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Mission impossible. Far pagare le tasse ai colossi

di Roberto Pecchioli - 08/03/2026

Mission impossible. Far pagare le tasse ai colossi

Fonte: EreticaMente

Da sempre, il potere divide i sudditi. Uno dei mezzi più efficaci è mettere i contribuenti gli uni contro gli altri. A seconda dei nostri interessi e della nostra condizione professionale, veniamo convinti che gli evasori   – additati come responsabili di ogni male – appartengono a questa o quella categoria. Si arriva a giustificare il progressivo ritiro del denaro contante con la lotta alla criminalità organizzata e all’evasione fiscale. Raramente si dice la verità, ovvero che oggi il livello più consistente e sfuggente dell’elusione tributaria riguarda i giganti multinazionali, in particolare tecnologici, da Google a Facebook sino a Apple. Chi scrive – pensionato a reddito medio – corrisponde circa tredicimila euro annui al fisco nazionale, regionale e comunale a titolo di Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche.  Le imprese italiane pagano l’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) al 24% e l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) con aliquota base del 3,9 per cento, aumentata di due punti per il comparto energetico e di quattro per banche e assicurazioni. Oltre all’ IVA, innumerevoli altri balzelli gravano su privati e imprese, uno dei cui costi fissi riguarda seguire gli adempimenti tributari attraverso appositi uffici interni e consulenti specializzati.

 Insomma, tutti siamo costantemente nel mirino del fisco. Tutti o quasi. I giganti evadono gran parte delle imposte sui redditi che generano. Per anni nell’UE si è combattuta senza successo una battaglia per applicare ai servizi digitali un’imposta del 5 per cento. Sarebbe una goccia nel mare di immensi profitti, ma in Italia e altrove ci dobbiamo accontentare del 3 per cento, limitatamente ai ricavi derivanti da pubblicità online personalizzata, servizi di intermediazione tra utenti e trasmissione dati. L’obiettivo è colpire le grandi aziende tecnologiche che operano ovunque senza “stabile organizzazione”. L’Italia, tra i paesi europei, incassa meno di tutti, un miserrimo 0,020 per PIL, ma altrove le cose non vanno granché meglio. Non si riesce a pervenire ad accordi internazionali per la tenace opposizione degli Usa, sede di quasi tutto il sistema Big Tech.

 Perché accade tutto questo, un sistema nel quale un lavoratore dipendente o autonomo, un pensionato e un’impresa pagano enormemente di più delle multinazionali e dei colossi che hanno in mano il ricchissimo mercato tecnologico?  Semplice, finanche banale. Il criterio base della tassazione è la territorialità, ossia la residenza fiscale, la presenza fisica – facile da eludere per le multinazionali – nello Stato che avanza la pretesa fiscale. Il concetto di territorialità è inadeguato ad affrontare le sfide tributarie della rivoluzione digitale e della globalizzazione, poiché le grandi imprese operano al di fuori di qualunque localizzazione e dimensione statuale, limitando i loro impegni fiscali laddove hanno una sede legale, fissata in paesi a tassazione agevolata o con i quali hanno stipulato accordi particolari. Il gettito in Italia delle poche fattispecie tassate non ha superato, nel 2023 (ultimo anno di cui sono disponibili dati definitivi) i 390 milioni di euro, metà circa della modica accisa sul consumo di birra.

 Il gettito dell’ISD ( Imposta sui Servizi Digitali )  –  detraibile dal reddito  –  proviene da aziende le cui sedi europee sono in Irlanda  (Apple, Meta, Google, Microsoft e Amazon) ed è finora lettera morta l’accordo del 2021 con cui gran parte dei paesi del mondo – Usa compresi –  si sono impegnati a raggiungere un accordo sulla riallocazione di parte della base imponibile delle multinazionali tecnologiche in base alle vendite (primo pilastro) e sull’attuazione di una tassa minima globale del 15% (secondo pilastro).  Naturalmente le Big Tech hanno proprie filiali ovunque, che sono tuttavia poco più che finzioni giuridiche senza dipendenti né attività (la stabile organizzazione di cui parla la legge per essere soggetti d’imposta) utili a convogliare i ricavi verso le sedi legali europee in Irlanda. Dunque, sono le filiali irlandesi a pagare le imposte in quel paese? Non è proprio così. I governi dell’isola hanno attirato le sedi europee di Big Tech con l’impegno di non far pagare loro imposte.  Non accordi al ribasso, diffusi in molti paesi per raccogliere almeno le briciole, ma praticamente nessuna tassa.

