Meloni ha perso il tocco magico, soprattutto sui giovani
di Carlo Galli - 25/03/2026

Fonte: MOW
“Il silenzio su Gaza, Iran e sulle accise non è piaciuto agli italiani”. Il “No” al referendum nasce da un voto d’emergenza: mobilitazione trasversale e giudizio politico sul governo. I giovani sono i veri protagonisti, ma lontanissimi dai partiti che non riescono a decifrarli. L’opposizione non intercetta, la maggioranza perde smalto. E ora si apre una fase di equilibrio instabile. La profezia del filosofo politico, Carlo Galli
Il fronte del No è riuscito a mobilitare tutti. Dal primo all’ultimo, ed è stato un voto segnato dall’emergenza”. Questa è la sentenza del filosofo Carlo Galli, già Professore di filosofia politica presso l’Università di Bologna a proposito degli esiti del referendum sulla riforma Nordio. In una recente intervista rilasciata a MOW a cura di Gianmarco Serino, Galli aveva in qualche modo profetizzato il presente, una profezia non certo allegra, ma piuttosto precisa e che oggi s’inserisce nel quadro squallido delle dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. Al di là di questa triste vicenda che descrive un lato “malato della politica italiana che interessa perlopiù gli addetti ai lavori”, la verità sull’esito di questo referendum è ben più profonda. “A livello politico-istituzionale, si è percepita l’emergenza di veder sconvolto l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione. Poi c’è stata una diversa emergenza, diciamo, di carattere politico. Sono andati a votare tutti coloro che hanno voluto dare un giudizio complessivo sulla Meloni, giudizio che da quando è andata al governo, cioè dalle elezioni del 2022, non era ancora stato espresso. Che sia qualche cosa di proprio o di improprio, di fatto il referendum è stato adoperato e percepito come il veicolo per esprimere un discreto dissenso nei confronti del governo, soprattutto per quanto riguarda la politica internazionale. Il suo appoggio a scatola chiusa nei confronti di Trump e Netanyahu è stato molto sofferto dai giovani, che in fine hanno votato per il no”.

Tra l’altro questo voto arriva da una fascia sociale che né il governo, ma tanto meno l’opposizione, pare aver compreso appieno. Piazza del Popolo era quasi completamente deserta alla chiusura del referendum. Un’immagine plastica del vuoto politico che regna anche all’opposizione. Daniele Silvestri si è esibito davanti a circa cinquanta persone e di giovani non ce n’era neanche uno. “Le nuove generazioni hanno espresso il loro voto non perché gliel’abbiano imposto i partiti. Qualcosa di simile è accaduto il 7 ottobre. La marcia per Gaza è stata spontanea in tutta Italia e così ieri è stato il voto contro la riforma Nordio. Questa è secondo me una grande notizia. C’è vitalità e questo dimostra la grande attenzione da parte dei giovani nei confronti della politica. Hanno dimostrato, con questo voto, la capacità di muoversi con le proprie gambe, di pensare con la propria testa. Questo a sua volta significa che i partiti politici, i politici di professione, non riescono a decifrare
la società
. Per questo si sorprendono del risultato”. Conte e Schlein, infatti, commentando la vittoria hanno dimostrato proprio questo. Il leader dei Cinque Stelle si è subito pronunciato (addirittura durante gli exit poll) a proposito di candidati, tralasciando la questione del programma politico. Un ulteriore incentivo, insomma, per proseguire la strada dell’astensionismo che questo referendum sembrava aver interrotto. “Utilizzare il referendum come predittivo per il voto politico è improprio. È improprio anche perché, come ha detto lei, il voto politico deve trovare una risonanza nell’anima, nello spirito dei votanti. Il voto referendario l’ha trovata. Il voto politico finché la politica resta confinata alle manovre di palazzo, non la trova e quindi ci sarà di nuovo grande astensionismo e quello che è successo nel referendum rimarrà un caso isolato”. D’altronde l’ubriacatura per un simile risultato rischia di rendere miopi i politici di professione ossessionati dalle dinamiche interne al loro partito. Si pensi al Pd di Elly Schlein. Questa vittoria del No avvantaggia la segretaria contro i suoi aguzzini e riformisti che ne escono indeboliti fortemente. “E’ pur vero che Schlein non si è spesa moltissimo per il referendum. Non lo ha fatto proprio perché non voleva rompere con i riformisti che hanno votato sì. Ora, però questi sono comunque i grandi sconfitti, perché non hanno colto il cambiamento”. Quale sia il destino – anche se è una parola certamente impegnativa da adoperare – della Schlein dopo questa vittoria è forse un po’ troppo presto da intuirsi, in quanto si tratta di una “vittoria del No, non certo della segretaria del Pd, che però sta tentando di cavalcarla. La Schlein ha certamente segnato un punto dentro il suo partito, ma continua ad avere degli handicap fortissimi per quanto riguarda la sua eventuale candidatura a presidente del Consiglio. E Conte infatti si è subito detto pronto per le primarie e l’ha sfidata”. Forse l’unica cosa che nessuno riesce a cogliere è un po’ quell’anarchia profonda dell’animo italiano, che si contorce di fronte a verbi all’imperativo. La risposta rischia sempre di essere un “vaffa” di grillina memoria.
“Il No non è stato un ‘vaffa’, però diciamo che Meloni non ha più il tocco magico. Si è visto che può sbagliare anche lei e ora probabilmente la farà pagare a quelli di Forza Italia, che sono poi quelli che l’hanno trascinata in questa storia del referendum”. Se Meloni volesse riconquistare la fiducia che ha perduto, che cosa dovrebbe fare? “Togliere le accise dalla benzina”. E quello diciamo che l’ha fatto un po’ in ritardo. “Eh caro mio. Questo ed altro, insieme con i suoi silenzi sulle stragi di Gaza, i suoi silenzi sulla guerra in Iran e la riluttanza con cui è intervenuta sulla benzina. Il bluff ormai è sotto gli occhi di tutti. Non è vero che siamo un paese importante, forse non possiamo esserlo, ma certamente Meloni vende sé stessa come una grande statista, non lo è, e vende l’Italia come una grande potenza, non lo è. E la gente, al minimo inciampo, quando l’aria che tira è questa, alla minima smentita di questa propaganda gradassa, te la fa pagare”. Lei crede che sia solo l’inizio di questo declino oppure c’è anche una possibilità di invertire la rotta? “Io non lo so questo, però devo dire che non sarei stupito se adesso lei, Meloni, mettesse mano alla legge elettorale per blindarsi alle elezioni di quest’anno perché al momento, se le cose stanno così, c’è un sostanziale pareggio. Non è vero che lei stravince, c’è un sostanziale pareggio, allora è anche giusto fare una legge che aiuti la formazione di una nuova maggioranza, il che produrrà uno scontro con la Lega, perché andranno rimossi i seggi e i collegi che sono invece molto cari al partito fondato da Bossi. In Veneto e in Lombardia la Lega vince proprio grazie a questi strumenti. Con Forza Italia, poi, come dicevo, secondo me ci sarà una resa dei conti dato che ora, le tre grandi riforme che avevano fatto i tre alleati di destra non si possono più fare: non si fa il premierato naturalmente, non si fa l’autonomia differenziata e non si fa la separazione delle carriere dei magistrati. Anche questo va detto. Tutto questo grande afflato riformista si è risolto nel nulla”.

