vicina alla società vedica del secondo millennio che alla città-stato greca o, a maggior ragione, alla repubblica romana o all’impero romano. Le sue istituzioni e i suoi costumi confermano questo carattere arcaico. Il re è soggetto a vari divieti (geis), la cui violazione comporta calamità pubbliche; lo stesso vale per il suo obbligo di «verità», ovvero soprattutto di giustizia. Anche la pratica magica della dichiarazione di verità e quella del digiuno del creditore sono arcaismi. Le diverse modalità del matrimonio sono in parte parallele a quelle del diritto indiano. Lode e biasimo sono i meccanismi essenziali di questa società in cui l’onore è considerato il valore centrale. Si tratta di una società puramente rurale, in cui la città è sconosciuta. Lo stesso vale per la moneta: tutti i pagamenti avvengono in bestiame.

2. La società eroica

Ai margini di questa società esiste una contro-società istituzionalizzata che riflette gli ideali, i valori e i comportamenti della società eroica: la fían, un gruppo di giovani guerrieri, i fíanna, che pur provenendo dalla nobiltà vivono al di fuori della società come i vrātya indiani, i marya iraniani, i berserkir scandinavi. Entrando a far parte della fían, abbandonano il proprio lignaggio. Come indica un’antica etimologia del loro nome, fíanna a venatione, vivono di caccia, ma anche di varie forme di predazione. Marie-Louise Sjoestedt li ha definiti in questi termini: «I fíanna sono compagnie di guerrieri-cacciatori, che vivono sotto l’autorità dei propri capi, conducendo una vita seminomade; vengono rappresentati mentre trascorrono la stagione della caccia e della guerra (da Beltine a Samain) percorrendo le foreste d’Irlanda, all’inseguimento della selvaggina, o conducendo una vita di guerriglia; racconti più recenti li descrivono come i difensori ufficiali del paese contro gli invasori stranieri, ma tutto indica che si tratti di uno sviluppo secondario del ciclo. Durante la stagione sfavorevole (da Samain a Beltine) vivono principalmente sul territorio alla stregua di truppe acquartierate presso la popolazione locale. Non obbediscono al potere reale, con il quale i loro capi sono spesso in conflitto». Questo conflitto con le autorità della società fondata sul lignaggio è tipico della società eroica. Ad esso si aggiungono i conflitti interni ai clan dei Fíanna, di cui si trovano numerosi esempi nel ciclo di Finn.

In Gallia, anche la società basata sui legami di discendenza delle comunità naturali è messa in discussione, ma dall’interno, da solidarietà elettive, come ha osservato Cesare nel De bello gallico, 6,11: «In Gallia, non solo tutte le città, tutti i cantoni e le frazioni di cantoni, ma, si può dire, tutte le famiglie sono divise in fazioni rivali; a capo di queste fazioni vi sono gli uomini ai quali si attribuisce maggiore autorevolezza; spetta a loro giudicare in ultima istanza su tutte le questioni da risolvere e su tutte le decisioni da prendere. Si tratta di un’istituzione molto antica che sembra avere lo scopo di garantire a ogni uomo del popolo una protezione contro chi è più potente di lui: infatti il capo di fazione difende i propri seguaci dalle azioni di violenza o di astuzia e, se agisce diversamente, perde ogni credibilità. Lo stesso sistema governa la Gallia nel suo insieme: tutti i popoli vi sono raggruppati in due fazioni». Inutile dire che Cesare trasse da questa situazione un vantaggio decisivo. La gestione di tale dinamica dimostra come, ancora in epoca tarda, le realtà della società eroica dell’età del bronzo coesistessero con quelle della società clanica risalenti al Neolitico.

3. Formulario e gruppi di nozioni

Eppure, paradossalmente, i testi non ci tramandano praticamente nulla della formula tradizionale, e la triade delle funzioni è assente dai racconti e, in particolare, dalla mitologia. Non si può spiegare l’assenza della formula con il carattere orale della tradizione, alla quale i druidi erano legati tanto quanto i loro omologhi indiani e iraniani, poiché una moltitudine di leggende ci è stata tramandata proprio in questo modo. La ragione principale è che questi racconti sono in prosa; la poesia, ambito privileged della formula, vi compare solo sporadicamente. L’assenza delle tre funzioni, sorprendente in una società trifunzionale, si spiega con il fatto che i racconti si basano in gran parte su tradizioni che risalgono al periodo più antico, quello della «religione cosmica» e dell’habitat circumpolare, di cui l’Irlanda conserva il ricordo con le sue «Isole a nord del mondo», dove le «tribù della dea Dana», ovvero gli dei del pantheon irlandese, «appresero il druidismo, la scienza, la profezia e la magia, fino a diventare esperti nelle arti della scienza pagana». Si tratta di una testimonianza diretta dell’origine polare della più antica tradizione indoeuropea. Un buon esempio è la concezione dell’«eroe», così come sintetizzata da Philippe Jouët nell’articolo corrispondente del suo Dizionario della mitologia e della religione celtica, di prossima pubblicazione: «Si può quindi attribuire alle culture celtiche una dottrina di eroizzazione, derivante da una concezione preistorica secondo cui la sopravvivenza effettiva dipendeva dalla capacità di superare l’inverno. Tradotta in metafore, questa concezione ha dato origine a miti e dottrine. Grazie alla sua capacità di dominare l’oscurità ostile, l’eroe raggiunge un luogo solitamente insulare, talvolta sotterraneo quando la terra nera equivale all’oscurità, dove riceve i segni della sua promozione: illuminazione solare, favore delle Aurore, tesori, «frutti dell’estate» scoperti in pieno mese di novembre, gloria e fama. L’antico schema celtico dell’incursione nel Síd, il mondo dei Tumuli incantati, assume tutto il suo significato in questa prospettiva. È in questo modo che vanno spiegate le metafore, le immagini, gli scenari mitologici ed epici più arcaici della tradizione celtica». Un «eroe» di questo tipo non ha molto in comune con quello della società eroica, ma illustra la parentela formale tra il suo nome greco hērōs e quello della dea Hērā, «Bella stagione».

 

(da Les peuples indo-européens d’Europe)

 

(Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli)