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Orban e gli impresentabili

di Matteo Martini - 13/04/2026

Orban e gli impresentabili

Fonte: Matteo Martini

La sconfitta di Orban impone una riflessione che gli osservatori politici - soprattutto di destra - dovrebbero cominciare a fare: l'importanza della questione palestinese nell'opinione pubblica europea, soprattutto fra le fasce giovanili. In Italia credo che molti non abbiano il polso di quanto sia avvertito questo sentimento, anche perché il sostegno alla lotta palestinese viene facilmente anestetizzato, e ricondotto a una polarizzazione ideologica italiota che fa percepire al pubblico di destra qualsiasi lotta anticoloniale come "antioccidentalismo" e roba "da zecche". Questo ovviamente induce diversi errori per distorsione e fa evidentemente sottovalutare tendenze politiche importanti.
La sconfitta di Orban non è un voto pro-Europa, né tanto meno "di sinistra" in senso proprio (il suo sfidante, un conservatore, veniva dal suo stesso partito). I punti fondamentali nella sua sconfitta sono principalmente due: la questione delle corruzione oggettiva, con diversi suoi ministri colpiti da scandali (e mettiamo da parte il retropensiero della magistratura "pilotata": quando governi per quattro mandati consecutivi ti corrompi, è un fatto fisiologico che determina i cicli dei governi); la seconda questione riguarda l'impopolarità della politica estera di Orban, la storica vicinanza al Lykud ebraico e la retorica della "civiltà giudaico-cristiana" alla base della nostra identità, idea artificiosa frutto di una particolare ingegneria culturale che giustamente autori della Nouvelle Droite, come Alain De Benoist, denunciano da decenni. Sia detto per inciso le destre europee sono state tutte plasmate da questa retorica (ricordate la "svolta di Fiuggi"? Ora sappiamo a cosa serviva). Si tratta quindi di un fenomeno di rilevanza continentale che meriterà delle valutazioni anche per il caso italiano della Meloni - cosa su cui avremo modo di tornare.
Finché questa retorica restava sulla carta - o aveva semplicemente la funzione di bandiera nella lotta all'immigrazione - le sue criticità, il suo lato oscuro e le sue piene finalità, rimanevano latenti.
Poi però quando dopo gli eventi del 7 ottobre 2023 la questione palestinese è di nuovo esplosa tornando ad affacciarsi con prepotenza nella Storia, ognuno ha dovuto prendere una posizione.
Orban ha sempre assicurato il suo pieno allineamento al criminale Netanyahu e al suo governo. Altro fattore di non poco conto è la vicinanza di Trump e la recente benedizione di Vance in visita durante la campagna elettorale. Tutto ciò è avvenuto mentre migliaia di ragazzi manifestavano contro il genocidio del popolo palestinese.
Questo fenomeno è stato sottovalutato in termini elettorali, probabilmente sottostimando i numeri (il solito slogan democristiano delle piazze piene e delle urne vuote), e dell'altro contando che non si sarebbe tradotto in una risposta di voto. Entrambi i calcoli sono stati sbagliati. Si può anche pensare che i giovani vadano a manifestare a favore della questione palestinese perché "pagati" dal mitologico "Soros", fatto si è che - malgrado tutti i tentativi di demolire questa causa - si è creata una forte rete di solidarietà sul tema e questa andrà a condizionare i flussi elettorali. Per la verità mi verrebbe da pensare che anche l'esito del Referendum sulla magistratura in Italia, voto assai politicizzato dalla stessa Meloni, sia stato più che altro un voto sulla politica generale del governo e soprattutto sulla politica internazionale, molto più che sul tema specifico del quesito, e magari anche un voto sulla situazione economica.
E che il voto ungherese sia strettamente legato alla questione palestinese lo corrobora un dato: l'elemento giovanile. Queste elezioni hanno visto un forte aumento dell'afflusso alle urne, sostanzialmente un aumento dei giovani votanti. E sono state proprio le giovani generazioni a riempire le piazze con le manifestazioni contro Israele negli ultimi due anni in Ungheria. Quindi la tornata elettorale ha effettivamente intercettato una tendenza all'interno della società ungherese che non doveva essere sottovalutata.
Sbaglia chi continua a sottovalutare la portata ideologica e sentimentale di questo sostegno alla causa palestinese, che fra l'altro, unendosi alla generale impopolarità della politica di Israele, sta coagulando un forte dissenso nella società europea, che forse, complice l'apparato mediatico, viene sottopercepita nei suoi numeri e nella sua importanza. Non stenterei a dire che questo sentiment potrebbe raggiungere per analogia l'importanza che assunse nell'opinione pubblica, da un certo momento in poi, il movimento contro la guerra degli Stati Uniti in Vietnam, elemento che poi ha segnato la sconfitta degli stessi Stati Uniti non meno del logoramento sul terreno.
Siamo solo all'inizio, e i partiti di Destra in Europa dovrebbero cominciare a fare i loro conti.