La morte di Bossi è simbolica con il suo tempismo, così critico, anche se concretamente “conta poco, perché la Lega è molto molto cambiata dai tempi del Senatùr. Salvini ha prodotto una mutazione genetica della Lega e Bossi è stato tagliato fuori da ogni forma di influenza nell’attuale partito. Per noi osservatori la morte di Bossi è un simbolo, cioè è simbolo tangibile con mano di quanto quella sia acqua passata. Quella Lega, quel modo di pensare, quel modo di fare politica, è qualcosa che appartiene al passato e che non tornerà più. La Lega di oggi è quella di Salvini, un partito con gravissimi problemi. Perde continuamente voti, perché il suo posto non era quello, evidentemente il suo posto era quello che le aveva dato Bossi, ovvero il partito regionale del Lombardo-Veneto, non il partito di destra nazionale”. Il Generale Vannacci potrà mai incarnare quel che la Lega di Salvini non ha saputo essere? “Al governo no di sicuro. Comunque sia, nemmeno sembra che Vannacci abbia tutto questo spazio, tantomeno un grosso successo. La sua posizione sul referendum è stata ininfluente. Non ha niente da dire. Raccoglie soltanto degli qua e là e li ridistribuisce in giro, insomma. Sì, la Lega prenderà l’1% per colpa di Vannacci, il quale prenderà il 2%: l’1% dalla Lega, l’1% da Fratelli d’Italia e forse si arriva al 3% perché porterà a votare qualcuno che fin’ora si è astenuto. Poi bisogna vedere come sarà la legge elettorale, perché se lo vogliono fare fuori mettono uno sbarramento al 4%, ma se lo vogliono tenere dentro invece potrebbero offrirgli un diritto di tribuna. Non sappiamo ancora, però, come a destra vogliano trattare il caso Vannacci che poi è qualcosa di simile al caso Calenda”. Che da questo referendum ne è uscito assolutamente annichilito. “Calenda è scomparso. Anche lui fa parte di quelli che non hanno capito niente”. E invece di Renzi, lei che l’ha conosciuto bene, che dice? Che fine farà? “Non lo so, spero che non faccia una gran fine, ma insomma la sua posizione è sempre quella di colui che cerca con un partito piccolissimo di determinare spostamenti grandissimi. Io non sono convinto che ne sia capace, chi se lo prende si prende una bella gatta da pelare”.
