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Non bastano Venezuela e Iran a Trump che torna a minacciare l’Iraq

di Sergio Caruso - 28/01/2026

Non bastano Venezuela e Iran a Trump che torna a minacciare l’Iraq

Fonte: Sergio Caruso

Non bastano Venezuela e Iran a Trump che torna a minacciare l’Iraq, un Paese che gli Stati Uniti hanno contribuito a devastare con l’invasione del 2003, condotta sulla base di accuse presentate all’ONU – le famigerate armi di distruzione di massa – che si sarebbero poi rivelate infondate, ma che nel frattempo hanno giustificato bombardamenti, occupazione militare e il rovesciamento violento di Saddam Hussein, aprendo una fase di caos che l’Iraq non ha mai davvero superato. Oggi Trump, dopo aver annunciato l''invio di un secondo gruppo di attacco navale nel golfo persico,  torna a farsi sentire minacciando apertamente Baghdad, avvertendo che se l’ex primo ministro Nouri al-Maliki dovesse tornare al potere gli Stati Uniti ritirerebbero il loro “aiuto”, come se quel sostegno non fosse stato fin dall’inizio una leva politica più che un atto di solidarietà, e come se l’Iraq non fosse già stato profondamente segnato da un intervento che ha distrutto istituzioni, infrastrutture e coesione sociale. Le parole di Trump, confermate da più fonti internazionali, rientrano in una logica ormai consolidata: Washington rivendica il ruolo di principale garante della stabilità irachena, ma allo stesso tempo usa questo ruolo per condizionare apertamente le scelte politiche interne del Paese, presentando l’“aiuto” americano come indispensabile mentre ignora il fatto che gran parte dell’instabilità attuale è una diretta conseguenza dell’invasione e della gestione post-bellica. Il sostegno fornito dopo il 2003 – in termini di sicurezza, addestramento militare e fondi per la ricostruzione – è sempre stato accompagnato da enormi vantaggi geostrategici per gli Stati Uniti, dal controllo di un’area chiave per le rotte energetiche alla presenza militare permanente nel cuore del Medio Oriente, fino alla possibilità di contenere l’influenza iraniana, trasformando l’Iraq in un terreno di competizione tra potenze più che in uno Stato realmente sovrano. In questo contesto, le minacce di Trump contro il ritorno di al-Maliki non sono solo un giudizio personale su un leader controverso, ma un segnale politico diretto alle élite irachene, chiamate ancora una volta a scegliere sotto pressione esterna, con il rischio di aggravare le fratture interne tra forze filo-americane, gruppi vicini a Teheran e una popolazione sempre più stanca di essere ostaggio di equilibri imposti dall’esterno. Le implicazioni politiche sono profonde: sul piano interno, dichiarazioni di questo tipo alimentano la percezione che il processo politico iracheno sia eterodiretto, indebolendo ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e rafforzando attori armati o populisti che si presentano come difensori della sovranità nazionale; sul piano regionale, l’Iraq resta uno snodo centrale dello scacchiere mediorientale, stretto tra Stati Uniti e Iran, e ogni intervento verbale o militare di Washington contribuisce a irrigidire lo scontro, rendendo più difficile una stabilizzazione duratura e confermando l’immagine di un Paese che, a più di vent’anni dalla caduta di Saddam, continua a pagare il prezzo di una guerra decisa altrove e mai davvero conclusa.