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Nella postmodernità che si profila all’orizzonte, “le tribù” stanno tornando

di Michel Maffesoli - 02/08/2026

Nella postmodernità che si profila all’orizzonte, “le tribù” stanno tornando

Fonte: GRECE Italia

INTERVISTA – Nel suo ultimo libro Mes tribus, il sociologo annuncia la fine dell’ideale democratico. Secondo lui, stiamo abbandonando l’individualismo e il progressismo per tornare a valori più tradizionali e a «uno spirito di tribù».

​Michel Maffesoli è sociologo e professore emerito alla Sorbona. Ultima opera pubblicata: Mes tribus (Éditions du Cerf, maggio 2026).

LE FIGARO – Il suo libro si intitola Mes tribus. Cosa significa? Il suo pensiero non è forse comunitarista?

Michel MAFFESOLI – Non mi piace il termine «comunitarismo» che l’intellighenzia ripete a più non posso. Se da un lato permette di indicare a ragione certe derive, dall’altro è più arricchente tornare all’etimologia. La parola greca «epoca» significa «parentesi». Ebbene, la parentesi moderna in cui viviamo si sta chiudendo. Nella postmodernità che si profila all’orizzonte, l’ideale democratico classico non funziona più. Da questa disfunzione nasce un nuovo ideale comunitario, fondato sulla giustapposizione di quelle che io chiamo «tribù»: gruppi all’interno dei quali gli individui si ritrovano perché condividono uno o più punti in comune, senza che ciò implichi necessariamente un rifiuto degli altri.

Perché ci sono così tante divisioni nella nostra società, mentre, secondo lei, queste tribù dovrebbero essere in grado di andare d’accordo ed essere unite?

​La grande idea dell’epoca moderna si è consolidata nel XIX secolo attorno alla formula «la Repubblica è una e indivisibile», ciò che Auguste Comte definiva la «reductio ad unum». Lo Stato-nazione ne era l’espressione concreta. Eppure non viviamo più in quella Repubblica. Tuttavia, l’intellighenzia si rifiuta di vedere che sta emergendo un vero e proprio mosaico. Stiamo imparando, con difficoltà, un nuovo modo di convivere.

​La sfida consiste quindi nell’osservare attentamente queste tribù che si stanno formando, nel capirle piuttosto che stigmatizzarle. Qui si contrappongono due logiche, come aveva ben dimostrato Max Weber. La prima, quella delle élite intellettuali, consiste nel dire come dovrebbe essere il mondo. La seconda, che è la mia, è quella del reale e del momento presente: occorre riconoscere l’esistenza di queste tribù e tenerne conto prima che sia troppo tardi.

Lei parla dello «spirito del tempo» e del «mito del progresso»: c’è qualcuno che vi si oppone?

​Lo spirito del tempo di cui parlo deriva dall’idea hegeliana che si fonda sul principio dell’immaginario. È in questo contesto che affermeremo che, così come esistono cambiamenti spirituali e climatici condivisi, esistono anche cambiamenti spirituali e climatici intellettuali. È questo che è in gioco dal mio punto di vista. Stiamo attraversando le grandi epoche della Storia dell’Umanità, tra periodi intermedi e crepuscolari, in cui intuiamo ciò che sta volgendo al termine, ma in cui non possiamo che balbettare su ciò che sta nascendo.

​In questi periodi, che durano solo pochi decenni, ci sono delle élite che hanno il potere di dire e di fare. Esse mantengono fondamentalmente i grandi valori moderni. Coloro che hanno il potere di dire parlano di individualismo, razionalismo e progressismo e si limitano a questo trittico moderno. Queste élite si accontentano di formule magiche, recitano formule a cui non credono più. Tra queste formule ingenue, si trovano i valori repubblicani. Ma la saggezza popolare non si riconosce più oggi in questo discorso. Ci sono le parole della società ufficiale e ciò che viene vissuto in modo non ufficiale. La mia pretesa è stata quindi quella di descrivere la gestazione di questa società.

«Non è più il lavoro accademico nel suo senso originario ad avere la precedenza, bensì lo sviluppo della diffusione di un discorso ufficiale e convenzionale, ciò che viene definito “politicamente corretto”». > — Michel Maffesoli

​D’altra parte, in molte delle mie opere ho elaborato una teoria sulla «violenza totalitaria». Secondo la filosofia hegeliana di impronta marxista, il mito del progresso ne è una delle cause principali. Da questo pensiero deriva il progressismo, diventato oggi un vero e proprio mantra: se non si è progressisti, si è inevitabilmente reazionari. Questo è il cuore del mito. Eppure oggi quel mito è ormai esaurito, non funziona più. Lo spiego con un ritorno alla tradizione sostenuto da un radicamento dinamico. Le giovani generazioni non sognano più un «domani» radioso, ma guardano al modo in cui viviamo oggi e a come vivevamo un tempo, e hanno ragione, perché è a partire dal passato che si vive e si convalida il presente.

In che misura questo totalitarismo imperversa nell’ambiente universitario di cui lei ha fatto parte? E quale sguardo rivolge oggi a questa istituzione?

​Sono stato uno dei docenti più giovani della mia generazione: sono stato nominato titolare nel 1981, all’età di 35 anni. Apprezzavo molto l’apertura mentale che regnava all’epoca. Non eravamo confinati in un’unica e rigida disciplina. Da parte mia, affrontavo con i miei studenti la filosofia, la poesia e la letteratura. A mio avviso, ogni esercizio di pensiero si basa sulla combinazione di diversi ambiti. È ciò che ho sempre cercato di mettere in pratica nelle mie lezioni.

​All’epoca, un sociologo doveva per forza essere di sinistra, ma io mi rifiutavo di adeguarmi a questa imposizione. I miei colleghi, al contrario, si mostravano spesso intolleranti. Oggi l’università è diventata una fortezza vuota. In pochissimo tempo, la generazione che mi è succeduta è scivolata nel settarismo. Il vero lavoro accademico ha ceduto il posto alla diffusione di un discorso ufficiale e convenzionale, quello che viene chiamato «politicamente corretto».

Nel suo libro descrive una gioventù studiosa che viene a incontrarla. Quali insegnamenti trae da questo contatto con i giovani?

​Oggi i giovani vengono spesso descritti come una generazione priva di valori e ideali. Io, al contrario, percepisco in loro un vero e proprio vitalismo. Imparo da loro. Non si riconoscono più nei valori moderni e, eppure, vivono la vita appieno.

​È del resto sorprendente constatare che, quando ho iniziato, gli studenti di sociologia fossero quasi tutti di sinistra. Oggi non votano più e si tengono alla larga dalla politica tradizionale. Siamo di fronte a una società in gestazione. La società di domani, che io chiamo postmodernità, deve affrancarsi dal tripode moderno – individualismo, razionalismo e progressismo – per adottare un nuovo trittico: la tribù, l’emozionale e la tradizione.

Fonte: Le Figaro Intervista a cura di: Jean-Bosco Herbin, 29/07/2026.

Michel Maffesoli : « Dans la postmodernité qui s’annonce, “les tribus” sont de retour ».

 

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.