La Commissione Europea conduce una lunga battaglia con Dublino, poiché le aliquote d’ imposta sulle società del settore, che possono scendere fino allo 0,005% (!!!!) del volume d’affari, costituiscono un aiuto di Stato, illegale nell’UE. La situazione è assurda: la Commissione ha ordinato ad Apple di versare 13 miliardi di euro, oltre agli interessi, all’erario irlandese, il dieci per cento del gettito fiscale annuo di Dublino. Il governo irlandese si è rifiutato di procedere alla riscossione perché considera più redditizio mantenere le grandi aziende tecnologiche esentasse, creando posti di lavoro e portando avanti di fatto una massiccia operazione di riciclaggio di denaro. L’effetto è tuttavia distruttivo: i costi della vita sono saliti alle stelle, gli affitti sono spesso impossibili da pagare, gli irlandesi si ritrovano con lavori precari e tendono a emigrare, sostituiti da stranieri, con tutte le conseguenze del caso. Per fare spazio a Big Tech, l’’Irlanda è lo Stato europeo con la più alta percentuale di cittadini residenti all’estero, il trenta per cento.  È il liberismo globalizzato: libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone. Libera volpe in libero pollaio. Come ben sa chi opera sul mercato, i giganti – indipendentemente dai settori di attività – non solo occupano senza remissione tutto lo spazio senza lasciare nulla agli altri operatori, ma riescono, con varie motivazioni, alibi e attività di lobby, a eludere la tassazione. Doppia beffa, in base alla quale è negato nei fatti il principio stesso di mercato libero (che tale è solo in uscita!) e perfino il diritto di proprietà, vanificato dall’invadenza degli squali. La strage di attività commerciali e di piccole e medie imprese lo conferma. Un caso curioso riguarda la Corea del Sud, fedelissimo satellite americano in Asia orientale. Il governo rifiuta da vent’anni di autorizzare l’uso di Google Maps. La spiegazione è la sicurezza nazionale: la Corea del Sud è tecnicamente ancora in guerra con la Corea del Nord e le mappe digitali in mani straniere sono un rischio. Intanto Google, con trucchi contabili simili a quelli che usa in Europa paga la miseria di dieci milioni di euro di imposte allo Stato sudcoreano, circa cento volte meno (!) di quanto il volume d’affari reale imporrebbe. Ecco dove finisce il principio di concorrenza nel mondo dorato dei giganti. Non solo Big Tech: il sistema coinvolge le grandi piattaforme, ormai dominanti in vari ambiti, da Uber a Airbnb ai soggetti che agiscono in ogni comparto economico, oltreché le multinazionali.  Questa è la realtà del liberismo compiuto: espulsione dal mercato di piccole, medie e ormai anche grandi aziende, spartizione di tutto tra oligopoli controllati da poche centinaia di giganti interconnessi, che si possiedono reciprocamente con intricate partecipazioni azionarie. In cima ci sono i grandi fondi d’investimento, a loro volta collegati con i vertici finanziari e tecnologici. Noi lavoriamo, paghiamo le tasse, siamo vessati da norme, divieti, obblighi, burocrazie. Loro fanno ciò che vogliono, con il ricatto di trasferire altrove i loro affari privando gli Stati anche del minuscolo contributo fiscale concordato al ribasso con governi impotenti. Il grumo Big Tech studia da tempo la possibilità di costruire gigantesche piattaforme marine in cui situare il cuore delle attività; l’extraterritorialità pura, la volontà di sottrarsi a qualsiasi controllo pubblico, a qualunque norma e, ovviamente, alla tassazione.  È l’onnipotenza dei potentati privati e la distruzione pratica della dimensione pubblica e statale. Possono tutto, fanno tutto, sanno tutto, decidono tutto.  Il conto è a nostro carico, una colossale ridistribuzione del reddito verso l’alto e del carico tributario verso il basso. Capì tutto il principe Antonio De Curtis in arte Totò. E io pago! il tormentone che oggi chiameremmo meme. Meditate, liberisti, meditate.